Fred Hersch – Songs from home

Se, come ho fatto io, avete seguito, nel periodo di lockdown primaverile, le quotidiane trasmissioni di Fred Hersch nella sua diretta social intitolata “Tune a day”, saprete dove collocare la genesi di questo “Songs from home “(Palmetto records ). Una piccola, condensata storia personale attraverso dieci “canzoni” tratte da quel songbook creato giorno dopo giorno nella sua stanza, trasformate dai tasti del pianoforte, in altrettante scialuppe di salvataggio per resistere, parole dell’autore, “contro il rischio di perdere la mia identità“. Erano, come quelli attuali, giorni difficili, ed i cinque minuti in compagnia della musica di Hersch, seguiti dalle sue raccomandazioni a stare bene, riassumevano la condivisione di timori e speranze. Una storia che si conclude con l’ auto ironia del brano dei BeatlesWhen i’m sixty four”, completamente ricostruito in una versione simil ragtime, a sottolineare l’età di Fred Hersh nel 2020, e con l’augurio rivolto agli ascoltatori nelle note di accompagnamento, che “questa raccolta di canzoni che significano qualcosa per me possa portare calore ai vostri giorni, e che tutti possiamo stare bene e passeggiare in pace“. Ma tutto in questo album, racchiuso in una copertina che trasmette una sensazione di pace e concentrazione, sembra volere rivolgersi al lato più intimo dell’uomo. Come abbinare altrimenti “Wouldn’t it be lovely” (di Frederick Loewe, da “My fair lady”), a “All i want” (di Joni Mitchell da “Blue” ) ed a “Solitude” (Duke Ellington 1934) ? Si tratta di quelle piccole magie che riescono solo ai grandi artisti: quelli che, come Bill Evans o Keith Jarret, sono in grado di evocare la grazia e la delicatezza che arriva direttamente all’emozione, senza far percepire il virtuosismo tecnico del musicista.
Non sono quelli della heartfeld ballad gli unici registri toccati da Hersh. Nel programma troviamo viaggi nel tempo, fra passato remoto, presente e futuro: “After You’ve Gone” del compositore vaudeville Turner Layton, deliziosamente old fashioned, “Get out of town” di Cole Porter destrutturata e spinta su terreni avanguardistici, il brano dei Beatles che viene trasportato indietro nel tempo, fino a Jelly Roll Morton. E viaggi geografici, con il medley “West virginia rose” /The water is wide” in grado di trasportarci con l’immaginazione fra le praterie ed i laghi dello Stato dello Shenandoah. In altri episodi emerge la capacità di Hersch di far convivere ragione e sentimento, con la musica che adotta una sintassi armonica e ritmica più complessa, per arrivare al medesimo risultato emotivo: la celebre “Wichita Lineman” di Jimmy Webb che conserva la melodia ma si spinge in territori classici grazie al gioco dei contrappunti, il tuffo nel proprio passato, con la title track dall’album “Sarabande“, una lenta danza incisa nel 1986 con Charlie Haden e Joey Baron, ed il commovente omaggio a Kenny Wheeler di “Consolation (a folk song)” in equilibrio fra narrazione ed invenzione. Un intimo diario personale scritto con la musica che ci accoglie nel mondo di Fred Hersch.

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