JD Allen – Barracoon

JD Allen – “BARRACOON”

Savant/IRD  (€ 17,00)

Disco dopo disco il sassofonista tenore 46enne JD Allen -che arriva da Detroit ma vive nelle Grande Mela da più di vent’anni- si è guadagnato uno status ben definito che lo pone al centro della scena musicale jazzistica odierna, ineludibile per ogni appassionato che sappia sintonizzarsi con una delle menti più lucide che ci siano in giro, oltre che con un formidabile strumentista in grado di sintetizzare e rinnovare il linguaggio attraverso una tecnica che ci appare semplicemente prodigiosa.

Barracoon” è anche in questo senso un disco esaltante. JD suggerisce, nelle scarne note di copertina che accompagnano il cd, la lettura di due testi che hanno direttamente ispirato la registrazione, due biografie di afroamericani da non dimenticare. Il primo è  ovviamente “Barracoon – The Story of the Last Black Cargo” di Zora Neale Huston (1891-1960), un testo che l’anno scorso è diventato un caso letterario negli States -tradotto in italiano dalla casa editrice “66tg and 2nd” col sottotitolo “L’Ultimo Schiavo”- e ruota attorno ad un’intervista del 1927 a Cudjo Lewis, ultimo superstite di quell’abominio spesso rimosso e dimenticato che andò sotto il nome di schiavitù, un reportage diretto dalla grande valenza storica eppure rimasto pressochè inedito per tanti, troppi decenni e che solo ora ha consentito di ricollocare l’autrice e il protagonista in una giusta luce storica (suggeriamo il seguente link  a chi volesse seguire il consiglio di JD e valutare la lettura di un testo crudo ma in qualche modo necessario,  https://labibliotecadimontag.wordpress.com/2019/04/03/barracoon-lultimo-schiavo-zora-neale-hurston/ ).barracoon

Il secondo testo di cui JD suggerisce la lettura è “La Vita Immortale di Henrietta Lacks” (R. Skloot), le cui cellule ,ora denominate HeLa in tutti i laboratori, arrivano dalle baracche di Clover, villaggio di schiavi e guaritori. Anche in questo caso suggeriamo un link al testo, direttamente da Adelphi:  https://www.adelphi.it/libro/9788845926143

e ne aggiugiamo un trailer al film che nè stato tratto dalla HBO e che è disponibile su varie piattaforme in streaming :

E dopo questo piccolo viaggio nelle suggestioni letterarie (e cinematografiche), che sono alla base di Barracoon, passiamo alla musica espressa.

L’indomita fierezza Blues che aveva infiammato “Americana” (2016) torna qui a farsi urlo, racconto, emozione, anche se la pronuncia resta sempre limpida, come l’eccellente intonazione e il gusto nella scelta delle frasi che s’inanellano in un viaggio costellato d’irregolari blues (“Barracoon”, “Communion”, “13”) che si fanno denuncia, tesa e decisamente incazzata. L’ardore politico è messo al servizio della musica, coscienza civile e potenza di risultati, un jazz orgogliosamente nero ed un disco di rara intensità, il cui ascolto -impegnativo- può essere disposto anche a dosi crescenti in modo di calarsi gradualmente e nel migliore dei modi nel mood che JD ha sapientemente creato per 10 tracce che, partendo da brevi frasi melodiche, si calano in un maelstrom ora cupo, ora esaltante, con numerose suggestioni spirituali a costellarne il percorso.

Il format in trio è forse il prediletto da JD, non c’è strumento armonico e in questo nuovo viaggio non ci sono i vecchi compagni, rispetto all’ultimo disco infatti si torna alla forma più diretta possibile, con rischi non indifferenti connessi. Il nostro necessita in ogni caso di un trio stabile con cui lavorare e, notte dopo notte, affinare il linguaggio interno ed “allenarsi” costantemente, e progredire, nell’intesa e nella rispettiva conoscenza. Probabilmente i vecchi sodali avevano ora molti impegni, o si era semplicemente chiuso un ciclo che ha dato ottimi risultati, chissà, ora quel che abbiamo di fronte è un trio nuovo di zecca, convinto ed urticante, in cui troviamo due nuovi protagonisti dei quali (come dicevano una volta) “sentiremo parlare a lungo” ovvero il drummer Nic Cacioppo, che col suo groove propulsivo riesce nell’impresa di non far rimpiangere Royston e con Ian Kenselaar al doppio basso, due jazzmen formati ma con ampi margine di crescita, che arrivano dalla tradizione ma sanno anche guardare con intelligenza a quella che chiameremo per comodità e pigrizia “avanguardia storica”, aderendo in pieno al manifesto artistico del leader, che qui appare semplicemente in stato di grazia.

La tensione accumulata lungo tutto il disco si scioglie parzialmente nell’unico brano non originale in scaletta, la conclusiva “When You Wish Upon A Star”, con un JD “puro e disposto a salire a le stelle”.

(Courtesy of Audioreview)

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