Temperatura “fusion” con Mike Stern

 

I 30° di Piazza delle feste a Genova non erano proprio la temperatura ideale per la musica iper energetica della Mike Stern /Dave Weckl band (ma per cosa lo sono?), però  la prima serata del Festival Gezmataz 2019 si è risolta in un grande successo, con la platea piena ed alla fine tutti in piedi davanti al palco e chiedere ancora musica. Il concerto si è aperto con un omaggio ad uno dei padri nobili del genere che un tempo si definiva  fusion, Don Grolnick, di cui oggi Stern e Weckl continuano la tradizione ed il credo estetico. Prevedibile quindi un grande dispendio di tecnica e virtuosisimo al servizio di una proposta che non manca, però, di impatto emotivo e si giova di una varietà di climi ed atmosfere,  tipica della scrittura del leader in cui si mescolano motivi pop, passaggi strumentali “impossibili” e nuance blues. Stern è l’esempio vivente del concetto di fusione : sul palco il chitarrista rock macina infiammati assoli chillometrici hendrixiani, improvvisando come il jazzista che ha studiato Wes Montgomery, e fin dall’iniziale “Nothing personal” esibisce una vitalità coinvolgente, per nulla smorzata dai postumi del recente incidente di cui riporta ancora i segni in modo evidente nella postura della mano destra. Weckl è tonitruante e magmatico nei numerosi assoli che costellano l’esibizione, e sullo stesso registro sono impostati il basso pastorius – zzato di Tom Kennedy  ed il sassofono di Bob Franceschini. Il concerto però riserva anche delle sorprese rispetto a quanto ci si poteva attendere: in positivo, un dialogo improvvisato fra la chitarra bluesy di Stern e la batteria di Weckl suonata a mani nude, mentre in negativo un paio di pezzi tratti dall’ultimo cd “Trip”, nei quali il chitarrista di Washington si esibisce anche vocalizzando  in chiave afro – world  la veste delle composizioni. Verso il finale, dopo altri due brani tratti dal recente repertorio di Stern,  spuntano altre chicche: un duetto basso batteria nel quale fa capolino il Monk di “Rhythm a Ning” ,  la cover di “Red House” di Jimi Hendrix dove Stern profonde tutto il suo amore per il maestro di Seattle e, come bis, “Jean Pierre”. Un altro omaggio, stavolta a Miles Davis ed al tempo (primi anni ’80) in cui il divino convocò a corte il giovane chiarrista notato nella band di Billy Cobham pavimentando la sua strada verso il successo. Oggi si continua con il trio di Jakob Bro con Thomas Morgan e Joey Baron.

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