CARTOLINE. IL FELLINI STRIDE DI PIERANNUNZI

.… manca solo l’eminenza grigia del film, Ennio Flaiano

Sorpresa, una parola chiave nel jazz. Quando si esce da un concerto con tutte le idee ed aspettative della vigilia messe a soqquadro, ebbene è proprio successo quel ‘quid’ di inafferrabile che è la ragion d’essere di questa musica.

Innanzitutto un’importante notazione di cronaca. In una Stresa ancora tramortita e spopolata dal post-quarentena, la platea della prima serata del ciclo jazzistico di Stresa Festival appariva al completo, pur nel rigoroso rispetto dei distanziamenti imposti dia tempi: anzi, mi è sembrato di vedere anche un intero settore di posti che mi sono sembrati aggiunti all’ultimo minuto per far fronte a richieste impreviste. Merito della consolidata reputazione di Pierannunzi? Merito di un festival che ha seminato negli anni passati creando un pubblico non occasionale e piuttosto determinato? Come che sia, si tratta di un risultato in netta controtendenza rispetto a quanto si legge a proposito della risposta alle prime coraggiose proposte di musica dal vivo di questa ‘strana estate’.

Ma torniamo al palco, sul quale si sono presentati oltre ad Enrico Pierannunzi al piano, Luca Bulgarelli al basso e Mauro Beggio alla batteria. Il programma era chiaramente tracciato: la rielaborazione per trio del materiale di ‘Fellini Jazz’ un album del 2003 che vedeva il pianista romano circondato da una formazione da brividi (Kenny Wheeler alla tromba, Chris Potter al sax, Paul Motian alla batteria, Charlie Haden al basso); allora si ricordava il decennale della scompara, ora il centenario della nascita del regista romagnolo.

 

Va detto che il risultato della rilettura è stato molto diverso, e non solo per la radicale diversità dell’organico. E qui cominciamo ad addentrarci nella sorpresa riservataci da Pierannunzi. I temi concepiti da Nino Rota per Fellini fanno ormai parte della memoria musicale collettiva, anche in versioni ‘cheap’ che ne hanno sfruttato le potenziali inclinazioni sentimentali e patetiche, per tacere dell’insistenza sul registro del grottesco. L’insidiosa trappola di una rilettura a buon mercato e di facile presa è stata invece elegantemente e brillantemente scansata da Pierannunzi ed i suoi, che viceversa hanno rivelato il potenziale jazzistico di molti temi di Nino Rota.

Nonostante le ovvie diversità di formazione, un Pierannunzi molto discorsivo e didattico (si sono visti all’opera i lunghi anni trascorsi dietro una cattedra) ha evidenziato che le modalità compositive di Rota (che lavorava direttamente al piano con a fianco un incombente e vessatorio Fellini che scartava un’idea dietro l’altra) lo portavano a creare con modalità molto simili a quelle di un improvvisatore (atteggiamento totalmente diverso quello di  Ennio Morricone, con cui Pierannunzi ha lavorato nelle colonne di circa 30 film degli anni ’70 ed ’80. Lì la composizione precedeva addirittura il girato, basandosi sulla personale visione della sola sceneggiatura da parte del musicista).

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Marcello alle prese con l’enigmatica ed inquietante Anouk Aimeè……

L’approccio del trio di Pierannunzi al mondo musicale felliniano è stato invece molto secco ed asciutto, ed alieno da qualsiasi concessione al sentimentalismo ed alle facili coloriture. Pierannunzi sfoggia infatti un tocco molto incisivo e smagliante, quasi percussivo, unitamente ad un fraseggio molto veloce e basato prevalentemente su sequenze di accordi a momenti quasi martellanti, non si indulge affatto a dolcezze melodiche di facile presa. Nel veloce e swingante discorso di Pierannunzi balenano spesso evidenti inflessioni blues ed anche qualche sfumatura latineggiante: una breve sequenza fugata ci ricorda poi l’amore del pianista romano per Scarlatti. Perfetto dal punto di vista del dinamismo e della nitidezza dell’insieme è il dialogo con il basso di Bulgarelli, cavata potente, fraseggio impetuoso ed assertivo che nei frequenti momenti in cui conquista il centro della scena sfiora quasi la prepotenza. A dimostrazione della duttilità dell’ultima leva di batteristi, Beggio riesce a sfruttare gli interstizi che si aprono tra due personalità così spiccate e determinate per inserire un necessario controcanto di sottigliezza e leggerezza con un drumming che ricorre ampiamente a spazzole e piatti nell’accompagnamento.

Una parola anche sui ‘materiali’ (“perche la musica non è una cosa eterea, è invece molto concreta e tangibile, e sui temi si lavora come artigiani”, dice Pierannunzi): toccano quasi tutte le collaborazioni tra Rota e Fellini. La prima delle mini suite ricavate dai due temi dello sfortunato ‘Il Bidone’ è quella dove forse riesce meglio la lettura jazzistica del pianista, ma anche l’inflazionato ‘Amarcord’ rivela l’efficacia e l’originalità della lettura di Pierannunzi ed i suoi, che non soffre minimamente del gran lavoro di adattamento e trasposizione testimoniato dai lunghi nastri di fogli di spartito che scivolano gradatamente sui leggii. Notevole soprattutto per la varietà di climi e registri anche la piccola suite ricavata dai motivi principali de ‘La Dolce Vita’: è qui che vediamo scorrere con veloce fluidità la sorprendente sequenza di fuga ed anche un momento di improvvisazione libera che consentono la transizione tra nuclei tematici distanti.

… e Steiner (Alain Cuny) riuscirà a ‘distaccarsi’: uccidendo sè stesso ed i suoi bambini

Successo pieno e meritato, che viene certificato da un bis che, pur sempre di matrice felliniana, nasce dalla penna di Pierannunzi che lo aveva concepito per metter in risalto Charlie Haden: ma il grande bassista mostrò un’evidente disagio nella lettura della parte e riuscì a condurre la registrazione a chiusura dopo soli tre minuti e qualcosa. Noi viceversa abbiamo avuto in dono tutti e sei e passa minuti dell’originale partitura di ‘Fellini Jazz’.

Un’esordio più che brillante per Stresa Festival, che si preparava ad accordarci ulteriori emozioni nella serata successiva: ma questa è un’altra ‘cartolina’, ancora da imbucare. Milton56

… ma non era per niente ‘dolce’… il finale inquietante e squallido con il misterioso mostro marino. Un Marcello alla deriva non riesce ad aggrapparsi al filo di speranza offerto dalla limpida Valeria Ciangottini, la risacca è troppo forte, le parole si perdono ed i gesti non bastano….

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