So Long, Henry Grimes.

La Morgue del jazz, in questi tempi cupi devastati dal Covid 19, è sempre più affollata. Le notizie di oggi ci dicono che se ne sono andati altri due veterani: Giuseppi Logan ed Henry Grimes. Due musicisti dai contorni leggendari e con alcuni tratti in comune, le cui vite sono di per se’ romanzi affascinanti. Personalmente ho avuto l’onore di conoscere Henry Grimes e di fargli qualche foto in azione, anni fa, quando con grande discrezione e nello stupore generale rientrò sulla scena come se non si trattasse di una sorta di Lazzaro recapitato da una macchina del tempo, o cose del genere. Possedeva una particolare aura, quasi tangibile quando suonava, e gliela riconoscevano i musicisti che erano tornati ad avvalersi del suo contrabbasso e del suo violino (Marc Ribot, per esempio, ma anche John Zorn, Nels Cline). Quando qualcuno per raccontarmi di una persona se ne esce con i classici “oh sai, un personaggio in-cre-di-bi-le!” penso che di certo non si può comunque confrontare ad un Henry Grimes. Che gli sia lieve la terra.

Alleghiamo un documentario, “La Risurrezione di Henry Grimes“, e due testimonianze carpite dalla rete: un breve ricordo apparso a firma di Gianni Morelenbaum Gualberto ed il saluto del “suo” batterista Chad Taylor.

“Temevo succedesse: pochi giorni fa pensavo, infatti, alle più vite di Henry Grimes: il suo iniziale successo di contrabbassista originalissimo, da Benny Goodman a Sonny Rollins, il suo crollo psicologico, la sua pluridecennale sparizione, il ritrovamento come guardiano di una sinagoga, la sua rinascita e nuova vita. Ricomparso alla vita, il suo primo concerto fuori dagli Stati Uniti lo dette proprio al Teatro Manzoni per Aperitivo in Concerto per un pubblico plaudente e una critica (ma guarda che novità…) ignava e distratta. Era con Perry Robinson, arguto e guascone, che come Grimes sfidava l’età, e Andrew Cyrille. Era sicuro sul pizzicato e capace di notevoli intuizioni, all’archetto era ancora incerto e falloso. Usava un contrabbasso verdognolo che gli aveva regalato William Parker. Un uomo gentile, timido, spaurito, affiancato da una compagna affettuosa e un po’ debordante, che -massiccia- lo sovrastava anche fisicamente: ambedue un po’ straniti rispetto a una vita fatta di viaggi, incontri, luoghi e cibi nuovi. Nello sguardo di Grimes affiorava spesso il guizzo della paura, del timore, il prodotto di chi ha patito il rifiuto, l’ingiustizia, l’esclusione. Me lo ricordo a tavola, mentre mangiava con una voracità umile, composta ma frenata a stento. Incrociò il mio sguardo, abbozzò un sorriso e mi disse: “Non hai idea della fame che ho fatto.” Un addio a Henry Grimes, grande musicista e dolce essere umano ferito permanentemente dall’indifferenza degli uomini. Non è forse casuale che egli scompaia insieme a Giuseppi Logan, anch’egli testimone (più fragile) di un periodo storico, anch’egli anima lacerata.” (Gianni Morelenbaum Gualberto)

“This one is extremely tough. I’ve worked with Henry more than any other bass player in my career. Some of the deepest conversations I’ve ever had in my life have been on the bandstand with Henry Grimes. Henry was a living angel amongst us. I’m grateful I got to spend so much time with him on and off the bandstand. R.I.P.” (Chad Edward Taylor)

 

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