JAMES BRANDON LEWIS, IL ‘QUINTETTO RIBELLE’

Ancora centinaia di chilometri per la musica. Ma il primo appuntamento live con James Brandon Lewis ed il suo Unruly Quintet non potevo assolutamente perderlo, dopo aver mancato in passato pochissime altre occasioni. E così eccoci in una Padova umida e piovosa, ma da invidiare per la quantità e soprattutto la qualità delle occasioni musicali: parte ora il Padova Jazz Festival, che poggia su di una tradizione che rimonta addirittura agli anni ’50 (en passant, Padova è la città che ha visto gli esordii di Franco Fayenz, una delle più belle teste della letteratura jazzistica italiana).

Ed il festival veneto debutta proprio con James Brandon Lewis, il lusso di un vistoso distacco con la stagione che abbiamo alle spalle, piuttosto piatta e grama.

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Il ‘Manifesto Ribelle’ purtroppo ha avuto distribuzione sporadica…..

Brandon Lewis sembra aver scelto di ‘giocare in casa’, riproponendo i materiali e la medesima struttura della formazione dell’ultimo disco ‘’An Unruly Manifesto’”, una bella prova di qualche mese fa in cui per la prima volta dopo molto tempo il nostro esce dalla prediletta formula del trio, dilatandolo per inoltrarsi nella dimensione più complessa ed articolata di un quintetto.

Ma le apparenze ingannano, mai come questa volta. Rispetto al disco a fare la differenza è Ava Mendoza, giovane chitarrista di chiare ascendenze rock (ma di quello meno autocompiaciuto e ‘seduto’ sul suo passato), che stravolge completamente gli equilibri del gruppo rispetto alla formazione del disco che vedeva al suo posto Anthony Pirog.

Va detto che Brandon Lewis è leader ‘generoso’, che nella più ampia formazione concede largo spazio ai sidemen: in particolare alla trombettista Jamie Branch, molto in linea con lui nel suo lirismo controllato, ma assorto e segretamente dolente come quello del suo leader; non sono casuali i frequenti unisoni tra la sua tromba ed il sax tenore di Brandon Lewis, che da subito si configurano come la vera frontline del gruppo.

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Ava Mendoza, una grande ‘differenza’

Tutt’altro discorso per Ava Mendoza, che costantemente riveste il ruolo di ‘battitore libero’, di destabilizzante controcanto rispetto al resto della band: anche quando da lei ci si attenderebbe un ruolo di cerniera armonica simile a quella del piano, la Mendoza inserisce dei riffs sghembi e contrastanti con il discorso dei compagni, dialettica interna rafforzata dagli evidenti accenti rock della sua chitarra: il contrasto finisce per evidenziare la marcata essenzialità ed efficacia dei temi del gruppo, che si incidono a fuoco nella memoria dell’ascoltatore.

In un gruppo che ha la sua cifra principale in una inscalfibile compattezza è elemento di dinamismo e di fascino indubbio. Oltre alla citata dialettica interna, la vera sorpresa rispetto alla prova in studio è costituita dalla travolgente energia trasmessa dalla band, incalzata da una granitica ritmica, in cui la batteria di Warren Cudrup III non conosce un solo momento di lineare scansione; il basso elettrico di Luke Stewart dovrebbe poi esser preso a modello da molti colleghi per la misura ed al tempo stesso l’intensità di cui è capace . A questo punto si potrebbe pensare ad una qualità un po’ ruvida e grezza dell’insieme di gruppo, che viceversa mostra un millimetrico incastro ed un’impeccabile rifinitura delle sue diverse e complesse componenti, che tengono inossidabilmente anche nei momenti di maggior tensione e saturazione del discorso musicale. Epicentro di questa vulcanica esplosione di energia è il sax del leader, che nonostante la sua temperatura spesso incandescente, non cede mai nemmeno un grano del perfetto controllo del suo suono, personalissimo nella sua abrasiva asprezza, e soprattutto del suo fraseggio di impeccabile solidità e nitidezza. Decisamente Brandon Lewis è uno capace di cesellare anche metallo al calor bianco.

Quella dell’Unruly Quintet è musica accesa di passione e di urgenza, niente acquerelli diafani o monocrome ed algide aurore boreali: ma non mancano improvvisi cambiamenti di passo, momenti di raccolta distensione in cui comunque l’inarrestabile pulsazione del gruppo continua comunque a serpeggiare come la fiamma tra le braci. Gli echi della tradizione della black music, anche la più arcaica e terrosa, continuano a risuonare senza posa. In queste fasi si può più ammirare la ricca tavolozza di timbri del sax di Brandon Lewis, capace di sfoderare anche un suono vellutato e velato degno di un balladeur di gran classe, risorsa sin qui insospettata da chi lo aveva ascoltato solo su disco.

Il gruppo procede al ritmo travolgente di un treno in corsa nella notte, senza un momento di caduta di tensione ed intensità: tra le sue roventi sonorità si affacciano inequivocabilmente le dichiarate e rivendicate radici: è onnipresente lo spirito del blues (l’irrinunciabile anima del jazz), c’è un’intensa evocazione di Charlie Haden (uno dei maestri di Brandon Lewis) con Stewart in tutta evidenza, ed un finale consacrato all’ancestrale futurismo di Ornette, se non sbaglio il ‘Broken Shadow’ che figura dal vivo in quel tesoro da poco (e per poco?) dissepolto che è ‘Crisis’, il live di Ornette del 1969.

Le ‘ombre spezzate’ in ‘Crisis’: Ornette, Dewey Redman, Don Cherry, Charlie Haden e Denardo Coleman dal vivo nel 1969. Che la copertina di questo inafferrabile disco abbia qualcosa a che vedere con la sua più che quarantennale sparizione?

Nonostante la sua stratificata complessità e ricchezza di rimandi, la musica rimane sempre di una contagiosa e bruciante comunicativa, ritengo anche per un pubblico giovane, cui pur potrebbero sfuggire le sue intricate ascendenze.

Per me, forse l’ascolto più coinvolgente ed affascinante dell’ultimo annno. Del resto anche la platea dell’Astra Porto (tra l’altro, suono eccellente per una sala cinematografica) appariva visibilmente soggiogata, anche se un tantino troppo ‘compassata’: ai miei tempi questi 90 minuti di adrenalina pura avrebbero fatto tremare la sala dalle fondamenta… ragazzi, non è tempo né luogo di ‘stare composti’…… Milton56

Unruly 5tet, North Sea Festival luglio 2019. La ripresa amatoriale non rende giustizia alla compattezza del gruppo, ma il calore arriva egualmente…

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