Lo stato dell’arte secondo Bosso

Quando ho deciso di mettere in piedi questo quartetto, non l’ho fatto pensando a un disco. Avevo piuttosto voglia di ascoltare la mia musica suonata da altri musicisti, con un’energia e un “colore” che fossero diversi, freschi. Questo è il suono del mio presente e loro sono, oltre che degli amici, anche i musicisti che mi appagano di più sul palco perché capaci di tirare fuori il suono che ho in testa. Con loro, il mio grande lusso è che potrei permettermi di non suonare e la musica funzionerebbe ugualmente.”

Fabrizio Bosso

Nel pomeriggio il temporale ha portato una ventata di freschezza e la sera il quartetto di Fabrizio Bosso ha sferzato di energia il numeroso pubblico accorso alla centrale Boffetto. Un concerto lungo e poderoso per tecnica, ispirazione, compattezza e solidità di un gruppo quanto mai affiatato e coeso.

Se il leader e Mazzariello impressionano per velocità ed esuberanza, non da meno sono i due che compongono la sezione ritmica. Nicola Angelucci alla batteria è solido e fantasioso quanto basta per intrigare e catalizzare l’attenzione. Jacopo Ferrazza ha un suono caldo e poderoso, ed entrambi non si limitano a sostenere ed incalzare i due solisti ma dispongono anche di ampi spazi per mostrare le loro doti.

Se Bosso non fa più notizia, ormai il suo talento è conosciuto e apprezzato dagli appassionati di tutte le latitudini, per me è stato un vero piacere scoprire dal vivo Julian Oliver Mazzariello, un virtuoso che sulla tastiera esplora con facilità tutte le diverse stagioni della musica afro-americana, dalla tradizione alle istanze contemporanee con gusto e personalità.

Detto dei singoli, la felice combinazione dei quattro (un vero gruppo e non una sezione ritmica al servizio del solista) è il punto di forza del progetto di Bosso. Una manciata di standard e una serie di composizioni originali rappresentano il terreno dove si gioca una partita fatta di rincorse vertiginose, temi cantabili e ritmi bollenti, continui scambi delle parti creando sempre una musica nuova anche se magari appoggiata su note ben conosciute (“Misty” di Errol Garner, “The Nearness of You” di Hogy Carmichael, “There is no Greater Lover” di Isham Jones). I brani scritti da Bosso sono terreno fertile per creare un linguaggio comune sul quale innestare spunti solistici di notevole bellezza.

Purtroppo per me il festival di Ambria finisce qui, ma si è trattato di un arrivederci di gran classe.

 

 

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