La bellezza ritrovata: cronache da Ambria

Secondo week end in Valtellina per il festival di Ambria Jazz e ancora  nuovi protagonisti  e tanta bella musica. Si inizia venerdi’ 17, e a dispetto della superstizione, il trio di Dario Congedo si produce in un set teso e convincente. Solo brani originali ed un approccio di assoluta parità tra i tre componenti del gruppo, che vede Alessandro Lanzoni al pianoforte e Federico Pecoraro al basso elettrico affiancare il leader alla batteria.

Brani ariosi, con lunghi spazi solistici equamente distribuiti ed una vena cantabile complessiva che però non disdegna anche momenti di libertà espressiva ritmica ed armonica. Un concerto generoso nei tempi (c’era anche una seconda esibizione alle 21) e nella distribuzione delle energie che ha raccolto il consenso del non numeroso pubblico presente. Un argomento spinoso quest’ultimo, che meriterà più di un approfondimento al termine della rassegna.

marina

Per stanchezza (scusatemi, ma comincio ad avere un’età e due ore di macchina ogni sera non aiutano…) salto il concerto della sera successiva, quello del trio di Marco Bardoscia, del quale comunque, amici presenti mi parlano in termini lusinghieri.

Ho puntato tutto invece sull’ultima tappa del week end, il Phase Duo di Stefano Greco alle elettroniche ed Eloisa Manera ai violini, trascinando moglie ed amici con la promessa di musiche mirabolanti. Ed in effetti il duo ripaga ampiamente le aspettative, concedendo oltre un’ora di meraviglie sonore. Stiamo parlando di musiche decisamente lontane da quello che comunemente si definisce come jazz, ma, vivaddio, ecco finalmente che il miracolo si compie: si può suonare partendo da un omaggio al maestro Morricone e finire, tra un brano originale ed un altro, con la ripresa di Deborah’s Theme (dal film C’era una volta in America) che lentamente, tra una variazione e l’altra, diviene Violin Phase di Steve Reich, opportunamente ridotto nella durata e concentrato nella sostanza. Molto ben riuscita anche la ripresa di Offering, dall’album Passages di Philip Glass e Ravi Shankar, perfettamente inserita tra gli originals del duo.

eloisa

Un concerto troppo breve, non per il tempo complessivo, ma per lo stato di grazia dei musicisti. Non ci fosse stato un secondo set qualche ora dopo chissà quali altre preziose gemme i musicisti avrebbero tratto dal loro scrigno. Peccato per chi non c’era e grazie di cuore a chi organizza musica per l’anima e per la mente. Bellissimo.

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