Abii ne viderem (Mi allontano per non vedere)

Umbria Jazz 2020, colpo grosso: “Lenny Kravitz al Santa Giuliana”
Colpo grosso di Umbria Jazz 2020? Secondo il Corriere dell’Umbria il festival sarebbe a un passo dalla chiusura della trattativa per portare a Perugia Lenny Kravitz.

L’ipotesi, riportata dal quotidiano, è di un concerto della star americana al Santa Giuliana il 10 luglio, in apertura. La trattativa con il managmet dell’artista sarebbe in fase avanzata.

Fonte: http://www.perugiatoday.it/eventi/umbria-jazz-2020-lenny-kravitz-concerto.html?fbclid=IwAR1qA6XU9p3QZNM9_AgFwsX4lUs-MnCJXhAwEdkkX0nt3jfXi-CG9gm7aqg
 
Nel 2007 Umbria Jazz è stata oggetto di uno studio dei professori Bracalente e Ferrucci del Dipartimento di Economia dell’Università di Perugia con l’obiettivo di individuare ed analizzare l’impatto economico del festival nella città di Perugia.

I risultati furono molto lusinghieri, e dimostrarono che per ogni euro investito nella manifestazione se ne producevano tre di ricavi a favore dell’economia urbana.

L’evento produce infatti effetti positivi in termini di: 1) notorietà dell’Umbria e di Perugia; 2) flussi turistici; 3) incremento del volume d’affari delle attività commerciali; 4) incremento delle presenze nelle strutture museali.

Fonte: https://www.umbriajournal.com/umbriajazz/umbria-jazz-fa-bene-alla-societa-levento-produce-infatti-effetti-positivi-330835/?fbclid=IwAR2P0t3WIixSwYAY0zCum9zhP_WXpqmhxQ6ga89cPCqyVzaEcf1GrMrxlSQ

La mia opinione su Umbria Jazz l’ho espressa diverse volte e non ha senso che mi ripeta davanti all’ennesimo annuncio di “colpi grossi” che di fatto sono conferme della decadenza culturale e artistica che da anni affligge la maggior parte dei festival jazz di grossa cilindrata economica. Spesso ho espresso il concetto che la direzione artistica di un festival tipo UJ viene di fatto esautorata dagli sponsor per motivi puramente di profitto. Rimane, come contentino e per salvare la faccia davanti ai media più competenti, un pugno di concerti , meglio se ad orari impossibili, in cui è possibile ascoltare dei jazzisti, di solito pescati in un elenco che non va oltre i trenta/quaranta nomi, quindi invariabilmente negli anni sempre gli stessi, con poche ed isolate eccezioni.

Naturalmente questo tipo di operazioni viene sbandierato come “apertura” verso gli altri generi musicali, dimenticando che la musica jazz è di per sè una spugna che assorbe qualsiasi altro genere e lo metabolizza in un linguaggio nuovo. Tutte cose viste ed ascoltate decine di volte, l’ultimo festival che “si apre al nuovo” è Ascona (sigh), e che producono immancabilmente pochi e deleteri effetti: programmi degni del festival di Sanremo (negli ultimi anni, fatte le debite proporzioni, sono circolati più jazzisti nella città ligure che a Perugia…), pubblico che pian piano muta e cambia pelle, isolando e respingendo sempre più l’appassionato jazzofilo a favore di una massa dai gusti standard omogeneizzati da format televisivi scadenti e da programmi radio demenziali.

Si tratta di un fenomeno che non riguarda solo Umbria Jazz ma che pian piano sta stravolgendo la geografia di quelli che un tempo sono stati grandi festival jazz. Perfino un festival di tendenza come quello di Sant’Anna Arresi quest’anno ha programmato a sorpresa nientepopodimeno che il Mozart de noantri, l’ineffabile Giovanni Allevi. E a poco sono valse le parole di Basilio Sulis:

Ma se “Ai confini tra Sardegna e Jazz” avesse voluto commercializzarsi non avrebbe aspettato il 2019, e non è nella piazza del Nuraghe ma in altri festival che nella loro intestazione si fregiano del termine “jazz” che in questi anni si sono ascoltati Gino Paoli, Raphael Gualazzi, Massimo Ranieri e Fiorella Mannoia: festival dove non si ascolteranno mai Mats Gustafsson o Tyshawn Sorey; mentre altri festival non mettono in cartellone musica leggera ma fanno scelte più piacione o comunque più prudenti di “Ai confini tra Sardegna e Jazz”.

Fonte: https://www.radiopopolare.it/2019/09/sant-anna-arresi-jazz-festival-da-salvaguardare/
Tutto vero, ma come era facilmente prevedibile, Allevi, corpo estraneo in un festival come quello di Sant’Anna Arresi, non ha nemmeno prodotto un rimescolamento di pubblico: così come sono arrivati, i suoi fan alla fine della sua esibizione se ne sono andati senza nemmeno seguire la seconda parte della serata, e se perfino il recensore di Musica Jazz stronca senza appello la prova del capelluto pianista (siamo abituati a leggere tra le righe su MJ, roba da manuale Cencelli sopratutto se si tratta di artisti italiani) , ciò significa che certe operazioni non solo non hanno ne capo ne coda ma sono deleterie a tutti gli effetti.

Manco da Perugia, città che amo, da tanti anni: davanti alle scelte di Pagnotta ho preferito privilegiare festival più vicini ai miei gusti e al borgo dove abito. Abii ne viderem….giusto per citare la bellissima composizione del georgiano Giya Kancheli scomparso da pochi giorni.

 

 

1 Comment

  1. Un paio di osservazioni. L’interessante studio universitario sui ‘ritorni’ di Umbria Jazz per il territorio (prescindiamo da ogni considerazione sui retrostanti di quest’impostazione) risale al 2007: anno in cui a Perugia non ci si era dati ancora a frenetiche ed improbabili ibridazioni, ma si mandava in scena un dignitoso cartellone, quantomeno coerente con la ragione sociale della manifestazione (che allora non si reggeva anche su cospicui finanziamenti pubblici). Ancora più incomprensibile le scelte successive, che tra l’altro talvolta hanno portato ad incassi non all’altezza dei massicci costi comportati dai ‘divi’ scritturati.
    Ancora S.Anna Arresi. Se si sta alle dichiarazioni ufficiali, la presenza di Allevi continua ad essere un mistero inesplicabile. C’è qualcosa che non viene detto….. Altra cosa che lascia perplessi è la serie veramente preoccupante di forfait dell’ultimo minuto (o quantomeno comunicati in zona Cesarini) da parte di importanti musicisti in cartellone, alcuni dei quali tra l’altro habituee del Festival. Proprio perchè S.Anna Arresi è stata per anni un vero ed insostituibile ‘unicum’ nel panorama delle manifestazioni musicali italiane, sarebbe il caso di avviare un sereno dibattito per mettere argine ad una deriva che rimane sotto molti versi incomprensibile.
    Infine, un mio chiodo fisso: la responsabilità oggettiva di una consistente e facoltosa fascia di pubblico che, cresciuta con partecipate occasioni di ascolto di tutt’altro spessore, dimostra un desolante regresso di gusti e di capacità critica. Milton56

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