Brave New World Blues….

E’ la temperatura a cui brucia la carta, chissà i vinili od i cd……. Francois Truffaut su Bradbury, 1966…

Un post molto bello, quello di Andbar – avrei voluto scriverlo io: partendo da un piccolo episodio di vita quotidiana tocca cose molto profonde. Non resisto a dire la mia, ma premetto che lo farò ‘a colpi di sciabola’, sia per ragioni di brevità, sia per passione. Qualcuno si dorrà di qualche riga od appunto, ma di appeasement in giro ce n’è già così tanto, e non mi sembra che il mondo ne abbia guadagnato granchè.

Iniziamo con i famosi valori di scambio e quelli di uso. Ad esser sincero, dei valori di scambio attribuiti da un’economia che ormai si alimenta essenzialmente di distruzione (non solo delle cose, ma anche delle persone e di ciò che gli è necessario per vivere) poco me ne importa, per dirla così. Nel 2008 abbiamo avuto una breve premonizione degli abissi di vuoto su cui si scivola questo Titanic su cui viaggiamo, io ho alzato una barriera di sistematica diffidenza ed incredulità di fronte al suadente ed ormai delirante equipaggio che lo pilota. Non mi aspetto di monetizzare una passione, che è qualcosa di insuscettibile di valutazione economica, soprattutto oggi. Se dovessi portare dei miei album a qualche negozio dell’usato, lo farei essenzialmente con l’aspettativa di dare una seconda vita a questi oggetti, consentendo a qualche sconosciuto di condividere le mie emozioni anche se ha pochi spiccioli in tasca.

Nel futuro di Truffaut e Bradbury, la missione dei pompieri è di appiccare il fuoco ai libri…. idea già un po’ sfruttata, però………

Gli scaffali dell’usato, appunto. Condivido le emozioni di Andrea, anch’io mi sono trovato davanti a serie di dischi che rappresentavano l’immagine del gusto, del mondo di una persona, e la cosa mi ha creato un po’ di pensieri e di malinconia: ma poi mi dico che è meglio che certe cose miracolosamente approdino nelle mani di chi le sa apprezzare, piuttosto che finire in una discarica. Certo, qualcuno ci guadagna (con una certa aliquota di rischio, se non attrae il pubblico giusto), ma alla fine sono sempre semi di musica che si spargono in un deserto. Recentemente ho comprato più simpatici (e spesso introvabili) dischetti da 5 euro (che nonostante gli anni erano quasi sempre conservati con amore) che nuove produzioni di un’industria che nei suoi massimi esponenti ha perso da tempo la bussola.

La ‘musica liquida’: per me grande ed effimera ubriacatura tecnofila (intorno a cui gira un bel mercato, tra l’altro). Quella custodita tra le quatto mura domestiche deve fare i conti con precarietà e scarsa durabilità dei supporti materiali (soprattutto gli hard disk, autentici grammofoni digitali progettati per durare al massimo due-tre anni), inaffidabilità dell’interfaccia tra diversi dispositivi e della migrazione tra supporti diversi: tutti problemi toccati personalmente con mano in un volonteroso tentativo di approccio alla materia (spesi pure inutilmente euri 90 per un’unità di memoria SSD che prometteva mirabilia….). Se ci importa poco di portare con noi nel tempo la nostra musica, i supporti digitali possono essere una buona soluzione di arredamento, se parliamo di passione per una cosa che ti serve per vivere, beh, abbiamo decisamente sbagliato indirizzo.

Dello streaming non ho difficoltà a dire che è un buon strumento di esplorazione, ma solo in mani esperte e scafate, che sappiano cosa cercare ed integrino le scelte e gli ascolti con informazioni esterne, strutturalmente assenti nelle varie piattaforme. Gli ascolti seri e gratificanti si fanno altrove e con altri mezzi, però. Quanto alle compilation arbitrarie con cui si frullano opere anche importanti, presentarle subdolamente come novità o mescolarle agli album ‘veri’, quelli effettivamente concepiti dai musicisti, è cosa altamente discutibile anche sul solo piano commerciale. Quanto a quelle ‘tematiche’, una volta si arrivava al massimo al ‘jazz for lovers’, ora abbiamo il ‘jazz per spolverare’, quello per la fitness etc.: qui siamo alla ‘musica tappezzeria’, uso per il quale il vero jazz si presta molto poco, tra l’altro. Qui c’è una grossa responsabilità dei titolari dei diritti, che trattano il materiale di repertorio da loro custodito come se fosse roba da liquidare a peso, un cent al megabyte, con licenza di farne strame dal punto di vista estetico e musicale. In mano a persone inesperte e che cercano sinceramente di farsi un’idea di una musica che non conoscono, lo streaming è uno strumento inutile, anzi frustrante e fuorviante, indirizza solo ad un consumo complusivo. E tra un po’ rischieremo di sentire sempre più musica a metraggio concepita espressamente per questo tipo di fruizione. Ah, dimenticavo una cosa importante: gli imperi del web hanno tutti fondamenta di sabbia, è molto probabile che tra due o tre anni degli attuali colossi  dello streaming rimanga a stento il ricordo. Comunque se a qualcuno piace cosi, che dire? mi spiace per lui: tra l’altro mi viene da pensare che Himmler e Beria si sarebbero commossi alle lacrime di fronte alle possibilità censorie e di controllo culturale e politico offerte dalle attuali piattaforme web. Al confronto l’utopia negativa di Bradbury e Truffaut fa quasi sorridere…..ormai non c’è più bisogno nemmeno di tizi che girano in grembiule d’amianto con il lanciafiamme al servizio di un Grande Fratello, abbiamo l’asettico e discreto Mercato … maiuscolo pure lui, naturalmente.

.. ma ci sono sempre gli ‘uomini libro’ che resistono…..

 

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