CONSIDERAZIONI DI UN’IMPOLITICO – 7. AFFINITA’ ELETTIVE

Ho sempre pensato che la musica avesse un’immediata capacità di rivelare remote e profonde consonanze, anche tra chi la fa e chi l’ascolta. Da sempre stimo il D’Andrea musicista, ma da qualche tempo anche l’uomo ed il suo stile personale. In un mondo in cui domina l’autopromozione, il photoshop ed il marketing di sé stessi, uno che a buon diritto potrebbe presentarsi come uno dei pochissimi grandi della musica italiana tout court brilla per il suo silenzio e la sua discrezione. Una biografia musicale straordinaria, dagli esordi da autodidatta alla fine degli anni ’50 in una problematica terra di frontiera come l’Alto Adige, alla breve stagione di una Roma che allora era uno dei quattro angoli del mondo anche per la musica, alla straordinaria esperienza del Perigeo che con la sua pionieristica elettronica riuscì ad espugnare addirittura le hit parade con una musica anche più sofisticata di quella dei Wheather Report, alla lunga stagione di formazioni sue che dura tuttora: più di 60 anni delle musiche più diverse percorsi da protagonista ma quasi in punta di piedi, senza l’ombra di tante verbose autocelebrazioni che ci vengono inflitte a ripetizione per molto, ma molto meno di questo.

Nel 1973 con questa musica si riempivano gli stadi. D’Andrea suonava un fender rhodes talmente modificato che di originale ci rimaneva ben poco… C’era una volta la RAI

Quando ho visto una sua scarna intervista (‘La Lettura del 28/2/2021, pagg. 48-49), mi ci sono buttato a pesce. E qui mi sono imbattuto in questa piana, ma netta risposta:

“… In genere ho un cattivo rapporto con la musica classica. Non con la musica del ‘900, che considero una cosa a parte. (…) Non sopporto il Romanticismo, non sopporto il barocco, non ho imparato nulla da quella roba. Sono diventato musicista perché ho ascoltato il jazz. Punto.”

Per me una rivelazione, ha sintetizzato in pochissime parole uno stato d’animo che da tanti anni è anche il mio. Con ogni probabilità le radici di quello di D’Andrea vanno ricercate nell’ironica freddezza di sua madre pianista diplomata verso le sue prime, faticose esperienze al piano (‘Strimpelli..’, ah, le madri ‘spartane’ di una volta …. ).

Cercate anche questi primi dischi…. vedrete quanta freschezza ancora oggi

Le mie invece seguono anni ed anni di frequentazione di sale da concerto, e non certo di second’ordine: La Scala, le stagioni di Musica Antica di S.Maurizio, la Società del Quartetto (un bel ricordo, una cosa seria, anche per il suo pubblico d’altri tempi), l’Orchestra Sinfonica RAI di Milano, assassinata senza pietà nel 1992 sull’altare dell’austerità in una Milano da Bere (meglio ‘bevuta’…) che non volle trovare 2 miliardi per far sopravvivere una laboriosa formazione che dava tre concerti a settimana coprendo un repertorio che La Scala sistematicamente snobbava dopo l’ostracismo decretato nei confronti di Claudio Abbado .

Ero abbonato al seriosissimo ‘Gramophone’ inglese che compulsavo attentamente per costruirmi una piccola discoteca ben selezionata: e proprio lì cominciai ad imbattermi nel paginone centrale pieghevole con la concertista del mese, quasi sempre una violoncellista…. Non scherzo, era proprio così, idea tra l’altro plagiata da ben nota rivista americana, che peraltro si avvaleva di modelle molto più disinvolte ed a loro agio nel ruolo. Era l’avanguardia delle pianiste in tacco 12 di oggi, dei violinisti che non sfigurerebbero come testimonial di gel per capelli, in una parola di ‘personaggi’ creati da una macchina di marketing, che all’ombra della ‘rispettabilità sociale della c.d. ‘musica colta’, non aveva nulla da individuare a quella della musica leggera per spregiudicatezza delle tecniche.

Senza dubbio il tacco aiuta…. con i pedali, naturalmente….

Poi aggiungiamoci l’inclito pubblico della Scala che entrava tranquillamente a luci spente e spettacolo iniziato per la delizia dei vicini, e che tra l’altro soffriva di una misteriosa sindrome asmatica che sistematicamente si manifestava solo in coincidenza con l’esecuzione di repertorio posteriore a Brahms; sorvoliamo per carità di patria sull’esilio di Abbado, uno che dopo ha fondato orchestre a ripetizione in giro per il mondo ed ha fatto da talent scout ai più brillanti direttori della generazione successiva….

Abbado porta a Cuba una nave di strumenti musicali per consentire ai ragazzi di lì di continuare a suonare nonostante l’embargo. Nei suoi ultimi giorni viene nominato senatore a vita: qualccuno trovò da ridire sul fatto che il riconoscimento fosse andato all’unico direttore che in questo secolo sita stato scelto contemporaneamente dai Filarmonici di Berlino e da quelli di Vienna

Il colpo di grazia finale è stato assistere alla rapida epurazione dai cartelloni delle istituzioni concertistiche di tutto il repertorio post-romantico, per tacere di quello novecentesco, ivi compreso quello orchestrale italiano che è stato di fatto condannato all’oblio: da allora al pubblico si dispensa solo quello che si suppone che il pubblico voglia, cioè pagine romantiche trasformate nella palestra dell’Ego di interpreti sopra le righe e di ascoltatori alla ricerca di tonici narcisistici. L’idiosincrasia per questo particolare uso della musica romantica è cosa che ha radici profonde e lontane, la aveva anche uno come Glenn Gould, D’Andrea è in buona compagnia (ed io con lui, nel mio piccolo). Per tacere del fatto che una volta che si sono ascoltati quegli interpreti che si accostano a queste pagine con una ampia visione culturale (un pugno per secolo), il resto è cronaca appena increspata da qualche virtuosismo tecnico o da qualche eccentricità, anche di sola immagine. Da allora mi tengo stretti i miei album con Kleiber, Abbado, Pollini, Richter, Solti, Boulez… Per tacere dei più originali interpreti del revival della musica antica e barocca, rapidamente sparita dalle scene dopo una breve stagione di esposizione pubblica. E qui divergo da D’Andrea: ho avuto la fortuna di accostarmi alla musica ‘600 e del ‘700 grazie ad interpreti probabilmente molto diversi da quelli che ha ascoltato lui ai suoi tempi; interpreti a cui forse si possono rivolgere anche fondate critiche per la rigidità e talvolta l’astrazione del loro approccio filologico, ma certo le mille miglia lontani dalle marmoree letture che andavano per la maggiore molti anni prima. Senza contare che la freschezza e l’essenzialità di questa scuola interpretativa facevano risuonare in queste pagine un’attitudine artigianale e collettiva del far musica che per me ha segrete consonanze con quella tipica del jazz.  Dopo aver sentito il Mozart di Frans Bruggen, aereo e luminoso come un Watteau, o quello rigoroso di Harnoncourt, il profluvio di interpretazioni rococo’ dell’anno mozartiano risultò del tutto insostenibile, il pensiero fatalmente correva più che altro ai ‘Mozartkucheln’ di Salisburgo.

i cioccolatini risultarono molto più digeribili di certe interpretazioni celebrative del bicentenario…

Ma per fortuna è rimasto il jazz, che tra mille esperimenti, tra intricati percorsi a rischio di cadute e smarrimenti, si ostina a camminare creativamente verso l’orizzonte portandosi dietro un bagaglio leggero, ma di cose essenziali che ne guidano il cammino: e tra queste certo tanti dischi del nostro D’Andrea. Una musica ancora in cammino (è il suo destino) che non deve nutrire nessun complesso d’inferiorità (nemmeno inconscio): la durezza e la precarietà della sua strada è solo una ricchezza in più che altri ormai si sognano. Milton56

Roma, 1969: un giovane D’Andrea è già a fianco di Lee Konitz, insieme ad Enrico Rava, Giovanni Tommaso e Gegè Munari. Allora in Italia si faceva musica così…..

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