Buon compleanno Aires Tango! Una chiaccherata con Javier

C’è un compleanno speciale che verrà festeggiato questa sera con un concerto all’ Auditorium della casa del jazz a Roma: i 25 anni di Aires Tango, il quartetto “inventato” dal sassofonista argentino Javier Girotto con Marco Siniscalco, Michele Rabbia e Alessandro Gwis, con l’idea di coniugare le radici musicali della propria terra al linguaggio del jazz. Un’esperienza che, attraverso dieci album e centinaia di concerti, ha attraversato la recente storia del jazz in Italia diventando anche un riferimento del concetto di incontro ed integrazione fra culture e persone diverse.

Con Javier abbiamo ripercorso i momenti cruciali di Aires Tango, nel corso di un colloquio aperto e sincero, grazie alla sensibilità di un uomo pronto a raccontare di sé e di cosa pensa senza nessuna maschera da personaggio pubblico. Uno che ti piacerebbe avere come amico.

Considero molto importanti i legami fra le persone, ed anche l’intesa sul piano musicale, per quanto mi riguarda, è fortemente condizionata dalla conoscenza: ci sono musicisti magari bravissimi, ma che hanno difficoltà ad essere trasparenti sul piano umano, ed in questi casi anche la musica risente della situazione. Magari altri pensano diversamente, ma per me ci deve essere una certa tranquillità e rilassatezza nel rapporto che lega i musicisti, soprattutto se suoni improvvisando liberamente come in alcuni dei progetti nei quali sono coinvolto, ad esempio il duo con Bebo Ferra, dove di prestabilito c’è solo il tema e quindi trova ampio spazio l’improvvisazione.  Se c’è una conoscenza reciproca, anche queste dinamiche funzionano in modo più naturale. Ovviamente ogni situazione musicale è composta da diverse sfumature, ed il grado di libertà cambia a seconda del contesto.  Aires Tango suona una musica molto strutturata, ove è preponderante il ruolo della composizione rispetto all’improvvisazione, uno schema che richiama quasi la musica classica, che a me piace molto. Tempo fa ho collaborato ad un progetto del pianista classico Michele Campanella su repertorio di Debussy e Ravel, studiando per un anno ed avvicinandomi con molto tatto, poiché le strutture dei brani sono già di per sè perfettamente compiute, e non è facile proporre un contributo nuovo. Il jazz ha attinto molto dalla classica che considero, comunque, una musica più avanzata, ed in particolare dai pianisti del ‘900.”

Ma il jazz non è stato il vero punto di partenza del tuo percorso, piuttosto le tracce vanno
cercate nel continente sud americano.

Sono nato a Cordoba, e sono stato a contatto per molto tempo, nella mia adolescenza,
con la musica popolare argentina, dato che mio nonno era un musicista di tango e mio
padre un cultore di quella tradizione. Ad un certo punto ho avuto una sorta di rigetto per
questa musica, e mi sono rivolto al jazz, anche se all’epoca il panorama musicale a
disposizione era molto limitato, non c’era internet ed era difficile potere accedere a certi
circuiti. Con il bagaglio di esperienze e capacità che sono riuscito a mettere insieme in Argentina, ho potuto accedere alla Scuola di musica di Berklee negli Stati Uniti, a Boston,
dove ho vinto una borsa di studio, cosa che mi ha permesso di emigrare ed imparare sul
campo, apprendendo da musicisti jazz importanti come George Garzone, Hall Crook e
Jerry Bergonzi,. Fra il 1987 ed il 1990 mi sono dedicato pienamente al jazz suonandolo in
tutte le declinazioni possibili, a partire dal be bop in poi. Nel 1991 sono arrivato in Italia:,
dovevo restare una settimana per alcune pratiche legate a motivi di famiglia e poi,
conquistato dalla facilità nel socializzare che abbiamo anche in Argentina e dalla cucina,
ho deciso di stabilirmi qua. Allora ho iniziato ad avvertire una specie di nostalgia per quel
mondo latino che mi ero lasciato alle spalle, il richiamo per la musica tradizionale
argentina che era stata una presenza costante fino a qualche anno prima, è tornato a farsi sentire. Da qui è nata l’idea di unire le due esperienze, il jazz e la musica argentina che non è solo il tango, ma racchiude un’intera cultura popolare.”

Il fatto di avere dei partner italiani in questa avventura è stato conseguenza di una scelta o del caso?

Credo di essere stato fra i primi in Italia a fare questo tipo di esperimento, e volutamente
ho evitato di coinvolgere musicisti nativi: in quel caso saremmo ricaduti nel solco della
tradizione che volevo in qualche modo evitare, per proporre qualcosa di nuovo, ed in
questo senso avevo fin dall’inizio messo a fuoco l’idea di coinvolgere musicisti italiani. Il
proposito era quello di condividere alcuni codici che conoscevo bene, e lasciare poi gli altri musicisti liberi di apportare il proprio contributo, la propria cultura anche personale. Aires Tango è nato in anticipo rispetto a tutta questa moda del tango che ora è tanto in auge.

Ci sono voluti alcuni anni, ma il progetto è nato e si è sviluppato con una propria personalità, così com’ è avvenuto nel duo con Luciano Biondini. In generale, devo dire che ho un modo di pensare alla musica in termini di progetto, e mi piace coordinare lo sviluppo delle idee per arrivare al risultato individuato in partenza: compongo tanto, e quindi tendo ad organizzare gli stimoli. Quando si tratta di suonare free c’è invece poco da organizzare,
ma questo approccio progettuale non mi abbandona anche in quelle situazioni. La fortuna
di Aires Tango agli inizi è stata quella di avere parecchio tempo a disposizione per le
prove, cosa che oggi non si riesce più a fare. Eravamo giovani e potevamo provare quasi
ogni giorno, e questo si avverte chiaramente nella dinamica del gruppo, è una cosa cha fa
la differenza. Oggi ci sono parecchi musicisti dotati tecnicamente, essere bravi è il minimo,
ma poi ci vuole qualcosa di più, l’intesa, l’interplay che si ottiene solo con la
frequentazione ed il tempo”.

Aires Tango è una “impresa” che dura appunto da 25 anni, ed il periodo  trascorso da te sulla scena musicale italiana ed internazionale è ancora più lungo , tanto che viene spontaneo chiedere come il tempo trascorso incida sull’ispirazione e la voglia di proseguire.

Da parte mia c’è ancora la voglia e l’entusiasmo di inventare, ma soprattutto questo
aspetto emerge nel rapporto con i giovani, che hanno maggior disponibilità di fare e
provare. Nei musicisti della mia età il tempo scarseggia, abbiamo un sacco d’ impegni, fra
didattica e famiglia, e non si fanno più prove, tanto che a volte c’è solo il pomeriggio del
concerto per provare: secondo me è un peccato, mentre con i giovani emerge una
maggior disponibilità ed entusiasmo che meriterebbero di essere incoraggiati. Altrimenti si
rischierà di non avere, dopo le nostre generazioni, qualcuno che possa prendere il nostro
posto, perché il ciclo naturale della vita richiede un ricambio, e si tratta di lasciare
un’eredità a qualcuno. Il periodo è critico e lo dico anche dal punto di vista degli
organizzatori, che tendono ad invitare il nome di richiamo e trascurano, magari per evitare rischi, di proporre nomi giovani meno conosciuti. Per questo credo sia importante il ruolo dei musicisti più affermati e maturi, che possono essere di stimolo e guida alle giovani generazioni. Ammiro molto in questo senso quello che fa Enrico Rava, e mi piacerebbe seguire il suo esempio di guida per i giovani musicisti, anche come una forma di
investimento per il futuro di questa musica.”

Una situazione che fra l’altro non è favorita dalle moderne modalità di fruizione della
musica e dalle condizioni del mercato discografico.

“In passato c’era maggiore predisposizione all’ascolto e spazio per la musica. Oggi c’è
troppa frenesia, si corre tutti quanti, anche se non si capisce sempre bene verso cosa o
perché. E’ cambiato tutto anche dal punto di vista dei media collegati alla discografia, sono
spariti i negozi di dischi e di libri, e già qualche tempo fa c’era chi sosteneva che l’unico
spazio residuo per ascoltare la musica fosse l’automobile. Le auto di nuova fabbricazione
non hanno invece neanche più il lettore per il cd. Una volta c’era il vinile che richiedeva
attenzione ed una gestione dell’oggetto, c’erano le radio: oggi ho l’impressione che sia
tutto cambiato. L’affanno di fare, fare, suonare, suonare non sta portando a nulla di buono:
una volta si correva meno, ed i risultati erano gli stessi. Ti parlo così anche per una
recente esperienza personale che mi ha dato una batosta psicologica non da poco: ho
avuto un problema al nervo ulnare che mi ha indotto a resettare tutto, scegliere una via più
tranquilla per fare le mie cose. Al di là della soluzione al problema di salute che condiziona
anche il suonare, la cosa mi ha fatto riflettere. Ci possono essere alcuni musicisti cresciuti
in epoche diverse che ancora oggi ragionano in termini di rispetto e valore della musica,
ma in generale sta prevalendo un approccio che ha annullato tutte le cose belle di un
tempo. Ad esempio la musica su internet: noi ci preoccupiamo del suono, dei dettagli e
delle sfumature anche minime quando registriamo, e poi i ragazzi ascoltano musica su
piattaforme come Spotify che appiattiscono tutto, data la scarsa qualità della riproduzione
sonora. Ad una mia amica è capitato di regalare un disco a suo nipote che fa il musicista e
lui le ha chiesto: “e che me ne faccio?” perché ascolta tutto su Spotify. Credo che questo
approccio sia sfuggito di mano alle grandi multinazionali come Apple che hanno
rivoluzionato il mondo della musica, e la conferma me la forniscono alcune dichiarazioni
rilasciate in un’intervista da uno dei vertici dell’azienda. Oggi non si vendono più dischi, i
diritti non ci sono più ed è una vera catastrofe, perché è molto difficile tornare indietro
all’idea di pagare un oggetto per ascoltare la musica. I giovani pensano di avere tutto su
internet, ed in realtà non hanno nulla, perché tutto quello che è il risultato del lavoro dei
musicisti in studio oppure il lavoro della grafica degli Lp e dei CD è stato completamente
compromesso. Te lo dico con molta amarezza perché è un pensiero che mi fa stare
davvero male, anche se cerco di mantenere il solito approccio al mio lavoro. L’unica cosa
positiva che resta sono i concerti dal vivo.”

Per un musicista che ha attraversato tanti mondi diversi, la sfida è anche quella di
prendere atto delle trasformazioni che hanno subito i linguaggi musicali, a partire dal jazz.

Posso dire che le mie principali fonti di ispirazione sono artisti come Astor Piazzola,
grazie al quale ho conosciuto Bach, che è la fonte di ispirazione per molte idee
compositive moderne, e Bill Evans. Se devo scegliere un disco da ascoltare oggi è “You
must believe in spring”. Il fatto di ascoltare molti pianisti jazz è stata una circostanza
fortunata perché ho potuto evitare di seguire troppo puntualmente i percorsi di altri
sassofonisti, sviluppando uno stile personale agli strumenti a fiato che prediligo, il sax
contralto ed il baritono. Relativamente al panorama attuale, devo dire che ormai quando
parlo di jazz io mi riferisco a qualunque musica che consente di improvvisare. Per gli
americani il jazz è il filone che si è consolidato sulle basi del be bop, mentre tutto il resto è considerato etnico, incluso Aires Tango: è una terminologia che giudico un po’ razzista.
Per me invece il jazz oggi è la possibilità di improvvisare su tutti i tipi di musica del mondo:
la contaminazione è la regola.”

Non si può evitare un accenno all’impegno sociale ed alla tormentata storia argentina che spesso traspare dai titoli dei tuoi lavori.

“Nei titoli ho dato sempre spazio ai temi sociali, perché non scrivendo testi, cerco di
condensare in quel modo i messaggi importanti. Come diceva Picasso, il compito
dell’artista è di sensibilizzare la gente sulle cose di maggior rilievo nella vita, ed io mi
ritrovo in pieno in questo pensiero, anche perché oggi viviamo in un tempo dove la gente
tende ad assorbire tutto in modo un po’ passivo, apprezza il concerto, la musica, poi torna
a casa, e quello che è rimasto si riduce al ricordo della serata. Per lasciare in qualche
modo un segno sulle cose che ritengo importanti sul tema della sensibilizzazione, da un
po’ di tempo sto cercando di dare spazio, nei titoli delle mie composizioni, ai monumenti,
iniziando da Roma, dove abito. Sono rimasto molto colpito dagli episodi di sfregi ai
monumenti che si sono verificati anche di recente a Roma, in occasione di partite di calcio:
vedere che la cosa dopo pochi giorni è stata in qualche modo dimenticata mi ha lasciato
davvero allibito. Si tratta di un vero danno all’umanità. I miei prossimi titoli saranno quindi dedicati ai grandi monumenti deturpati, a partire da quelli romani, ai quali ho dedicato “Barcaccia” e “Coliseus” e purtroppo la serie sarà lunga. Vorrei far riflettere sul fatto che l’immenso patrimonio storico e culturale italiano, spesso è sottovalutato dagli italiani stessi, oltre che dalla politica, che lascia reperti e monumenti di grande valore totalmente abbandonati. Di recente ho girato parecchio in bici per Roma, ed ho avuto la possibilità di avvicinarmi a monumenti e reperti archeologici abbandonati ed accessibili a chiunque, privi di qualsiasi protezione: dobbiamo renderci conto del tesoro che abbiamo in casa e tutelarlo nel modo più attento, con l’amore che avvolge le cose care.”

2 Comments

  1. Il concerto di AIRES TANGO questa sera alle 21 si terrà nel parco della Casa del Jazz, non nell’auditorium,come tutti i concerti del nostro cartellone estivo “Summertime”.
    Grazie

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  2. “…essere bravi è il minimo, ma poi ci vuole qualcosa di più, l’intesa, l’interplay che si ottiene solo con la frequentazione ed il tempo”. Ecco, l’interplay è la prima vittma della struttura della nostra scena musicale, fa impressione sentirlo dire da un musicista di gran mestiere.
    “… oggi non si vendono più dischi, i diritti non ci sono più ed è una vera catastrofe, perché è molto difficile tornare indietro all’idea di pagare un oggetto per ascoltare la musica. I giovani pensano di avere tutto su
    internet, ed in realtà non hanno nulla…”: altra osservazione molto acuta, sulla questione si giocano tutte le chances di sopravvivenza della musica come arte creativa. Sul punto non si batte abbastanza. Milton56

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