DIARIO DI UN TURISTA DELLA MUSICA – 2. I Fantasmi del Palcoscenico

Da tempo ho notato un’inedita abitudine invalsa nell’organizzazione di rassegne jazzistiche, anche da lungo tempo stabilite ed avviate.
Al momento della presentazione sul palco delle formazioni di scena, viene menzionato solo ed esclusivamente il nome del leader. Non è questione di brevità, dato che queste introduzioni comprendono qualche informazione sulla passata carriera dell’artista ed anche sulle sue trascorse relazioni con la manifestazione, ove esistenti.
La consultazione dei siti web mette di fronte alla stessa lacuna. Paradossalmente, talvolta gli organici delle formazioni si rinvengono su programmi presumibilmente chiusi in tipografia giorni prima.
Una trasandatezza diffusasi a macchia d’olio in nome del livellamento al minimo comun denominatore? Una astuzia deliberata per mettersi al riparo da rimpiazzi dell’ultimo momento, frequenti nelle tourneè jazzistiche? Nessuna di queste spiegazioni appare convincente, soprattutto perché testimonierebbe un dilettantismo ed un’approssimazione che non appartengono a chi se ne rende autore, che quasi sempre ha alle spalle interi decenni di consuetudine con il mondo del jazz.
Diciamo che è più probabile ipotizzare nei ‘presentatori’ una preventiva ed aprioristica valutazione di irrilevanza di queste informazioni per il pubblico, evidentemente ritenuto condizionato dalle convenzioni del pop, per le quali l’unica voce che conta è quella del leader, gli altri sono solo comprimari intercambiabili. Il che è come dire che Miles Davis suonava sempre alla stessa maniera, che avesse di fianco Wayne Shorter o John Coltrane, oppure Red Garland od Herbie Hancock.
Rimaniamo su di un terreno miseramente utilitario: il rendimento di molti leader di oggi è pesantemente influenzato dalla band che la sostiene, sia nel bene che nel male, come alcuni esempi dei giorni scorsi mi hanno tangibilmente dimostrato. Spesso i direttori artistici scritturano un gruppo sulla scorta di quello che ascoltano in un’occasione, poi si ritrovano sul palco formazioni rimaneggiate e ridimensionate, che talvolta fanno sorgere interrogativi sui motivi della loro scelta precedente. Quindi anche la sola cautela suggerirebbe di non passare in cavalleria la composizione degli organici che concretamente salgono sul palco.
Questo per tacere di quisquilie come il fatto che il jazz è creazione collettiva, che ciascuno suona in modo diverso a seconda del contesto in cui è inserito, e che talvolta sono molto più interessanti ed originali certi sidemen che leader giunti creativamente a fine corsa.
Ma evidentemente queste finezze non sono comprese nel modico prezzo dei biglietti……… Milton56

 

1 Comment

  1. Postilla a me stesso (sì, lo so, è grave🤔…. ).
    Mi rendo conto ora di aver trascurato una ipotesi rilevante. la ‘spotifycazione’ del concerto. Anche la musica dal vivo si ‘liquefa’ sul modello di quella digitale, da sempre indifferente ai contributi di gruppo, salvo qualche simbolico – e patetico – tentativo recente, rimesso peraltro allo scrupolo dei cessionari del contenuti. Il palco come periferica dell’ I-Pod o dello smartphone, “Il Nuovo che avanza”, come diceva sarcasticamente qualcuno anni fa. Ma adesso c’è poco da ridere, però…. Milton56

    "Mi piace"

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