Il talebano brontolone

Herbie Hancock–  John McLaughlin – Stefano Bollani  – Chuco Valdes – Archie Shepp – Mingus Big Band– The Messenger Legacy – Rymden – Nik Bartsch – Kenny Barron – Melanie De Biasio – Wooten Brothers – Enrico Rava – Delvon Lamarr – Uomini in Frac – Judith Hill – Paolo Fresu – Gianluigi Trovesi Gianni Coscia – Enrico Intra – Ambrose Akinmusire – Patrizio Fariselli – Bosso/Guidi – Kokoroko – Kassa Overall – Hiromi – Spyro Gyra – Tuck & Patty – John Scofield e molti altri….

Lunga vita a JazzMi. Non mi posso però esimere da qualche riflessione: centinaia di artisti coinvolti ma, a parte qualche bagliore, direi che è un programma che lascia molto tiepidi. Nomi affermati, incassi sicuri certo, ma poca voglia di rischiare, nessuna scelta coraggiosa, tanto meno sui nomi italiani.

Per carità, è solo il parere di chi come me per ogni concerto deve programmare 4 ore di viaggio tra andata e ritorno, ma grossi stimoli non ce ne sono. Per un appassionato non di primo pelo si tratta di nomi abbondantemente visti, e per quanto si tratti di stelle di prima grandezza, almeno adoperando il metro comune del business, c’è ben poco di nuovo fatte salve poche eccezioni.

Non dubito che i teatri ed i clubs faranno il pieno, anzi, me lo auguro. Spero solo che tutto questo infonda “coraggio” per le prossime edizioni….

 

Questo scrivevo nel 2016 sulla precedente versione di Tracce di Jazz ormai non più in linea. Tanta acqua è passata sotto i ponti ma poco è cambiato a JazzMi. Rimane un grande festival sopra potete leggere i protagonisti di questa edizione, l’unico ormai di respiro internazionale che anima Milano, ma siamo sempre li’: nomi arcinoti passati innumerevoli volte in città, nessuna o quasi apertura ai nuovi fermenti  provenienti dagli States, nemmeno una piccola incursione tra le nuove leve italiane tra le quali non posso certo annoverare l’Artchipel, una meravigliosa orchestra ma che a Milano è di casa. Se poi si dà una occhiata al costo dei biglietti ci si convince che il festival non è fatto per lavoratori precari. Da 40 a 80 euro più prevendita (quest’ultima un vero furto legalizzato) per Hancock, certamente un maestro ma abbondantemente visto e non certo nella fase più ispirata della sua carriera, mi paiono eccessivi. Eppure sul sito del festival compare la dicitura Sold Out, quindi non datemi retta, sono il solito talebano brontolone che non riesce ad entusiasmarsi per nomi consumati fino all’usura ma che tanto vanno per la maggiore. Infine, una certezza ormai acquisita: a JazzMi non sanno che farsene del “coraggio”….

 

10 Comments

  1. A volte fossilizzarsi su nomi che sicuramente chiamano solo per gli incassi, non è cosa buona. Trovo importante rinnovarsi, magari lasciando uno o due nomi importanti in cartellone. Ma far conoscere anche chi tenta nuove strade penso sia positivo sempre. Buona serata. isabella

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    1. E’ esattamente quello che cercavo di comunicare: vanno benissimo i grandi, anche se ahimè ormai del passato, ma dovrebbe esserci uno spazio importante anche per le nuove idee. Se predomina la logica del profitto invece inevitabilmente il festival ha fiato corto, perlomeno secondo l’opinione di chi il jazz lo segue da decenni e trova quantomeno poco stimolante presentare per l’ennesima volta i soliti nomi (non voglio negare i festeggiamenti a Rava, un personaggio fondamentale per il jazz italiano, ma vedere in programma Fresu, Bollani, Intra, Trovesi sa di polveroso e stancamente ripetitivo).

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    2. Sai, questa cosa mi ricorda le mostre d’arte. Mostra su Chagall (per dire…), poi di quadri suoi ce ne sono due o tre e il resto è un’esposizione di illustri sconosciuti, magari suoi contemporanei.
      Qui le cose stanno un po’ al contrario: un solo nome illustre come “specchietto per le allodole”, e il resto… boh!

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    1. Più che coraggio direi indipendenza: ho lavorato in ambito decisamente diverso dalla musica, conosco pochissimi addetti ai lavori e ancor meno musicisti, non ho di conseguenza le mani in pasta, nessun “amico” da garantire, nessuna pubblicità da salvaguardare, nessun profitto da perdere, nessun voto di scambio da esigere. E inoltre so benissimo che la mia è una semplice opinione che non incide e che conta poco più di niente, però è il frutto di decenni di passione e di frequentazione di concerti e festival. Inoltre, purtroppo, pareri “diversi” è ben difficile leggerli da altre parti. Il mondo del jazz italiano, che fortunatamente ho solo sfiorato, mi sembra rancoroso e ben poco attraente. Meglio essere un outsider

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    2. Concordo. Essere se stessi liberi e senza dover accettare compromessi è il risultato più alto da perseguire e pochi ci riescono. Sei una persona fortunata. Un augurio. Stai sempre così. Fuori dal gregge. Sarai sempre soddisfatto di te qualunque strada vorrai scegliere… 💞

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    3. Giusto: indipendenza. Io ho conosciuto personalmente almeno un paio di bravissimi jazzisti, anche abbastanza conosciuti, e non ho mai letto i loro nomi nei programmi dei festival o dei concerti.
      E, tramite loro, ho saputo che sì, il mondo del jazz è molto rancoroso.
      Bene, fa piacere leggere “pareri diversi”, qui.

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  2. Concordo. Essere se stessi liberi e senza dover accettare compromessi è il risultato più alto da perseguire e pochi ci riescono. Sei una persona fortunata. Un augurio. Stai sempre così. Fuori dal gregge. Sarai sempre soddisfatto di te qualunque strada vorrai scegliere… 💞

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