Da Abbey ad Armitage Road

Di tutte le copertine ispirate a quella di “Abbey Road ” dei Beatles, l’immagine che vedete sopra, riportata sull’unico LP del gruppo sud africano Heshoo Besho , uscito nel 1970 per una sussidiaria Emi, la Litte Giant, è, probabilmente una delle più forti e commoventi. Ispirandosi chiaramente anche nel titolo al famoso album dei Beatles, Henry Sithole, suo fratello Stanley, il chitarrista Cyril Magubane, il bassista Ernest Mothle ed il batterista Nelson Magwaza si fanno ritrarre in una strada di terra battuta di Orlando, sobborgo di Soweto, su uno sfondo di baracche che evoca le condizioni di vita di un paese immerso in pieno regime di apartheid, ben lontano dal panorama che incorniciava, solo un anno prima, i passi sulle strisce pedonali dei più celebri colleghi britannici. La copertina non è però l’unico motivo per parlare di questo disco, sparito dai primi anni settanta dopo un paio di riedizioni dalle colonne della discografia e riemerso quest’anno grazie ad una ristampa a cura della label canadese We Are Busy Bodies : la musica che esce dal suo contenuto è infatti, un raro esempio di fusione fra hard bop e ritmi africani che si avvicinano ad una sorta di frizzante funk, e suona fresca e godibile come se il tempo non fosse passato. In realtà anche nel 1970 la registrazione di un LP per un gruppo jazz sudafricano fu un piccolo evento, propiziato, come narrano le cronache, dal produttore John Norwell, figlio di un boss della Emi, il quale, dopo avere assistito ad un concerto del gruppo a Johannesburg, creò le condizioni per un’incisione in studio che restituisse nel modo più naturale la verve e la forza di Heshoo Beshoo ( una frase che indica potenza nel movimento). Occasione unica e non ripetuta, dato che i fratelli Sithole, sassofono alto e tenore,con il batterista Magwazasi dopo “Armitage Road” intrapresero altre strade con il gruppo soul jazz The Drive, mentre degli altri poco o nulla risulta ricostruibile. Nessuno dei cinque, purtroppo, ha potuto salutare l’evento collegato alla ristampa e le notizie propagate nei media del 2020, perchè tutti scomparsi, ed il produttore Eric Warner, proprietario della We are busy bodies, l’altro uomo fondamentale della vicenda Heshoo Beshho con Norwell, seguendo il principio di equità che ispira la propria label, ha creato un fondo per destinare alle famiglie dei musicisti le royalties delle vendite del disco.


Bisogna riconoscere che entrambi i produttori, a distanza di un cinquantennio, hanno visto giusto : i cinque lunghi brani del disco, composti collettivamente, ma con il ruolo preminente del chitarrista Cyril Magubane, colpito dalla poliomelite da piccolo e costretto sulla sedia a rotelle meritano senz’altro più di un ascolto, ed inducono anzi ad una sorta di assuefazione musicale. Dai riff magnetici dei fiati all’unisono della title track, che concede ampi spazi all’alto di Sithole e di “Wait and see”, agli scambi chitarra/fiati di “Emakyaha”, fino al classico tema hard bop di “Amabutho” ed alla lunga jam finale di “Lazy bones”, il disco rappresenta egregiamente quella che deve essere stata una band dalla resa live fenomenale. Se all’inizio fa una strana impressione ascoltare una chitarra in stile Wes Montgomery e dei sassofoni chiaramente ispirati a Coltrane o Rollins danzare su una ritmica esuberante e sempre in primo piano strutturata su scansioni funky, dopo un paio di ascolti, è facile incappare nella voglia di rituffarsi fra quelle onde leggere per farsi cullare dolcemente, con il corpo a Soweto e la testa a New York. Un bell’esempio di fusione fra culture ben prima che si parlasse di world music.

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