…. e per me invece un caffè doppio, senza zucchero, grazie – Considerazioni di un Impolitico, 4

Tanto per cambiare, l’amico Rob73 mi ha porto la battuta. Ovviamente mi riferisco alle sue meditazioni sull’articolo di Martina Simonelli, che però io ho letto in chiave decisamente diversa. Come quasi tutti i pessimisti di metodo, ho una riposta, ma tenace riserva di ottimismo della volontà. Ovviamente da mettere in campo solo nei momenti della verità, non da sperperare in retorica di circostanza.

Mettetevi comodi e rilassati, è ancora l’Impolitico che parla, ma questa volta a caldo e soprattutto a braccio.

Innanzitutto, non è male che l’intero mondo del jazz (attuale pubblico compreso) si rispecchi nell’idea che gli altri, ‘quelli di fuori’, hanno di questa musica. E già, facciamo un minimo di autocritica: la nostra comunità ha peccato talvolta di chiusura ed autoreferenzialità. Una reazione spiegabile con la sistematica e niente affatto casuale emarginazione dalla scena pubblica, non solo quella del costume e della quotidianità, ma anche da quella della ‘Cultura’ (o, per meglio dire, di quello che ne resta dopo decenni di declino e di corruzione mediatica). Spiegabile sì, giustificabile no, soprattutto in un momento come questo dov’è in gioco la sopravvivenza stessa di un’esperienza di creatività musicale che ha saputo attraversare il ventennio mussoliniano ed ancora di più l’angusta e provinciale autarchia culturale che lo ha seguito (e continuato) sino a tutti gli anni ’50.

..ce n’è anche una riedizione di qualche anno fa, per i tipi di Arcana

Nel suo piccolo e su scala amatoriale, Simonelli ha ripetuto l’esperienza della ‘Jazz Inchiesta’ curata da Enrico Cogno all’inizio degli anni ’70, una cosa che da tempo il mondo del jazz avrebbe dovuto fare da sé, tra l’altro con maggior coinvolgimento e più ampi strumenti. Esperienza che avrebbe senz’altro riservato momenti spiazzanti, ma anche riflessioni salutari. E comunque non sarebbe stato tempo perso, come quello di interloquire con un ministro della cultura (?) campione della chiusura ‘a prescindere’ e sine die (e senza nemmeno l’ombra di un ‘piano B’) di teatri, cinema e sale da concerto, mentre invece si discuteva seriamente sulla riapertura degli impianti sciistici durante una crisi sanitaria che già nel gennaio scorso in Germania era stata definita l’ ‘epidemia degli sciatori’.

Ho letto tutto il pezzo della Simonelli, e sinceramente non me la sento di ironizzare sul suo percorso piuttosto naif di avvicinamento al jazz. Anzi, mi ci sono in parte rispecchiato: è un percorso solitario di autoistruzione, costruito sulla base di quello che la scena musicale quotidiana può offrire di meno lontano ed opposto alla nostra musica. Del resto, scavando sino negli angoli più dimenticati delle nostre discoteche emergerebbero facilmente reperti altrettanto imbarazzanti che hanno segnato i nostri primi passi verso il cuore della musica che ora conosciamo. Tra l’altro, va notato che la scena musicale in cui si muove Simonelli è di gran lunga molto più omologata e plastificata di quella che a suo tempo frequentavamo noi, e che i Michel Bublè ed i Mario Biondi (già due spanne al di sopra della media) bisogna andarseli pure a cercare. Se poi si pensa ai banali surrogati commerciali su cui grandi compositori e teorici europei costruirono i loro giudizi (e pregiudizi…) sul jazz senza nemmeno sospettare la sola esistenza di Armstrong, Ellington o Henderson……

Il jazz, quel mondo sconosciuto e alquanto incomprensibile che, in realtà, affolla le nostre vite più di quanto pensiamo, ma che il nostro orecchio –allenato alle rime sole-cuore-amore e stupidissime melodie sempre uguali- non è più abituato a riconoscere”, scrive Simonelli. Molto bene, ottimo punto di partenza ed ancor migliore motivazione: mi ci rispecchio non poco in questa insofferenza per la ‘dittatura della canzone’, anzi della canzonetta, visto il livello qualitativo odierno. Probabilmente è molto più diffusa di quanto sembri, questa insofferenza, ed è ora che si faccia qualcosa per intercettarla e risponderle.

E qui veniamo a chi fa musica, ed anche a chi la propone e dovrebbe diffonderla. Il jazz è diventato sempre più incomprensibile “…perché negli ultimi anni purtroppo spesso i musicisti hanno perso di vista il vero scopo con cui era nato e si concentrano esclusivamente su una tecnica portata all’eccesso.” . Va bene, c’è un po’ di approssimazione, ma anche un fondo di verità. Da un paio di generazioni, il jazz – e particolarmente quello nostrano – sconta una certa ‘accademizzazione’, in cui la motivazione originaria, la volontà di esprimersi con una musica che ha affascinato da ascoltatori, deve sopravvivere per anni in ambiti in cui l’enfasi sulle tecniche già acquisite e formalizzate e la pratica musicale limitata alla cerchia di insegnanti e colleghi-rivali porta spesso ad  un certo isterilimento intellettualistico e manieristico. Un problema che certo non affliggeva le generazioni precedenti, che si formavano attraverso percorsi ‘selvaggi’ di autoistruzione, e soprattutto lo facevano quasi subito sul palco, di fronte ad un pubblico vivo e pulsante. Certo non se ne può fare una colpa a chi negli ultimi anni ha trovato un circuito musicale rado, impoverito e monopolizzato da figure dominanti. Ma non si può nemmeno fare una virtù ed una risentita scelta di un’emarginazione che può facilmente sfociare in autoreferenzialità ed indifferenza per la capacità ricettiva del pubblico, i suoi handicap di partenza e la sua fame di emozione.

Spiace ripetermi, ma questo è un momento della verità per la musica, e soprattutto per una che ha sempre riflesso la contemporaneità come nessun altra: da una parte c’è certo il rischio di estinzione, ma dall’altra anche l’incredibile opportunità di dare voce ed espressione al sentimento di un momento eccezionale e sconvolgente che, diciamocelo chiaro, nessun altro ha mostrato di saper comprendere ed esprimere: né politica, né economia (figuriamoci…), né scienza, né ‘cultura’ (quella da elzeviro in terza pagina, o peggio da talk show). A patto di ricominciare dal basso, dal piccolo, dal periferico, dall’autogestito, e soprattutto dalla cruciale priorità di una relazione emotiva con il pubblico che non ammette narcisismi stile ‘io tiro diritto, chi mi ama mi segua’ (che tra l’altro evoca retoriche d’antan….).

Beh, ora finiamola qui: scusino, ma l’ottimismo mi sfinisce…… 🙂 .Milton56   

A proposito di emozioni…. e di capacità di uscire dall’angolo…

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