Ars longa, vita brevis….

Il commento della lettrice Fa Minore ci ha raccontato dell’emersione negli anni ‘90 di una composizione di ampio respiro lasciata incompiuta da Charles Mingus, ‘Epitaph’, ricostruita e risistemata – nei limiti del possibile – dal grande compositore e musicologo Gunther Schuller. Indubbiamente un atto di devozione verso un musicista dalla vita artistica e privata movimentata, ma che peraltro non mi sembra abbia trovato sostanziali ostacoli all’espressione del suo talento, che non fossero più che altro quelli della sua esplosiva emotività (tra l’altro per un certo periodo ebbe pure in mano le redini di una delle prime etichette indipendenti, la Debut).

Immediatamente il pensiero è corso a svariati jazzmen e musicisti dell’area dell’improvvisazione creativa che negli ultimi anni hanno annunziato od hanno messo concretamente mano a progetti di vasto respiro, se non proprio di dimensioni ‘monstre’: Anthony Braxton, per esempio, che ha diradato delle sue apparizioni pubbliche per far spazio alla composizione di un’opera che comprenderà centinaia di parti. Altri diluiscono questi grandi progetti in una dichiarata serialità. Anche sul piano discografico si assiste a qualcosa di simile, con pubblicazione di ponderosi box in più dischi, basati spesso su concezioni di non facile apprensione.

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Talvolta certe proposte discografiche sembrano non fare i conti con le concrete condizioni di frubilità della musica consentite al pubblico….

Mi è venuto spontaneo chiedermi: sono produttivi questi sforzi che senz’altro assorbono molta energia? E soprattutto: hanno una loro funzione e validità nello sviluppo di una musica come il jazz?

Istintivamente nutro molto scetticismo a riguardo. A mio avviso una delle caratteristiche distintive e di maggior interesse della musica afroamericana è stata sempre quella di una concisa essenzialità, figlia di un lungo ed accurato lavoro di bulino: la c.d. ‘arte del togliere’, di cui ci ha parlato con calore Enrico Rava a JazzMi, prossimamente su questi schermi.

Proviamo a metter in fila qualche argomento razionale a sostegno di quest’inclinazione.

Innanzitutto, Il ‘magnum opus’ è difficilmente comunicabile al pubblico, sia in ambito di concerto che in quello discografico. Ed il tempo che esige ti porta inevitabilmente lontano dalle platee, fatto questo mai positivo nel campo del jazz, che vive del feedback degli ascoltatori, pochi o tanti che siano.

Un altro rischio difficilmente evitabile in questo tipo di imprese è la pressocchè inevitabile immersione in una dimensione di isolamento e solitudine che quasi sempre lascia nella musica un marchio di solipsismo che la insterilisce. Non va dimenticato che il momento della creazione – o quanto meno dell’elaborazione – collettiva è caratteristica difficilmente rinunziabile nel jazz.

Altro ‘minus’ non trascurabile è quello del pressocchè sistematico carattere di incompiutezza e di ‘ineseguito’ che si portano dietro questi lavori: che se riesumati come frammenti postumi talvolta arrivano al pubblico, ma proposti in ‘contesti accademici’ che ne condizionano sia la proposta da parte dei musicisti coinvolti, che la ricezione da parte degli ascoltatori. Va da sé, infatti, che la ‘grande opera’ risulti sostanzialmente indigeribile per lo sparuto circuito concertistico jazz, già duramente provato dalla crisi. Per tacere poi del rischio di affidarsi ad eredi ed epigoni a volte molto distanti da una calda ed immediata relazione di interscambio creativo con l’autore.

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L’appartato e scontroso Lennie Tristano custodì gelosamente in vita queste improvvisazioni in duo con il bassista Sonny Dallas: post mortem il disco usci con sovrainciso un accompagnamento di batteria che qualche critico piuttosto diplomatico definì ‘rather basic timekeeping’. L’aggiunta era opera della figlia Carol in ossequio ad asserito desiderio paterno…. vatti a fidare degli eredi…

In tempi passati, un argine al dilagare di ambizioni eccessive e sproporzionate era costituito dall’industria discografica e da una pattuglia di produttori di talento, che si assumevano l’ingrato compito di mantenere caratteristiche di fruibilità dell’opera e di conservare la relazione con il pubblico. Per ritornare un attimo a Mingus, ‘The Black Saint and Sinner Lady’, forse il suo capolavoro riconosciuto, è nato solo da un faticoso collage di una serie di frammenti, curato dal Bob Thiele a suo tempo spesso vilipeso; non a caso alla redazione note di copertina dell’album ha contribuito lo psichiatra di Mingus (a richiesta del paziente…).  Il confronto/scontro con l’industria era spesso per i musicisti fonte di stimolo e di affinamento del loro stile: uno sguardo a tanta produzione discografica di oggi – non sempre irrinunziabile ed a fuoco, anzi… – a mio avviso fa sentire parecchio la mancanza di questa tensione dialettica. L’attuale, lunga crisi del music business ha portato con sé talvolta anche la tentazione del bizzarro e del ‘fuori misura’ fine a sé stessi…. un colpo di carambola a casaccio all’inseguimento di una presa sul pubblico che non si sa cogliere in modo più ragionato?

‘Piccolo è bello’ è forse uno slogan abusato, ma qualche volta la verità sa anche travestirsi di banalità. Milton56

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