Red Kite :questo non è jazz?

Siamo tutti cresciuti ascoltando rock e musica heavy”, ma in seguito abbiamo scoperto il jazz, il prog e ogni altro genere di eccitante musica. Per noi è solo musica, al punto che ora tutto si scioglie in un unico grande calderone creativo”.

Mentre sento già fischiare sulle orecchie le pallottole dell’ortodossia, data l’idea di presentare un album di (apparente) rock psych/ heavy in un magazine rivolto al  jazz, penso che in fondo questa, autografa del batterista Torstein Lofthus, sia la migliore definizione della musica dei Red Kite, sorta di supergruppo norvegese  nato da diverse esperienze ( i gruppi Bushman’s Revenge, ed Elephant 9 fra gli altri ), e composto dal chitarrista Even Helte Hermansen, dal bassista Trond Frønes, dal tastierista Bernt André Moen  oltre al batterista  Lofthus. Una delle tante belle scoperte dell’etichetta RareNoise.

Cosa frulla in testa a chi scrive per forzare in questo modo il mezzo comunicativo di cui dispone? Voglia di provocare i lettori pronti a recepire proposte mainstream, free, sperimentali o financo fusion, ma giammai fumiganti chitarre impegnate in psichedelici duelli? Tentativo di “snaturare” l’inflessibile manifesto estetico di Tracce di Jazz? Niente di tutto questo. Solo che l’ascolto di questo Red Kite,  mi  ha suscitato una definizione immediata : una trama jazz costruita con linguaggio heavy rock. Non si parla qui di commistione, jazz/rock o fusione, ma di un rapporto fra forma e contenuto. La prima è   articolata su robusti riffs hard/heavy e condotta da chitarre e  tastiere elettriche sostenute da un tappeto percussivo che non ha la levità come  principale caratteristica. Il secondo vive di lineari tematismi, talvolta sovrapposti fra loro, e fughe improvvisate che alternano momenti di parossismo e di libertà espressiva in un clima generalmente orientato alla saturazione dello spettro sonoro. Le assonanze sporadiche con gruppi quali Mahavisnhu Orchestra o King Crimson rilevate da alcuni commentatori, pur in parte condivisibili (io per buona misura, nel gioco delle assonanze aggiungerei dosi di Soft Machine e Nucleus) , non paiono però rendere giustizia ad una proposta che sfugge al tentativo di classificazione proprio per la sua natura eclettica.  Ci sono anche indizi espliciti delle frequentazioni jazz, a partire dalla cover di “Ptah, the El Daoud” di Alice Coltrane (1970), che apre il lavoro, lasciando intatta la linea di basso originariamente di Ron Carter, ed il tema di sassofono, per costruire  una veste sonora decisamente più oscura ed elettrica dell’originale. Sulla medesima falsariga si pongono le  geometrie tematiche e gli unisono dominati dalla chitarra di  “13 Enemas For Good Luck”, immersa in una densa cortina elettrica e sferzata dalla marziale  ritmica.  Uno dei cinque lunghi brani poi, il più luciferino e caotico, sviluppato su una base ritmica sincopata quasi fosse un boogie e con un lungo solo di tastiere prog, si  intitola “Focus on insanity” e l’omaggio ad Ornette Coleman è più che evidente. Quando infine decidono di ridurre i decibel,  i Red Kite rivelano altrettanta originalità, costruendo ricercati dialoghi strumentali sullo sfondo di   scenari rilassati ed accattivanti ( “Flew a Little Bullfinch Through the Window”) o più enigmatici e psichedelici (“You Don’t Know, You Don’t Know, You Don’t Know”) . Insomma materiale per i curiosi senza pregiudizi ce n’è in quantità.

Io mi limito a segnalarlo e, prima di pubblicare, corro  ad indossare casco e giubbotto antiproiettile.

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