Tutti i colori di Rita Marcotulli

Leggendo le note di copertina del cd del 2011 a firma Marcotulli- Girotto- Biondini, “Variazioni su tema” (Sardmusic), ci si imbatte in una definizione, “Musica da vedere” coniata da  Francesco Giardinazzo, che si presta a descrivere, sinteticamente, ma in modo efficace, la musica di Rita Marcotulli. E non solo perché la passione per il cinema è da anni una delle sue fonti di ispirazione musicale, né perché, anni fa, grazie alla premiata colonna sonora da lei composta per il film “Basilicata coast to coast” di Rocco Papaleo, il suo nome e’diventato familiare anche al di fuori dei circuiti del jazz. Le qualità narrative ed immaginifiche sono senz’altro fra i tratti distintivi della musica composta e suonata della pianista romana, che spesso parla di colori anziché di note, di fotogrammi al posto di spartiti, e, per scrivere la soundtrack del film di Papaleo, ha applicato il metodo di improvvisare guardando le immagini sullo schermo.  Una caratteristica abbinata ad una visione musicale senza confini, dove non esistono generi, paesi o comparti, ma solo musica che può incuriosire, emozionare e permettere di inventare. Così, fra le sue esperienze iniziate negli anni settanta, troviamo collaborazioni con grandi nomi del jazz statunitense (Chet Baker, Joe Lovano Dewey Redman, Peter Erskine), ed europeo ( Michel Portal, Enrico Rava, Palle Danielsson, Kenny Wheeler, Andy Sheppard ),  progetti condivisi con cantautori (Pino Daniele, Gianmaria Testa, Max Gazzè) rielaborazioni per pianoforte dei Pink Floyd (“Us and them“), incisioni di “fusione” fra il jazz e musiche popolari di varie latitudini (“Koinè”), e , da ultimo, un rinnovato interesse per le arti figurative con progetti speciali come quello dedicato alla pittura di Caravaggio. Un vulcano in costante attività, che comunica vitalità e simpatia anche tramite lo scambio di domande e risposte di una semplice intervista.

Come è entrato il jazz nella tua vita e quali sono gli artisti di  riferimento per la tua formazione?
Ho iniziato a suonare da bambina, all’ età di 5 anni, e per me era un gioco suonare,  inventare storie, con i suoni gravi e quelli più acuti, cercare accordi e comporre canzoni con un inglese inventato. Tutti i miei cugini erano messi a dura prova, con il compito di percuotere pentole e quant’altro capitasse a portata di mano..
Non ho mai amato molto leggere lo spartito, anche se studiavo musica classica:  spesso mi facevano suonare il brano che dovevo studiare dall’ insegnante ed io, ricordandomi qualcosa,  lo risuonavo, facendo finta di leggere. Naturalmente ogni tanto sbagliavo, e l’insegnante mi beccava regolarmente rimproverandomi.
Forse questo è stato il primo sintomo per approdare al jazz, alla musica improvvisata.
Poi da adolescente, circa a 15 anni è iniziata l’era delle scoperte continue, fatte spesso attraverso amici musicisti : il mio primo disco fu “Criss Cross” di Thelonius Monk, poi Horace silver, e quindi Bill Evans, ma  ascoltavo tutto, senza preclusioni di generi, Frank Zappa, Pink Floyd, John Coltrane , i Nucleus,  Elis Regina e molto altro. Da lì è partito il mio amore per la musica ed anche il mio percorso di compositrice ed interprete.

Rita CDJ PeP 3
Sei una musicista jazz che non disdegna il rock ,dove le formazioni sono più o meno stabili, mentre il jazz ha come propria regola lo scambio ed il frequente mutare di compagni di viaggio. Le dinamiche interpersonali fuori dal palco, l’amicizia, la
sintonia fra persone certo influenzano anche la musica che si produce insieme, in un modo che noi ascoltatori possiamo forse solo intuire. Per chi è al di qua del palco che importanza ha la conoscenza e la sintonia fra le persone/musicisti?

Se  fra i due generi c’èuna differenza di approccio, nel mondo del jazz il musicista deve creare musica improvvisando, essere spesso un compositore istantaneo, ed è fondamentale il rapporto che si crea con i compagni di avventura : ascoltarsi, e dialogare, creare insieme, è come dipingere un quadro con più mani.
Con questo tipo di musica non si può fingere : fuoriesce  tutta la natura dell’essere, la nostra vera anima, è come un denudarsi da maschere o da filtri , ed è senza dubbio una filosofia di vita, un modo di rapportarsi con il mondo rompendo gli schemi e cercare nuove strade, nuovi ingredienti.
Scegliere i musicisti e’,quindi, fondamentale, ci sono moltissimi musicisti bravissimi, ma ciò che fa la differenza è l’ affinità al tuo gusto, alla tua visione musicale, di un musicista che magari ha le stesse tue intuizioni. Ad esempio, quando compongo, so già chi potrà suonare a perfezione ciò che immagino: c’è un vasto gruppi di artisti musicisti con cui collaboro, e che considero la famiglia dell’anima.
La musica non prescinde la vita stessa, suonare e ‘ un modo di esprimere le emozioni, le sensazioni che la vita ci regala. E non c’è cosa più bella della condivisione, e della consapevolezza, che la musica  ci insegna .

 Il cinema spesso è spesso al centro delle tue proposte attraverso i titoli come in “The woman next door “ dedicato a Truffaut, o perché componi per le immagini, come nel caso delle colonne sonore. Come nasce questa tua passione che si abbina in modo naturale al potere evocativo della musica?

Sicuramente oltre alla musica un’altra mia passione è il cinema !
Mi ci sono avvicinata da bambina perché mio padre è stato l’ ingegnere del suono di tanti grandi artisti, e soprattutto di tantissimi compositori di cinema, da Ennio Morricone a Nino Rota , Armando Trovaioli,  Ritz Ortolani, Piero Piccioni,  Fiorenzo Carpi ed altri .
Capitava che quando registravano, spesso andavo a vedere in studio, a quei tempi non c’erano i computer, si registrava tutto in presa diretta davanti allo schermo, ed io ho assistito a tante registrazioni di film. Un’esperienza che mi è rimasta dentro. 
La musica che compongo spesso è evocata da immagini, dalla natura, da forme, sensazioni della vita e colori. Mi viene in mente un aneddoto di mio padre, che mi raccontava che quando Fellini parlava con Nino Rota della musica, per esprimere ciò che voleva per una scena gli diceva spesso :”Questo brano per questa immagine e ‘ troppo blu. Mi serve più rosso!” Per dire, è la visione, il colore, che vuoi creare nella composizione. E sicuramente Fellini e ‘ stato il più grande visionario della storia del cinema. Ascoltare con gli occhi. E guardare ascoltando.

Rileggere in chiave jazz le canzoni italiane, è un altro dei tuoi interessi, con il gruppo composto da Peppe Servillo, Javier Girotto, Fabrizio Bosso, Furio Di Castri e Mattia Barbieri. Un operazione che da un lato può ampliare la  platea degli interessati, ma rischia di scontentare i puristi. Io ci vedo un parallelo con i jazzisti che interpretavano, e continuano a farlo, il grande songbook americano. Cosa ne pensi?

Non ho mai escluso nessun tipo di genere musicale.
Scelgo la musica bella, che mi piace, mi ispira e mi dà un emozione, con la condizione che abbia una forte personalità. Non capisco i puristi che ascoltano un tipo di musica e basta. E’ riduttivo, e significa anche ignorare molte cose: è come se un amante della letteratura leggesse un autore di un solo periodo storico, od un appassionato  di pittura solo l’arte figurativa.  Non ha senso. Detto questo, è vero che in questi ultimi anni il mercato soprattutto in Italia, ha preferito progetti più popolari, che arrivassero ad un pubblico più vasto, con tributi e revival, dando meno spazio a progetti originali, o alla musica di ricerca. Ma questo non dipende solo dai musicisti, ha un rilievo anche un mercato che orienta e condiziona le scelte. Personalmente sento molto il desiderio di comporre nuove cose, e, finalmente, sono riuscita a realizzare, dopo varie peripezie, un concerto multimediale con la pittura di Caravaggio, “Caraviaggianti”, un viaggio visionario sui dettagli pittorici con testi di Stefano Benni e video creazioni del gruppo Karmachina, che ho presentato ad  Umbria jazz nel 2018 con un particolare organico  composto da Mieko Miyazaki, Israel Varela, Michele Rabbia, Tore Brumborg e Michel Benita. Spero di poterlo riproporre dal vivo, magari con organico ridotto, e sicuramente ci sarà un disco con le mie musiche composte per lo spettacolo. Mentre il 9 luglio sarò a Ravenna con la scrittrice Melania Mazzucco per uno spettacolo di musica e parole dedicato alla  parabola artistica di Plautilla Briccia, artista del 1600, ovvero “L’architettrice”.

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Hai partecipato a dischi di cantautori e collabori con cantanti anche non proprio vicini al jazz. Ti trovi a tuo agio nello stesso modo di quando “dialoghi” con colleghi jazzisti?

Io credo che in tutti i generi ci siano cose geniali, e cose noiose o banali. Io ascolto tutto, dalla musica pop alla classica, musica indiana, africana, dei paesi dell’est, flamenco ed altro.
E ‘ uno stimolo continuo, ed anche il jazz ha continuato a contaminarsi negli anni.
Mi ricordo quando, a metà anni 80, con Michel Petrucciani, Furio Di Castri ed Aldo Romano, ascoltavamo tutta la notte “Amoroso” di Joao Gilberto: il brano “Estate” di Bruno Martino che si trovava  su quel cd, Michel poi lo suonò nel suo primo album, e da allora e ‘diventato uno standard abituale. Non ci dimentichiamo che gli standard di jazz spesso derivano da colonne sonore di film americani, o musica di intrattenimento.
Le canzoni vengono soprattutto composte in funzione di un testo, ma sono state composte anche melodie bellissime, che si prestano benissimo ad essere elaborate. Penso a quante canzoni stupende sono state scritte dai Beatles, dai Pink Floyd, ai capolavori di Peter Gabriel, James Taylor o Joni Mitchell, Sting, Bjork. Ma anche a Pino Daniele, con cui ho collaborato molti anni, a Fabrizio De Andrè, a Luigi Tenco, Lucio Battisti o Gino Paoli. Hanno scritto bellissime melodie arrangiate da grandi artisti come Ennio Morricone, Nicola Piovani, Louis Bacalov, Armando Trovajoli, per citarne alcuni.  Molti musicisti americani hanno suonato brani di Cindy Lauper o Michael Jackson, come Miles Davis ad esempio, o Brad Meldhau, che è un fan dei Radiohead. Non ci trovo niente di male, anzi trovo che ultimamente ci siano molti giovani musicisti fantastici da ascoltare che si ispirano alla canzone come Knower , Snarky Puppy, Bekka Stevens o Jacob Collier, che prende canzoni di Steve Wonder e le arrangia in modo  originale , un vero genio.

Hai collaborato con attori e scrittori – per citarne alcuni  Rocco Papaleo, Fabrizio Gifuni, Sonia Bergamasco, Chiara Caselli, Lella Costa –  e spaziato dal progressive con Billy Cobham al jazz contemporaneo con Dewey Redman, Palle Danielsson, Peter Erskine, Sal Nistico, Joe Henderson, Pat Metheny. Alla luce della tua esperienza, come definiresti oggi “il mestiere” ed il ruolo  del musicista?

Suonare e‘ soprattutto una vocazione, ed il mio modo di esprimermi, ma anche un lavoro, che mi permette di vivere! Oltre a quelli citati, ho accompagnato cantanti e cantautori di diversi generi da Francesco De Gregori a Giorgio Gaber, da Maria Pia de Vito a Noa, Pino Daniele, Irene Grandi, Claudio Baglioni, Elisa, Peppe Servillo, Massimo Ranieri, Gino Paoli, Amja Garbarek. Sono tanti e anche molto diversi fra loro, ma tutti grandi artisti e professionisti con una forte personalità. Con ognuno di loro ho imparato qualcosa.  Per me la sfida è dare il meglio anche in mondi dove mi riconosco meno, cercando di rimanere me stessa. E, soprattutto, mantenere la qualità.

Nella tua intensa estate (tra le altre cose, un piano duo con Dado Moroni alla Casa del jazz di Roma il 6 luglio , uno spettacolo al Teatro greco di Siracusa con Lunetta Savino il 17 luglio, il trio con Ares Tavolazzi e Israel Varela a Berchidda il 12 agosto) ti aspettiamo a Genova, il 26 Luglio per la serata finale del festival Gezmataz. Puoi anticiparci qualcosa del concerto?

Sarà un piano solo con un programma che è ancora in via di definizione e potrebbe cambiare a seconda del momento e del pubblico. Sicuramente alternerò mie composizioni originali a reinterpretazioni di autori che amo come Pino Daniele, Domenico Modugno o i Beatles. La cosa bella è che, pur con le limitazioni del momento, si torni a suonare dal vivo e per me si tratta di una fra le prime date dopo la riapertura. Insomma…vedremo.

Un estratto dal concerto di Rita Marcotulli e del percussionista messicano esperto di flamenco Israel Varela al festival delle Tremiti nel 2019.

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