Al Foster – Inspirations and Dedications

Al Foster
INSPIRATIONS & DEDICATIONS
Smoke Sessions
Prezzo € 20,00

Girata la pesante boa delle 75 primavere il celebre batterista Al Foster è entrato in sala d’incisione alla testa di una band stellare per omaggiare chi gli è stato fonte d’ispirazione e per dedicare musica originale a chi lo ha accompagnato nella vita, lontano dai riflettori. Ci sono solo due standard, posti all’inizio ed alla fine del disco,  “Cantaloupe Island” di Herbie Hancock (dal clamoroso Empyrean Isles, Blue Note 1964, alla batteria c’era il collega Tony Williams) e “Jean Pierre” di Miles Davis  (We Want Miles, Columbia del 1982 con Foster stabilmente nei gruppi davisiani del periodo), brani amati da sempre e proposti con rigoroso drive, controllato e potente come da marchio di fabbrica.

 

Nel resto del disco facciamo la relativa conoscenza della famiglia Foster attraverso degli originals assai ben congegnati, dedicati alle gioie di nonno (“Jazzon” è uno spiritoso blues ed anche il curioso nome di un nipotino), al dramma enorme della perdita del figlio trentenne (“Brandyn” in trio pianistico, seguita da una toccante “Our Son”, con un Jeremy Pelt da brividi), ad altre figlie (deliziosi gli excursus latin di “Samba de Michelle” e di “Monique” ) e ancora amori ed amicizie (“Bonnie Rose”ancora  in piano trio, con magnifico assolo di Doug Weiss, l’amico bassista compagno di mille incisioni, a sua volta poi esplicitamente omaggiato in “Douglas”).

La scarna discografia come leader di Al Foster – se si tolgono un paio di Live estemporanei i dischi a suo nome si contano sulle dita di una mano – si arricchisce qui dell’opera più compiuta, i tipi della Smoke tengono fede alla loro recente e meritata fama ed il gruppo, dove oltre ai citati Pelt (tromba) e Weiss (basso) troviamo Dyana Stephens ai sassofoni e Adam Birnboum al pianoforte, fila che è una meraviglia, come fossimo in un Blue Note degli anni ’60, sostenuto e stimolato da quell’asso dei membranofoni che nelle liner notes dice con umiltà quel che tutti pensano. “Sono stato davvero benedetto. E’ una cosa fenomenale che io abbia potuto suonare con Miles, Herbie, Sonny Rollins, Dexter Gordon, Stan Getz. E’ come se un grande sogno di un bambino fosse diventato realtà”. Tocca all’ineffabile groove di Jean-Pierre chiudere un disco di puro mainstream jazz, che con semplicità centra il bersaglio che si era posto e suona compatto e divertente.

(Courtesy of AudioReview)

 

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