Ancora sulla ‘musica gratis’….

Come spesso accade, le riflessioni dell’amico Rob ne stimolano altre mie, destinate ad allargare ulteriormente il discorso. E’ accaduto anche questa volta, leggendo la sua  cronaca circa il malinconico – ed ancora incerto – crepuscolo di una manifestazione come la svizzera Estival, che ha alle spalle un passato glorioso.

La prima cosa che mi viene da pensare è che c’è veramente poco da stare allegri se questo succede in una Svizzera dove i grandi media nazionali non hanno mai adottato nei confronti della musica jazz quell’atteggiamento di silenzioso, ma tenace ostracismo che è stato invece applicato dai loro omologhi italiani. Anzi, soprattutto la Radio Svizzera Italiana non è mai venuta meno ad un compito di paziente divulgazione e formazione del pubblico, come notavamo tempo fa , non senza invidia.

Ma c’è un altro tema che la vicenda evidenzia e che mi suscita molte reazioni diverse e contrastanti: quello della ‘gratuità’ della musica. Premetto che a mio avviso si tratta di un mito, anzi di una vera e propria finzione, che ha portato con sé molti guasti difficilmente rimediabili nel mondo della musica, e soprattutto di quella che non ha iscritto nel proprio DNA il successo commerciale, come è nel caso del jazz (quantomeno negli ultimi 50-60 anni).

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Luglio 1971: una rara (e rischiosa) immagine del concerto dei Led Zeppelin, con connessi incidenti. La band inglese diserterà per anni a venire l’Italia. Ma quantomeno i ‘proletari della musica’ di allora dopo non correvano a comprarsi l’ultimo modello di sneakers o di smartphone…..

Innanzi tutto, risulta piuttosto oscuro comprendere perché in un mondo dove ormai tutto è completamente mercificato – ivi compreso quello che non dovrebbe esserlo per nulla – solo la musica non debba avere un corrispettivo economico. Eppure quest’idea è penetrata in profondità nella mentalità di almeno un paio di generazioni, e, si badi bene, senza alcun retroterra ideologico come quello che animava gli autoriduttori degli anni ’70. Infatti gli stessi che esigono la musica ‘free’ sono per altri versi i più fedeli adepti di una religione consumistica che esige prezzi sempre crescenti e sproporzionati per oggetti che sono soprattutto ‘status di appartenenza’ e che tra l’altro sono caratterizzati da un’obsolescenza evidente e programmata. Va anche osservato che, a parte le scontate lagnanze della corporazione discografica (peraltro poco rilevanti, data l’assoluta miopia con cui i suoi massimi esponenti hanno gestito un declino epocale), dal Sistema nel suo complesso non è invece venuta mai una convinta e decisa posizione di disapprovazione e contrasto di questa forma mentis.

Poiché nella società in cui viviamo (ed in particolare nella nostra Italia dove neppure ripetute e profonde crisi economiche hanno intaccato una radicata fede consumistica) ciò che non ha un prezzo immediatamente tangibile per il singolo non ha valore, la musica è scivolata nella considerazione collettiva al rango di un generico, indistinto sottofondo sonoro, quasi un’anonimo complemento d’arredo della nostra quotidianità.

E se questo ha già impatti tutt’altro che trascurabili sulla musica a vocazione eminentemente commerciale, quelli sulle poche musiche ‘altre’ sono stati del tutto devastanti, al punto tale da metterne in questione la sopravvivenza e comunque ad intaccare profondamente la loro relazione con il pubblico.

Perché se alla fine la c.d. ‘musica di cassetta’ troverà sempre sponsor che tra le quinte ne pagheranno i conti (non senza fare dovutamente pesare il loro ‘mecenatisimo’ ed ottenendo spesso inconfessabili contropartite occulte alle spalle degli ignari ‘consumatori a scrocco’), è pressocchè escluso che avvenga altrettanto per musiche ‘di nicchia’, in cui è essenziale garantire libertà ed autonomia creativa al musicista, senza imporgli il diktat ‘chi paga l’orchestra, decide la musica’ che viceversa ormai impera nell’altro campo. Anzi: oramai chi paga l’orchestra, CREA la musica grazie ad un marketing sempre più sofisticato ed onnipresente, che se fosse esistito decenni fa ci avrebbe privato di fenomeni più autentici come i Beatles, il rock degli anni ’60, chansonnier e cantautori nostrani ed altre esperienze germinate dal basso e solo successivamente assimilate dallo show business.

Si dirà: ‘ma ormai da tempo il jazz ha conquistato un riconoscimento di rilevanza culturale tale da attirargli il sostegno della mano pubblica, che può supplire all’iniziativa privata ormai barricata dentro il botteghino’.

Ahimè, il potere pubblico ha da tempo accantonato velleità di crescita culturale dei propri cittadini, che, se pur ispirate ad un’opinabile pedagogia paternalistica, in passato qualche frutto lo avevano pur dato. Nel frattempo si è infatti scoperta la valenza di creazione di consenso delle attività musicali, che sono entrate a far parte dell’armamentario dell’attuale ‘politica-spettacolo’. Ovviamente non si parla della musica che rischiosamente stimola la possibile crescita di sensibilità del pubblico, bensì quella ‘di alta classifica’, quel complemento di arredo ripetitivo e rassicurante di cui si parlava prima. Va da sé che i risicati fondi pubblici residui vengano così completamente assorbiti nel tentativo di offrire quantomeno sottocosto (se non addirittura gratis nei casi più clamorosi) pacchetti viceversa onerosi.

E la musica che non esercita scontato richiamo ‘a prescindere’? I suoi spazi di fruizione – sempre più precari e ristretti – sono rimessi pressocchè esclusivamente all’iniziativa privata, che deve far i conti con costi sempre crescenti, non esclusi i cachets dei musicisti che devono puntare pressocchè esclusivamente sui concerti per il loro sostentamento, dal momento che ormai dalla musica registrata non ci si può attendere altro che un po’ di promozione, visto lo stato comatoso del mercato discografico (e rieccoci alle implicazioni della ‘musica gratis’). Tra l’altro, questo crea una divaricazione sempre più marcata con le capacità di spesa del pubblico tipico di queste musiche, che certo non ha il glamour mondano dell’altro cotè (paradossalmente indirettamente finanziato da denaro pubblico): inutile dire che questo fenomeno ha molto a che vedere con il lamentato affollamento di ‘teste grige’ che ormai caratterizza le platee jazzistiche e che costituisce il cruccio di musicisti ed organizzatori con un minimo di passione e consapevolezza.

Senza contare che questo frenetico, irrinunziabile tourbillon di attività concertistica impedisce agli artisti più seri le necessarie pause di riflessione rigeneranti, situazione di cui fa le spese anche la documentazione discografica, una volta meditato momento di sintesi e ricapitolazione del proprio mondo creativo, oggi brulicare di produzioni spesso alquanto inflazionate e destinate a scarsa circolazione per la caotica situazione di un circuito distributivo terremotato da balzi tecnologici per lo più subiti e non razionalmente gestiti.

Ma non mandiamo assolto nemmeno il pubblico: è chiaro che restringendosi le occasioni di ascolto, quasi tutti puntino sul classico ‘usato sicuro’, alimentando un circolo vizioso che emargina sempre di più le esperienze più innovative ed anticonvenzionali, è logico e comprensibile. Molto meno logico è invece il persistere di un’acritico ‘culto della personalità’ che, pur fatte le debite proporzioni, alimenta anche nel campo del jazz limitati fenomeni di ‘piccolo divismo’, che però purtroppo creano una sorta di ‘effetto di traino’ facendo lievitare sensibilmente le richieste di sicuri talenti emergenti, consapevoli di offrire qualcosa in più di un ingiallito album di ricordi… : e qui il pubblico può prendersela soprattutto con se stesso per aver avviato un altro deleterio circolo vizioso.

Non voglio intristire ulteriormente proseguendo di questo passo. Però mi sembra opportuno proporre un fioretto del buon ascoltatore: “Ricorda sempre che l’unica musica gratis è quella a metraggio dei supermarket”. Sì, proprio quella che ti fa uscire dopo aver comprato il doppio delle cose scritte sulla lista con cui sei entrato….. Milton56

Un possibile futuro per la musica? Vigilanza urbana permettendo……

SAMSUNG

 

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