JAZZMI 2019, LE PAROLE. ECM SECONDO CLAUDIO SESSA: UN PACATO RITRATTO CRITICO

La banalità degli slogan pubblicitari talvolta sfiora un’essenziale profondità……..

Altro filone di rilievo ed ormai consolidato del festival milanese è quello dedicato agli incontri di approfondimento, curati da esperti ‘scrittori di jazz’. Ancora una volta, un’occasione più unica che rara per ricevere stimoli e visioni d’insieme che inquadrino e diano consapevolezza alla nostra esperienza di ascoltatori.
Il filo conduttore di quest’anno era praticamente scontato: 1969-2019, cinquanta anni di ECM. Sviluppiamo subito l’acronimo di questa famosa e discussa etichetta tedesca, constatando che già nella ragione sociale sono evidenti alcuni suoi tratti genetici che nel tempo desteranno sorpresa e polemiche: ‘Editions of Contemporary Music’.

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Un jazzman che ha trafficato con il fender rhodes, Bach ed un clavicembalo: un incontro praticamente impensabile se non fosse esistita ECM…..

Il compito non facile di tracciare un ritratto di quella che è senz’altro una grande impresa culturale che ha formato il gusto di generazioni di ascoltatori con una sua spiccata e consapevole estetica è stato affidato all’ottimo Claudio Sessa, che l’ha svolto da par suo. Cercherò di riprodurre i passi salienti della sua conversazione, inframezzando in corsivo e tra parentesi qualche mia piccola ‘nota a piè di pagina’, più che altro integrativa.

“Non sono un ammiratore incondizionato ed acritico di ECM, non sono un entusiasta ‘apriori’ di ogni sua realizzazione” è l’esordio di Sessa (perfetto, si sgombra il campo dal rischio della celebrazione autocompiaciuta, era tutt’altro che scontato). “Ma va d’altronde riconosciuto che Manfred Eicher ed il suo manipolo di collaboratori (ancor’oggi forse meno di una ventina, come conferma Roberto Masotti, molto più del grande fotografo di musica, quasi il ‘volto italiano’ dell’etichetta sin dagli esordi) in questi cinquant’anni hanno creato un catalogo di oltre 1600 album delle musiche più diverse: un esito che oggettivamente dà la misura di un’impresa dal profilo tutt’altro che comune (ricordiamo che nella discografia jazzistica è rarissimo che i compleanni si contino con più delle dita di una mano) . “All’origine di quest’exploit c’è una rara combinazione di fattori ed un grande tempismo nel cogliere un momento quanto mai particolare: quello della nascita dell’autoconsapevolezza e della volontà di affrancamento ed autonomia dall’egemonico modello americano che pervade i jazzmen europei. Inizialmente la nascita di un’autonoma estetica jazzistica europea è complicata dal fatto che a concepirla sono per primi musicisti di tendenza più radicale ed astratta, ma ben presto si affiancheranno altre e più diversificate correnti, anch’esse intenzionate a misurarsi su di un piano di parità con i musicisti americani”.

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Uno dei primi, grandi exploit di ECM: per molti anni però la sua disponibilità sul mercato è stata a dir poco discontinua….

“La nascita di una casa discografica europea principalmente orientata verso il jazz non è una novità dei tardi anni ’60: basti pensare alla Swing francese che negli anni ’30 già registrava Coleman Hawkins affiancato da accompagnatori del Vecchio Continente. Ma la vera novità di ECM è la nascita di una label europea con l’ambizione e la volontà di ‘dettare la linea’ anche al di là dell’Atlantico, come effettivamente avverrà dopo solo pochi anni dalla sua fondazione”.

“A questo punto è indispensabile una breve parentesi sulla figura personale di Manfred Eicher: all’epoca giovane ex musicista, con alcune esperienze nel campo dell’avanguardia tedesca e della musica classica, parte su scala quasi familiare, senza alcun significativo retroterra di appoggi finanziari. In una recente intervista (occasione rara, Eicher non è prodigo di parole sul suo lavoro e sulla sua creatura) ha elencato gli album che ‘hanno cambiato la sua visione del jazz’ . Alcune scelte non sorprendono, alla luce degli sviluppi successivi della ‘filosofia ECM’: il Bill Evans di ‘Sunday at the Village Vanguard’ e di ‘Explorations’, pressocchè scontata la fascinazione per il ‘Kind of Blue’ di Davis (seminale anche per l’etichetta bavarese così come per un’intera schiera di altre esperienze). Molto più sorprendente è l’attenzione riservata al ‘Change of the Century’ di Ornette Coleman e al ‘Footlose’ di Paul Bley (praticamente un presagio di anni a venire) : imprevedibilmente, due volti di un free che oggi sembrerebbe lontano dalle corde di Eicher e dei suoi, soprattutto nel caso di Ornette, che porta in sé l’eredità ancestrale dei più profondi caratteri originari della musica nera. E questo di per sé varrebbe a contestare l’etichetta di ‘eurocentrismo bianco’ spesso polemicamente addebitata ad ECM: e ciò unitamente alla lunga serie di registrazioni di musicisti e gruppi che rappresentano la quintessenza della blackness in musica, Don Cherry, Jack Dejohnnette, Ed Blackwell, Roscoe Mitchell…. E’ dell’anno scorso un vero e proprio ‘monumento’ dedicato all’Art Ensemble of Chicago con un massiccio e raffinato ‘cubo’ che contiene tutti gli album ECM non solo della storica (ed ancora controversa) band chicagoana, ma anche quelli realizzati autonomamente da suoi singoli componenti.”

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Il monumentale ‘cubo chicagoano’ allestito da ECM, che nei primi anni ’70 ha anche avuto l’opportunità – ed il merito – di sostituirsi all’eclisse di molte grandi etichette jazzistiche americane che sino ad allora avevano sostenuto la musica di ricerca

(E’ vero: nessuna major discografica americana oggi avrebbe messo la faccia su di un’impegnativa impresa del genere. Ma va anche detto che nella storia di ECM ormai si distinguono più fasi diverse e che quella che ha documentato una particolare congiuntura della musica afroamericana più ’pura e dura’ è stata soprattutto quella compresa tra i primi anni ’70 e l’inizio degli anni ’80. Per il cinquantenario, ECM ha ripubblicato a prezzo ridotto 50 ‘touchstones’, pietre miliari del suo catalogo, che dovrebbero valere a tracciare un suo autoritratto. Un autoritratto che però somiglia molto alla ECM degli ultimi anni, dal momento che sembrano quasi ‘epurati’ molti fondamentali titoli dei primi anni che costituiscono degli incontestabili caposaldi della Great Black Music più consapevole ed intraprendente. Senza alcun animo di polemica, mi permetterò di ricordare alcuni di questi storici album con le foto che accompagnano questo articolo. Dimenticavo: ricordiamo che la ‘filosofia ECM’ tendenzialmente rifugge dalla riproposizione di titoli di catalogo, anche se ormai di rilevanza storica indiscussa. Idea opinabile, quando nei propri archivi si custodisce un importante pezzo di storia).

L’avventura ECM parte sostanzialmente con tre dischi, non a caso registrati nello stesso studio (il ‘Rainbow’ di Oslo, vera culla del futuro ‘suono ECM’, un pensiero per il suo grande tecnico Jan Erik Kongshaug che ci ha lasciati pochi giorni fa) ed addirittura sullo stesso pianoforte: “Facing You” di un giovane Keith Jarrett in libera uscita dal gruppo elettrico di Miles Davis, “Piano Improvvisations” di Chick Corea ed infine “Open to Love“ di un Paul Bley, prima pigramente disincantato di fronte agli appassionati inviti di Eicher, poi anch’egli tentato dal salto nel vuoto del piano solo pressocchè totalmente improvvisato. E sì, quello che oggi sembra un genere consolidato (ed anche un po’ inflazionato… se ne parlerà qualche giorno dopo con Franco D’Andrea e Giovanni Guidi), nel 1970 appariva qualcosa di decisamente eccentrico e di problematica recezione anche da parte del pubblico all’epoca più avanzato e sensibile: il pianista, geneticamente ‘l’uomo d’ordine armonico’ nell’ambito jazzistico, rimaneva di fatto un po’ ai margini della grande esplosione libertaria del Free e già si trovava a far i conti con l’affacciarsi di tastiere elettriche ed elettroniche. La scommessa però paga, anche in termini di successo commerciale, al punto che Eicher rilancerà dando carta bianca a Jarrett allora giovane promettente, ma niente affatto la star ‘di culto’ che diventerà negli anni successivi, in buona parte grazie al sostegno incondizionato di ECM. “Koln Concert” è oggi l’album di piano solo più venduto di tutti i tempi e di tutti i generi musicali, ma nel 1975 proporre un doppio LP con una performance live di un pianista in assoluta solitudine era un’audacia che rasentava quasi la follia, come ben sanno quelli che compravano dischi all’epoca.

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… questo poi è tutt’oggi un ‘desaparecido’

Ma quali sono i caratteri genetici di quest’identità idiosincratica che tutti, sostenitori e critici, riconoscono alla casa bavarese? Innanzitutto il suono, anzi il Suono ECM, ormai quasi un mito: un suono limpido, arioso, dettagliato nella resa delle sfumature più sottili, valorizzato da ambienti sonori ampii (il noto e controverso ‘riverbero’ che caratterizza tante incisioni dell’etichetta). Una simile cura per l’immagine sonora non è un’orpello, né un fatto di rifinita confezione in una musica come il jazz dove timbro e colore sono spesso cifre d’individualità decisive ed inconfondibili: dietro c’è una precisa estetica musicale, che porta direttamente ad un ‘modello cameristico’, musica concepita con economia di mezzi, ma molto raffinata nelle sue concezioni che spesso sono testimoniate più dal dettaglio che dall’effetto più evidente. Il probabile modello che Eicher aveva di mira era quello delle registrazioni della Archiv, collana di Deutsche Grammophon votata alla musica antica e barocca, e che tenne a battesimo le c.d. ‘interpretazioni filologiche’ di questo repertorio, basate sull’uso di delicati strumenti d’epoca e di organici agili e liberati dalle successive incrostazioni del sinfonismo romantico. (Molto brillante ed azzeccata, questa intuizione di Sessa. Aggiungo di mio che ECM ha colto anche l’occasione di una nuova ondata di emigrazione di jazzisti americani in Europa: alla fine degli anni ’60, molti musicisti, sia bianchi che neri, vollero lasciarsi alle spalle il clima di guerra civile a bassa intensità che dilagava nelle strade d’America, intuendo che la spinta al cambiamento esistenziale e sociale dell’inizio del decennio si stava impaludando ormai in uno stallo capace di generare solo violenza angosciata e priva di sbocco – una congiuntura molto simile a quella vissuta n Italia nel passaggio tra i ’70 e gli ’80. Questo potrebbe dar conto anche della spontanea adesione alla nascente ‘estetica ECM’: molti album registrati a Monaco da jazzmen americani mi sono sempre sembrati pervasi da un sottile sentimento di ‘After the Rain’, per dirla con Coltrane, la riconquista di una tersa ‘quiete dopo la tempesta’, che però ancora riecheggia in lontananza).

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A proposito di ‘suono sublime’ del jazz, occorrerebbe ascoltare il ‘Central Park West’ di Coltrane evocato dalla band di Dejohnnette, con due giovani David Murray ed Arthur Blythe in grande spolvero. Pioggia di ‘stelline’ su tutte le guide discografiche, ma provate un po’ voi a trovarlo…

Eicher vuole consapevolmente lasciarsi alle spalle l’estetica della ‘blowin’ session’ con tutte le sue approssimazioni e cliches (sia musicali che tecnici) per protendersi in una ricerca di suoni nuovi che introducano ad una dimensione di rarefazione e quasi di solennità: l’inseguimento di un ‘suono sublime’ anche per il jazz è uno degli elementi centrali del pensiero di Eicher, concretamente riflesso nel catalogo della sua etichetta e nelle sue scelte di produttore (ben più ‘demiurgo’ di altri suoi illustri predecessori, anche se io penso che non si sia mai posto nei confronti dei suoi musicisti come quel ‘ persuasore occulto’ che molti hanno voluto dipingere). E qui si apre una faglia profonda (ancor oggi presente) con una larga fascia del pubblico tuttora legata ad un’immagine ‘spontaneistica’ della creazione jazzistica, più marcatamente riflessa nella produzione discografica americana (ma anche qui bisognerebbe contestualizzare ed aggiornare il discorso…) . Questa frattura si consolida e si approfondisce di fronte alla chiara determinazione di Eicher di promuovere e far crescere vari filoni jazzistici europei, inizialmente intrecciandoli con quelli americani, e poi con sempre maggior decisione incrociandoli tra di loro senza preferenze nazionalistiche: nel catalogo bavarese non si trovano tanto musicisti tedeschi, quanto inglesi, polacchi, francesi, italiani (Eicher osserva molto selettivamente la nostra scena) ed infine scandinavi di varia estrazione (e qui mi sento dire che soprattutto negli ultimi anni ECM ha forse un po’ troppo insistito su quest’ultimo scacchiere geografico anche nella ricerca di nuovi talenti, generando una certa serialità manierata delle proposte e perdendo un po’ il contatto con altre esperienze più vive e fresche, sia negli USA che in Europa. Ma come dice il mio guru Sessa, “la poesia si può fare con un quaderno ed una penna, la musica invece assomiglia al cinema: è sempre ‘industria’, a qualsiasi livello di realizzazione”. Una volta che si sono plasmate intere generazioni di ascoltatori allevati nell’ ‘estetica ECM’, può risultare molto difficile imprimere decise virate, persino per un capitano coraggioso come Eicher….).

In ogni caso, ad ECM va obiettivamente riconosciuto il merito di aver promosso – e di continuare a farlo – l’interscambio tra culture diverse e lontane. A mio avviso, inoltre, non trascurabile è stato l’investimento della propria caratterizzata e consolidata immagine presso il pubblico nello sforzo di portare alla ribalta una musica contemporanea di ricerca, distante però da chiusure ed ermetismi accademici : nonostante queste proposte avvengano in apposite stanze del castello ECM (la ben nota ‘New Series’, cui per esempio deve molto Aarvo Paart), qualche sottile eco è pure filtrata in quelle dei jazzmen, come secondo me testimoniano alcuni recenti album di Roscoe Mitchell e di Tim Berne pubblicati dalla casa bavarese, giusto per fare i primi esempi che mi vengono alla mente.

La mole del resoconto mi impedisce di proseguire con le ulteriori considerazioni di Sessa sul ‘Paul Bley ECM’, che magari riserviamo ad altra occasione o a vostra sollecitazione. Per adesso mi contento di aver riacceso la miccia dell’annosa querelle “ECM messaggera del futuro in musica/ ECM machiavellica artefice della normalizzazione eurocentrica dell’ ‘eccezione culturale’ rappresentata dal jazz”. Milton56

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