Cartoline. Il ‘Totem’ di Ferdinando Romano

Resuscitiamo il formato agile delle ‘Cartoline’ per darvi più frequenti occasioni di lettura

‘Eppur si suona’, verrebbe da dire registrando alcune recenti uscite discografiche che interessano la scena italiana. Seguendo i buoni propositi enunziati in linea generale, mi concentro sulle formazioni più giovani, che, oltre ad esser già in passato oscurate dai palchi della musica live, oggi soffrono ancor di più la sua chiusura. Ma va detto che è proprio da loro che arrivano le cose più fresche ed intriganti, a dispetto della durezza e dell’estrema problematicità del momento.

Ferdinando Romano (classe 1983) è nel mezzo del cammin di nostra vita, come diceva il poeta. Ma nella scena jazzistica italiana non ci sono vie né rette, né traverse, ma selve oscure quante se ne vuole. Romano è un bassista con un solidissimo curriculum formativo e di perfezionamento, non solo per quanto riguarda la tecnica strumentale, ma anche per quanto concerne la composizione (e si sente, come si vedrà poi). Con l’occasione,  è curioso vedere come nel giovane jazz italiano lo sgabello del basso rappresenti un punto di vista privilegiato per l’impostazione e la guida di formazioni già venate di complessità (in rapporto ai tempi): i precedenti di Matteo Bortone, Federica Michisanti e Michelangelo Scandroglio stanno lì a dimostrarlo, gli uomini delle fondamenta e della struttura da qualche tempo sembrano avere una marcia in più nel maturare la tempra del leader.

‘Totem’ è un album sicuramente impreziosito dalla lusinghiera partecipazione del trombettista Ralph Alessi (un sogno realizzato del nostro Romano, che nel suo carnet annovera anche un’altra collaborazione di gran peso con Robin Eubanks), ma la band permanente che gli dà vita è costruita ed amalgamata in modo pregevole e meditato, al punto che la sua personalità collettiva si pone in un’efficace ed attivo rapporto dialettico con l’illustre solista ospite.

Personalmente, mi ha dato una certa emozione ritrovare alle ance il Simone Alessandrini che avevo già ammirato nel 2018 con i suoi Storytellers (che speriamo di risentire al più presto): un musicista con alle spalle già un articolato percorso professionale e che sotto questo profilo forse può esser visto come il ‘veterano’ della band. Sul versante generazionale opposto mi ha invece molto colpito Nazareno Caputo: sarà per il debole che ho per il vibrafono, ma la sua voce strumentale mi è sembrata di notevole originalità (ha in uscita un suo album in trio, ne parleremo). Il pianista Manuel Magrini ed il batterista Giovanni Paolo Liguori completano la formazione stabile, cui però si aggiunge in alcune tracce il flicorno di Tommaso Jacoviello. Un organico articolato e non convenzionale, come si può notare.

La prima attrattiva dell’album è data dalle pregevoli composizioni, molto ben impaginate con una notevole e raffinata continuità di atmosfera, un mood ipnotico e concentrato, ma nel contempo dinamico e pervaso da palpabile tensione . Il loro disegno è sempre nitido e ben definito, senza scivolare mai in vaghezze impressionistiche pur basandosi su una palette di timbri raffinati e sfumati. Caratteristiche che emergono in modo evidente nel frequente ricorso a tempi medi e lenti, in cui l’ordito della trama di gruppo si dilata e si rarefa con esiti di notevole suggestione. L’inserimento del lirico e meditativo Alessi è perfetto (al suo posto farei una seria riflessione su ulteriori collaborazioni). Ovviamente è in bella evidenza il basso pulsante e  determinato di Romano, che sostiene e bilancia i suoi giovani compagni: molto felice il dialogo con le lamelle di Caputo, che hanno un suono netto e percussivo, con una rara coloritura acida e cangiante. Molto efficace sia in accompagnamento che in solo anche il piano nitiido ed incisivo di Manuel Magrini.  La percepibile nervosità sottotraccia tipica del gruppo deve poi molto alla batteria di Liguori.

In conclusione, un esordio veramente notevole, attentamente preparato e concepito: la scelta dell’etichetta norvegese Losen conferma ulteriormente la volontà di evadere da una certa angusta chiusura  dell’attuale scena italiana, proiettandosi su orizzonti più ampii ed intrecciando esperienze internazionali non occasionali. Il risultato per noi ascoltatori è un album omogeneo, stimolante ed originale,  con raro equilibrio nel proporre momenti di intraprendente ricerca con altri di raffinata fascinazione. Caldamente consigliato (è reperibile in vari formati su Bandcamp, ed anche in streaming su solite piattaforme) 

‘Totem’ in streaming a Valdarno Jazz: video di pregevole fattura, che serve bene la musica del gruppo. La pagina YouTube conteine link al concerto completo

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