Siamo arrivati secondi….

“Indubbiamente nel jazz di oggi dopo gli americani ci siamo noi, la scena italiana è molto cresciuta negli ultimi 20 anni, basta vedere le richieste che hanno i jazzisti italiani all’estero. Una volta andavano Enrico Rava e Giovanni Tommaso, oggi girano in tutto il mondo anche tanti giovani”.

Carlo Pagnotta, direttore artistico di Umbria Jazz

Fonte: http://www.ansa.it/umbria/notizie/umbria_Jazz/2019/12/04/pagnotta-in-jazz-dopo-americani-noi-i-piu-bravi_e50755b1-79c4-44ec-ae21-bfad8c21159d.html

Il jazz italiano è da anni tra i più alti del continente, il che spesso significa tra i migliori al mondo. Non ci sono dubbi che le nostre star della musica afroamericana siano professionisti creativi e propositivi ai massimi livelli, ricercati dai festival più prestigiosi e habitué di collaborazioni con i big assoluti, ma la medesima voglia di partnership – in un universo sonoro in cui spesso la diffidenza nei confronti della scarsa qualità dei colleghi fa rinunciare anche a cospicue offerte in denaro – che dimostrano i musicisti stranieri verso i nostri, anche non celeberrimi, artisti indica un’attenzione e una disponibilità che è segno di apprezzamento.

Raffaello Carabini

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“nonostante la crisi nera, anche quest’anno durante il periodo estivo il nostro Paese s’è trasformato in una sorta di maestoso teatro all’aperto per ospitare rassegne di musica jazz.

…ma quanti di questi festival sono davvero eventi degni di attenzione? Quante di queste manifestazioni si basano su una programmazione degna di questo nome, su un fil rouge che leghi i vari concerti, insomma su una pur minima progettualità? Quanti organizzatori si prendono la briga di presentare nuovi talenti invece che ricorrere ai soliti nomi triti e ritriti?

Non a caso, archiviata la stagione dei festival, si torna ad una situazione assai difficile per cui i dischi non si vendono, i musicisti vengono pagati poco e male, il pubblico comincia a scarseggiare.

Gerlando Gatto

Fonte: http://www.online-jazz.net/2012/09/15/tanti-festival-poca-qualita/#more-5650

Fonte: https://www.spettakolo.it/2019/03/09/tutti-vogliono-i-jazzisti-italiani/

La formula ‘jazz italiano’ è una semplificazione, utile ‘per capirsi’ ma inadatta a comprendere mondi e situazioni che presentano a volte anche forti differenze. Parliamo di jazz che si fa in Italia? O di jazz fatto da italiani? È riscontrabile un forte carattere nazionale in queste musiche? Di che musiche stiamo parlando?

Se per molti il jazz in Italia gode al momento di ottima salute (e a supporto del loro ottimismo portano prove come il numero altissimo di festival sparsi per tutta la penisola o il successo di iniziative editoriali ), altrettanti si esprimono infatti in modo assai meno positivo, sottolineando le notevoli difficoltà per i musicisti meno noti – ma a volte anche per nomi che hanno un lusinghiero riscontro critico – nel trovare un numero dignitoso di concerti all’anno, lo scarso coraggio di molti programmatori, le problematiche legate all’inquadramento lavorativo e fiscale o anche solo il fatto che un disco di jazz italiano, se vende – ai concerti, i negozi essendo praticamente spariti – qualche centinaio di copie in tutto è già un successo.

Facendo un po’ di conti al volo, l’impressione quindi è che complessivamente non si stia proprio benissimo. Di certo che non si stia come si potrebbe e dovrebbe stare, nonostante le grandi potenzialità del settore: sono ben lontani i tempi in cui ancora si parlava di colmare il gap tecnico con i colleghi americani, e il jazz italiano è in grado oggi di esprimere esiti di alta qualità in ambiti stilistici molto differenti, dalle produzioni “pop-oriented” più raffinate alle proposte venate di folk mediterraneo, dalle sonorità elettriche avantgarde che sono comuni un po’ ai trenta/quarantenni di mezza Europa agli improvvisatori più radicali.

Enrico Bettinello

Fonte: https://www.siae.it/it/iniziative-e-news/un-punto-sul-jazz-italiano

Il tema è stato più volte battuto su questo spazio, non mi dilungherò, ognuno ha una propria precisa idea. Sarebbe buona cosa però che gli addetti ai lavori, sopratutto i responsabili dei cartelloni,  invece che delirare su classifiche immaginarie cercassero nel loro ambito di essere coerenti. E’ di pochi anni fa questo illuminante quanto involontario commento  di Repubblica su Orvieto Jazz: “Il cartellone offre il consueto mix di jazz d’autore e di proposte più commerciali per rispondere a esigenze di intrattenimento conviviale ed al clima festaiolo di fine anno.”

Quindi, meglio non confondere l’arte con il business, come saggiamente ammoniva Leonard Feather (“Gli affari sono affari, il jazz è arte, e raramente le due cose si incontrano.”) . E’ ancora possibile oggi ? Forse si, ma solo in piccoli spazi (festival di tendenza, locali gestiti da appassionati, piccole etichette). Tutto il contrario rispetto al trionfalismo dei soliti noti…

 

1 Comment

  1. “La scena italiana è molto cresciuta negli ultimi vent’anni…”, come no…. Un fenomeno che sconfina nel paranormale.
    I luoghi dove ascoltare con ragionevole frequenza gruppi e musicisti italiani di una certa risonanza chiudono o vengo espulsi dai centri urbani e relegati in siti fuori mano. Giovani jazzisti che hanno conseguito riconoscimenti ufficiali nel giro di pochi mesi devono sciogliere le band con cui si sono messi in luce per andare a fare i sidemen nelle formazioni dei pochi ‘soliti noti’ che hanno un qualche accesso alla scena concertistica: niente male come ‘crescita’ creativa.
    “oggi girano per il mondo anche musicisti giovani”… come no, DEVONO farlo, dato che in Italia di questa musica non si vive, e non si riesce nemmeno a farsi sentire: mancano occasioni di indispensabile pratica musicale quotidiana e fuori dalla cornice di rumorosi ed effimeri ‘eventi’. Non solo, ma si nota che diversi giovani talenti emersi negli ultimi tempi hanno scelto la via dell’estero sin dal momento della propria formazione, e fanno solo sporadiche reentrè in Italia dopo esser stati in qualche modo scoperti e riconosciuti: certo non è qui che si mette in tavola che il piatto di minestra quotidiano.
    La generale caduta dell’attività musicale live si riflette ovviamente anche sulle poche, tenaci etichette che continuano a dedicarsi al jazz: sono mesi che si nota un evidente rallentamento nelle loro uscite. Negozi di dischi uccisi o ridimensionati dalla crisi (e non c’è Amazon che possa sostituirli nella loro funzione di diffusione e proposta, in Amazon vai a cercare quello che già conosci), concerti radi e rinchiusi in angusti circuiti regionali da cui di fatto raramente fuoriescono anche formazioni di riconosciuto valore (specie se un po’ consistenti), della radio non parliamo nemmeno, siamo sempre alla situazione della ‘riserva indiana’ di cui si è parlato giorni fa. La televisione è poi un galassia aliena, persino quella specie di videojubox che è Rai5, che compra doc di tutti i generi, ma non ha un minuto per mandare in onda nemmeno nel cuore della notte uno degli innumerevoli filmati di jazz che Rai ha in archivio (o quantomeno dovrebbe averli…… ).
    Ma la nostra scena è sempre ‘la seconda al mondo’ … chissà la terza o la quarta. E noi che pensavamo che un certo stentoreo sciovinismo fosse andato in archivio con i Cinegiornali Luce….. Milton56

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