“Il jazz mi piacerebbe molto, peccato per tutte quelle improvvisazioni”: le voci mediterranee di Fabrizio De Andrè e Mario Arcari

L’ironia del titolo è da attribuire a Fabrizio De Andrè, colto in un momento di difficoltà, alla partenza del tour del celebre “Crêuza de mä“,  con l’approccio troppo libero di Giulio Capiozzo,  batterista degli Area, in seguito sostituito da Ellade Bandini. Quella frase, detta in una vena pungente tipica del carattere di alcuni liguri, è il pretesto per parlare della sua fonte, ovvero “Mare faber – Le storie di Crêuza de mä” (Galata ed. pagg. 142 €15) , scritto dal giornalista, critico e docente Guido Festinese, uno che a Genova è spesso presente dove si  suona musica o se ne parla, un libro costruito tramite un lungo lavoro di sette anni, trascorsi a riannodare pazientemente i fili di una storia che parte da epoche risalenti per arrivare fino ai giorni nostri. La storia del Mediterraneo come “luogo” culturale ed identitario – un concetto che De andrè contrapponeva alla cultura musicale anglosassone assimilata forzosamente al nostro gusto – che nel disco del 1984, interamente cantato in una lingua genovese in parte originale in parte immaginaria, trovò una delle rappresentazioni più genuine ed intense. Festinese costruisce la sua storia come una navigazione nel tempo, esaminando con dettaglio, da fine musicologo ed appassionato di world music, (termine che troverà piena cittadinanza molti anni dopo quelli narrati)  tutte le esperienze maturate a partire dagli anni ’60 collegabili a quell’idea di musica mediterranea in cui confluiscono elementi dalla Grecia, dalla Turchia, dai Balcani, dal sud d’Italia e dal Nord Africa. E nelle quali non mancano gli spunti collegati al jazz. A partire dagli Aktuala, in cui militava un giovane Daniele Cavallanti, oggi jazzista autentico e senza compromessi  al centro del collettivo Nexus,  fino al Gruppo Folk Internazionale di Moni Ovadia e con quel Mario Arcuri di cui diremo oltre, dal Canzoniere dal Lazio con il sassofonista Luigi Cinque, in seguito autore di suggestive opere fra jazz e world, agli immortali Area, per giungere alla mente musicale di “Crêuza de mä”, ovvero Mauro Pagani con il suo amore per le musiche non occidentali culminato già nel disco omonimo del 1978, dopo l’abbandono della PFM. Il cuore del libro è dedicato all’analisi sia lessicale che musicale del disco, alla sua genesi, un’ opera già compiuta nella mente e sugli spartiti di Pagani che De Andrè “ha cercato di non rovinare” con le parole, una navigazione ricca di sorprese ed aneddoti tratti da materiali d’epoca, interviste  e recensioni ed arricchita dagli spunti di un genovese doc come l’autore. E poi la “filiazione inversa”, i figli che diventano padri, tutto il filone di opere e storie mediterranee che dopo Creuza hanno trovato piena espressione in campo musicale, con gruppi liguri come gli Avarta, Orchestra Bailam, Rebis, Roberta Alloisio, e tanti altri. Un bel modo per riscoprire ed approfondire un classico della musica italiana, già celebrato nel  trentennale dalla pubblicazione, reinterpretato e ri registrato da Mauro Pagani sopo la scomparsa di De Andrè, ed ancora oggi capace di incantare chi si ponga per la prima o l’ennesima volta in ascolto. Nel gioco dei pretesti, dal libro di Festinese alla voce di Mario Arcari il passo è semplice. Musicista di estrazione classica, sassofonista, oboista e specialista dello shennai, una sorta di oboe etnico, già membro nell’ultima formazione del Gruppo Folk Internazionale, con alcune significative esperienze nel jazz nei “Six Mobiles” di Roberto Ottaviano,  nel “Pipetett”di Franz Koglemann con  Paul Bley, Steve Lacy, Ran Blake, Barre Phillips, nelle “conduction” di Butch Morris a “Verona Jazz” come nelle orchestre  “Sentieri Selvaggi”, e “Parma Jazz Frontiere” diretta da Roberto Bonati, Arcari , insieme a Pagani,  è uno dei musicisti chiave di Crêuza de mä, come lo è stato in seguito per alcune delle più belle opere di Ivano Fossati, da “Discanto” in poi.

Qualche tempo fa abbiamo incontato Arcari a Genova in un bel concerto con il gruppo di Claudio Bellato, (con Rudy Cervetto alla batteria  e Federico Fugazza al basso) chitarrista savonese innamorato dei climi mediterranei che, per sua parte, mescola abbondantemente musiche ed orizzonti geografici, portando la sua chitarra acustica a spasso fra Spagna, Portogallo, Argentina e Giamaica.  Arcari si è rivelato una persona gentile ed affabile, per nulla “montato” dalle pur importanti esperienze musicali vissute, tanto da essere disponibile, a fine concerto, a spiegare ad anziano jazzofilo come mai quella sera non si fossero ascoltati standards del jazz.

Il progetto con Claudio mi ricorda molto l’esperienza fatta con un altro chitarrista acustico vicino al suo mondo musicale, che è  Armando Corsi, con il quale mi sono trovato molto bene, e, pur essendo l’ultimo arrivato in questo gruppo, e per di più con uno strumento non convenzionale come l’oboe, ci stiamo davvero divertendo moltissimo.

Suonare insieme, significa anche condividere una conoscenza personale o si può considerare una relazione solo funzionale?

Suonando, il rapporto fra le persone è non proprio fondamentale ma quasi, perché avendo poco tempo per parlare, l’intesa deve essere pronta ed aperta, ed è una caratteristica di tutta la musica avere molto a che fare con i rapporti interpersonali ed il nostro lato intimo. Spesso questi scambi avvengono proprio attraverso la musica, sul palco o nelle prove, trovando sul momento il filo di un discorso che improvvisamente diventa dialogo a più voci.”

 “Durante le prove per questa esibizione abbiamo riso tanto – conferma Claudio Bellato -e stiamo stati davvero bene insieme. Credo sia fondamentale per potere interloquire e condividere le cose comuni che ci appassionano, in questo caso collocate in una terra di confine dove convivono elementi folk, classici e jazz, e su queste suggestioni l’apporto di Mario Arcari, che ho conosciuto soprattutto per i dischi a cui ha collaborato, oppure nelle formazioni con Armando Corsi, Fabrizio De Andrè o Giangi Seinato,  aggiunge una liricità peculiare”.

“Il fatto di suonare con tante persone diverse, inoltre, è davvero un fattore di grande formazione sia umana che musicale. A me capita, suonando l’oboe, di eseguire spesso musica classica, ma anche musica d’avanguardia, jazz, musica popolare, musica per il teatro, ed il fatto di cambiare tanti generi e tanti partners musicali, ti accresce enormemente e permette di sedimentare esperienze che poi ti porti dentro quando suoni. Io, a quasi 62 anni, ho ancora tanta voglia di imparare cose nuove suonando in situazioni diverse”.

La scelta di uno strumento come l’oboe, diffuso in ambito classico, ma che tu per primo hai portato in altri territori in Europa, è stata in questo senso la chiave che ti ha permesso di essere in sintonia con diverse situazioni musicali?

Negli Stati Uniti Paul Mc Candless ha seguito un percorso simile al mio: io so che lui esiste, ma non so se è vero il reciproco. Scherzi a parte, la scelta dell’oboe è avvenuta in modo totalmente casuale.  Al momento dell’iscrizione al Conservatorio, volevo imparare il pianoforte, ma gli insegnanti, data l’inflazione di futuri pianisti, mi proposero due alternative, l’oboe o il violoncello. Non conoscendo nessuno dei due strumenti, seguii il consiglio di un bidello che mi suggeriva di scegliere l’oboe e così, del tutto casualmente mi sono ritrovato a suonare questo strumento. Ma non è stato invece un caso che io abbia seguito anche tipi di musica diversi dalla classica: l’avrei fatto anche suonando l’arpa.”

Ed in questa prospettiva non si può fare a meno di citare le collaborazioni con De Andrè e Fossati.

Con Fossati ho suonato per dieci anni interi, dal 1990 al 2000, il periodo che a detta di tanti osservatori è stato il suo migliore, quando l’aspetto musicale era molto curato e la sua band era composta da musicisti davvero ottimi. E’ stato un periodo molto formativo, perché Fossati lasciava molta libertà ai musicisti, e voleva che a turno ciascuno aprisse il concerto con uno spazio solista. Suonare davanti a platee di migliaia di persone accorse per sentire le canzoni di Fossati la mia musica considerata anche strana, sperimentale, mi ha aiutato molto a sapere veicolare una proposta senza scendere a compromessi o rinunciare all’improvvisazione, ma riuscendo invece a coinvolgere una platea magari lontana dal free jazz o dalla musica contemporanea. Fossati e De Andrè sono personaggi opposti l’uno dall’altro, e questa loro diversità non ha tardato a manifestarsi, ostacolando i progetti di collaborazione che erano stati pianificati. Oltre a qualche pezzo da “Le nuvole”, tutto “Anime Salve” è stato composto da loro due in coppia, ma quando si è trattato di definire gli arrangiamenti, la veste musicale delle canzoni, non c’è stato niente da fare. Era in programma anche una tournèe che avrebbe fatto felici gli impresari, ma non se ne fece niente, perché la loro estrazione musicale era davvero molto diversa, ed anche dal punto di vista caratteriale erano molto distanti”.

Passare dalla canzone d’autore al jazz è un bel salto anche per la libertà espressiva che in questo campo è molto più palpabile.

Quasi sempre suonando si avverte quel senso di libertà che sta alla base della filosofia del jazz, non sempre accade , ma talvolta questa dimensione è percepibile”

“ Secondo me è importante l’approccio del jazz –aggiunge Bellato – che può essere percepito anche da chi non suona esattamente e solo jazz, ma ha avuto modo di provare anche saltuariamente questo tipo di esperienza. Il concetto di interplay, la comunione di intenti fra i musicisti consente davvero, nei momenti più riusciti, di funzionare come se dietro agli strumenti ci fosse una sola mente. Si tratta di una sorta di comunicazione telepatica che permette ai musicisti di assegnare al discorso musicale direzioni anche non previste. E’un approccio che caratterizza anche molti musicisti che non sono strettamente definibili jazzisti, come John Zorn e Bill Frisell, i quali, operando in campi anche lontani dal jazz come la musica ebraica l’uno, o il country, l’altro , esprimono una sintassi basata su meccanismi interpersonali di questo tipo. Il jazzista ha come dovere l’innovazione, tutti i grandi del jazz hanno saputo costantemente innovarsi scrivendo nuova musica o inventando nuovi generi. Mi ricordo di avere visto anni fa un manifesto proprio qui a Genova che annunciava un Festival di jazz tradizionale: l’ho trovato un ossimoro, perché il jazz non è una tradizione, ma una cosa in continuo divenire. Quindi, se c’è una tradizione nel jazz è proprio quella di innovare. Il jazz è comunque in grado mettere in comunicazione il conscio con l’inconscio, per cui l’ideale sarebbe uno psicanalista che fosse anche musicista: avrebbe molto da lavorare.”

 

 

 

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