JOEL ROSS, (VERY) ‘GOOD VIBES’……

Idee molto chiare dietro le lamelle, come si può ben vedere……

Un altro debutto italiano, quello di Joel Ross, peraltro in qualche modo annunziato dal suo album ‘Kingmaker’, che all’uscita vi segnalammo ‘in corsa’, con riserva di approfondimento. Il disco nel frattempo ha camminato egregiamente sulle sue gambe, creando notevole impressione negli States, al punto che persino da noi ne è giunta qualche eco. Pressocchè obbligatorio quindi cogliere l’occasione di una verifica sul palco di quello che si annunzia come un talento rilevante e precoce.
Anche qui sale sul palco un’altra band molto coesa, in parte sono i musicisti di ‘Kingmaker’ (Wilkins, Corren), ma affiancati da altri meno noti la cui sintonia con il giovane leader rivela anche in questo caso alle sue spalle l’esistenza di un più esteso ed omogeneo milieu musicale.

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A mio avviso un ascolto ineludibile di questo 2019

Anche qui, come nel caso di Marquis Hill, si assiste ad un percepibile slittamento della performance live rispetto al notevole exploit discografico.
Il Joel Ross solista è quello che conosciamo e che già si è mostrato nel concerto a fianco del vecchio compagno Hill: un vibrafono ‘percussivo’, fraseggio incisivo ed a tratti quasi martellante, colore vivido e cangiante. Come già osservato, un’intera linea dello strumento – quella che può esser identificata nella scuola del grande Bobby Hutcherson, per dirla in breve – è una pagina ormai voltata.
Tuttavia l’irruenza vitalistica che contribuiva non poco al fascino di ‘Kingmaker’ è in qualche modo frenata e disciplinata sia in Ross che nell’insieme del suo gruppo: nel set perugino si è avvertita una sfumatura più riflessiva e meditativa

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Immanuel Wilkins, un partner ideale

Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un’intesa di gruppo del tutto impeccabile, che conosce il suo vertice nella relazione telepatica tra Ross e l’alto di Wilkins, il quale reagisce per contrasto alla personalità del suo leader: il suo sax sviluppa un fraseggio perlopiù pacato, quantomai attento alla melodia, sviluppato su tempi mai troppo veloci e con un suono chiaro e talvolta un po’ distante. Non manca però qualche momento occasionale di forzatura del registro acuto dello strumento: a tratti mi è sembrato di cogliere anche qualche remota eco dell’Ornette Coleman più lirico.
Nonostante i 23 anni, Ross si dimostra sul palco un leader sicuro e generoso nel concedere ampii spazi ai suo compagni, ripagato con un’interplay anche qui di prima classe, quale purtroppo noi siamo disabituati perché salve rarissime (e quasi silenti) eccezioni la nostra scena sembra fatta apposta per frantumare e disperdere qualsiasi identità di gruppo (e resto del parere che a questo proposito anche noi del pubblico dovremmo fare la nostra autocritica). L’unico componente che a taluni può esser sembrato un po’ discosto dalla cifra stilistica di gruppo è il pianista Jeremy Corren: nei suoi assoli si nota la sua formazione di impronta accademica ed europeizzante, un fraseggio fluente, alieno da grandi escursioni dinamiche e prevalentemente centrato su di un registro medio, con qualche occasionale compiacimento tardo romantico. Ma anche in un’impostazione un po’ ‘laid back’ traspaiono egualmente, anche se un po’ sotterranee, le tensioni che fanno riconoscere il jazzista di razza. Del resto, la scelta di un pianista in parte distante dalla personalità del suo leader ha anche la funzione di agevolare la non semplice coesistenza nella stessa band di vibrafono e pianoforte, che competono all’incirca nello stesso registro e ruolo strutturale.
Anche in questo gruppo la batteria di Kush Abadey ha un gran ruolo con un beat pervasivo e quantomai variato negli accenti e nei colori: non passerà nemmeno qualche giorno che mi troverò a rimpiangere a calde lacrime questi batteristi così duttili e pieni di sfumature…. ma questa è un’altra storia. Anche la bassista Mendenhall ha goduto di un raccolto ed intenso momento solistico.
Più fortunato dell’amico Marquis Hill (che è stato evocato con un bel tema del suo “Modern Flows vol.2”), Ross ha goduto di una platea più folta ed egualmente calorosa, anche grazie alla meno penalizzante collocazione pomeridiana. Resta il fatto che l’Umbria Jazz di non molti anni fa una ‘prima’ di questo calibro se la sarebbe giocata senza esitazioni sul palco di S.Giuliana, imponendo anche all’attenzione di media distratti e superficiali un talento che noi invece seguiremo con molta attenzione e speranza. Milton56

Joel Ross, vibrafono
Immanuel Wilkins, sax alto
Jeremy Corren, piano
Kanoa Mendenhall, basso
Kush Abadey, batteria
Teatro Morlacchi, Perugia, 18 luglio 2019, Umbria Jazz

Un assaggio del concerto di Perugia….

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