Ode alla morte del jazz (ma è ironico)

In molti, nel corso del tempo, hanno provato a vaticinare la morte del jazz, esternando da colonne stampate o interviste ieratiche, ma, almeno credo, solo uno si è spinto ad intitolare al tema un’intera opera. “Ode to the death of jazz” è infatti il disco che il compositore e percussionista finlandese Edward Vesala ha registrato nel 1988 a Helsinki con ECM. L’intento, in realtà, era opposto a quanto si potrebbe pensare : celebrare l’essenza della musica creativa contro quel massiccio ritorno ai modi della tradizione che, in quel periodo, gli anni ’80, era rappresentato da musicisti come Wynton Marsalis, fedeli ai canoni del passato fino a sospetti di calligrafia.
Come avrete capito, non stiamo parlando di una novità, e pago subito un debito di riconoscenza e rispetto, segnalando che il disco è stato oggetto di autorevoli trattazioni critiche già da anni, di cui cito quella a cura di Claudio Sessa nel programma della Radio Svizzera Birdland, ascoltabile a questo link: https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/birdland/Dischi-storici.-Edward-Vesala-%E2%80%9COde-To-The-Death-Of-Jazz-7953257.html

Di Vesala risulta facile scoprire le tracce analizzando il vasto panorama del jazz nord europeo degli anni passati. Ad esempio nel trio di Jan Garbarek con Arild Anderson che registrò “Tryptikon” (ECM) nel 1973, o nel lungo sodalizio con il trombettista polacco Tomasz Stanko iniziato nel 1974 ed esteso fino agli anni ’90. Ma Vesala è stato molto più di un semplice sideman: fondatore dell’etichetta Leo, che darà alla luce molti dei suoi lavori, insieme a quelli di molti musicisti europei, dai primi anni ’80 allestì una sorta di workshop con giovani artisti della propria terra fino a costituire un gruppo stabile, denominato Sound and Fury con evidenti richiami a Shakespeare, ricomparso anche nel nuovo secolo privo del fondatore. Con loro ritornò alla ECM, frequentata fin dai primi anni settanta, con alcuni lavori (“Lumi”, “Invisible storm”) che si affiancano a quello di cui parliamo. Al suo fianco, fino alla prematura scomparsa avvenuta nel 1999, la moglie Iro Haarla, personaggio determinante per la vita e l’arte di Vesala, arpista e pianista, co autrice ed arrangiatrice di moltissimi lavori del marito, sia discografici che per il cinema o il teatro.

Edward Vesala e Iro Haarla

Ode to the death of jazz“, insieme a Vesala ed alla moglie, annovera in una formazione larga alcuni fra i migliori talenti della scena finnica del periodo, i i sassofonisti Jorma Tapio, Pepa Päivinen e Jouni Kannisto, il chitarrista Jimi Sumen, il bassista Uffe Krokfors, il trombettista Matti Riikonen oltre a Taito Vainio all’accordion e Tim Ferchen a marimba e tubular bells. E’ un’opera di grande interesse che meriterebbe una riscoperta o un ripasso, ricca di stimoli e suggestioni accumulate dal suo autore nel corso della carriera, e rielaborate in otto brani dalle atmosfere cangianti per ribadire una personale visione del jazz, caratterizzata dall’assenza di confini musicali e dalla libertà di cambiare, quando ritenuto opportuno, atmosfere ed umori. Lontano dal free inteso nel suo significato più diffuso, come dai canoni ricorrenti dell’etichetta ospite ECM, il disco resta fedele ad una dimensione melodica costruita nella logica collettiva dell’ampio organico, attraversata da scampoli di humor corrosivo un pò zappiano, che bilancia i momenti di maggior rigore espressivo . Per l’ascoltatore curioso, si tratta di una piccola scatola delle sorprese. Aperto il lucchetto dell’iniziale “Sylvan Swizzle“, il brano meno immediato con le sue misteriose trame contemporanee, dal contenitore salteranno fuori i ritmi tribali e gli intrecci fiati/elettronica di “Infinite express“, le rarefazioni cameristiche della ballad “Time to think“, la mandria di fiati imbizzarrita di “Winds of Sahara“, le distensioni sinfoniche di “Watching for the signal”, insieme a struggenti tanghi con richiami a Rota (“Glimmer of Sepal“) , scorribande jazz rock condite di elettronica (“Mop Mop“) e la personalissima interpretazione dello swing di Vesala, nella conclusiva “What?Where? Hum Hum”.
Con una piena smentita del titolo, la musica, lungi dal dare vita ad un’orazione funebre, si trasforma in appassionata celebrazione del jazz e della sua libertà creativa. A patto di tenere lo sguardo ben rivolto in avanti.

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