Gezmataz : chitarre introverse e maestri di ieri ed oggi

 

La seconda serata di Gezmataz 2019 e’stata l’esatto opposto della prima. Tanto avevano riempito le orecchie gli assoli virtuosistici di Mike Stern e Dave Weckl quanto le medesime orecchie ( a dire il vero circa la metà) quasi faticavano a percepire i patterns creati e manipolati con l’elettronica della chitarra del danese Jakob Bro, presente con il trio composto da Thomas Morgan al contrabbasso e Joey Baron alla batteria. Il leader, ma forse non c’e’ termine meno appropriato, spicca per discrezione e lievità, lasciando i ruoli solisti al contrabbasso di Morgan, un vero strumento – orchestra in grado di improvvisare quanto di definire strutturalmente la musica, ed alla batteria di Baron, di rado impostata sui vincoli del tempo, ma piuttosto libera di colorare o definire la temperie emotiva dei brani con invenzioni estemporanee,  sull’ esempio di Paul Motian, che fu uno dei primi leader di Bro. Un ‘ora precisa di musica più un bis,  con materiale ripreso dai due album Ecm “Streams”e “Bay of rainbows”. Una proposta di grande suggestione, che si apprezzerebbe però meglio in un contesto e soprattutto a temperature atmosferiche diverse.

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La sera successiva EMG trio, ovvero Peter Erskine, Dado Moroni ed Eddie Gomez, ha segnato il ritorno ad una più consueta dimensione del jazz, illustrato in particolare prospettiva storica, quale tributo di tre autorevoli esponenti della scena attuale ad alcuni maestri del passato. Un incontro nato al di fuori di un particolare progetto, per il puro piacere di condividere un modo di sentire la musica assimilato fin dall’adolescenza, prima ascoltando i dischi e poi provando ad imitarli, come ha spiegato Dado Moroni. E quindi ecco omaggi a Fats Waller, al  Duke Ellington più intimo (It’s bad to the forgotten), a Billy Strayhorn (Lotus blossom e Daydream) . Poi una sorpresa che, inaspettatamente, ha ricollegato la serata a quella d’esordio: un mini tributo al compositore Don Grolnick con la nota “ Pools” , la medesima “Nothing personal”che il pubblico del Gezmataz aveva ascoltato in versione elettrica dalle corde di Mike Stern due giorni prima, e la dedica di Erskine con la ballad “ Uncle Don”. Erskine governa sornione con intangibile maestria il mondo del ritmo, mentre il contrabbasso di Gomez, incisivo e quasi drammatico, è un autorevole coprotagonista del pianoforte di Moroni che, in questo repertorio tanto amato e visitato, appare come un bambino circondato da una montagna di giocattoli. Il finale è è dedicato ancora ad uno standard di quelli tratti da famosi musical “You, the night and the Music” ed il bis ancora ad Ellington con “The intimacy of the blues”. Musica che, suonata da questi maestri, si continuerebbe ad ascoltare per molto tempo oltre le due ore del concerto.

 

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Peter Erskine

 

 

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