Azolia, la somma delle parti

Nostra intervista a Sophie Tassignon e Susanne Folk, leaders del quartetto di stanza a Berlino

Chi ama sperimentare in cucina, sa che, talvolta, un impasto inedito fra ingredienti diversi può produrre un sapore nuovo. Azolia è un “impasto” di jazz, free jazz, musica classica contemporaea e pop, equamente dosati fra i suoi quattro elementi, le leader Susanne Folk, (alto sax e clarinetto) e Sophie Tassignon (canto), Andreas Waelti al contrabbsso e Lothar Ohlmeier al soprano sax e clarino basso. Insieme dal 2009, i quattro componenti provengono ciascuno da mondi musicali specifici- il pop jazz delle band So Weiss e Call me Cleo per la Folk, il teatro, la collaborazione con il sassofonista Peter Van Huffel, e la fusione fra jazz e poesia araba per la Tassignon, mentre Ohlmeier e Waelti hanno esperienze che collegano Tobias Klein, Benoit Delbecq, Jim Black e Ingrid Laubrock  alle band berlinesi  Transit room e Andromeda Mega Expresso Orchestra  fino ai The Notwist. Giunti al terzo album con “Not about heroes” pubblicato dalla berlinese Jazz werkstatt,  a seguire l’acerbo “Folk/Tassignon” ed il già emblematico  “Everybody knows” del 2017,  Azolia hanno messo a punto una cifra stilistica originale e dalla marcata personalità che coniuga le provenienze dei suoi membri dando vita ad una formula nella quale la struttura definita delle composizioni di Folk si combina in modo organico con le parti improvvisate e con l’ originalissimo canto “strumentale” della Tassignon. Il lavoro ha una importante valenza culurale anche per i testi, ricavati da poesie del giornaista e poeta Wilfred Owen, vissuto nei primi anni del ‘900 e perito da soldato una settimana prima della fine della prima guerra mondiale, autore di un severo monito contro le atrocità e l’insensatezza di tutte le guerre

Abbiamo incontrato Suzanne Folk e Sophie Tassignon per farci raccontare un po’ della loro storia.

Come è nato il progetto Azolia?

(ST) Io e Susanne ci siano incontrate nel 2006 a Banff in Canada, durante un workshop. Avevamo preparato un programma di nostre composizioni e ci siamo letteralmente innamorate del modo di scrivere l’una dell’altra. All’epoca io abitavo ancora a Bruxelles e lei a Berlino, quindi non pensavo che sarebbe stato facile continuare a lavorare insieme . Ma il destino era in agguato… Decisi di dire a Suzanne che sarei stata lieta di collaborare in un suo gruppo, se avesse avuto bisogno di una cantante (all’epoca con il suo trio So Weiss c’era Kristiina Tuomi).  Una proposta che ci permise di ri incontrarci qualche mese più tardi, quando Suzanne mi chiamo per un concerto all’ultimo minuto, un giorno e mezzo fra viaggio a Berlino, prove e concerto. Da quel momento nacque il nostro quartetto con musicisti di Bruxelles, con visite reciproche fra Berlino e la capitale belga. Quando infine mi trasferii a Berlino provammo diverse combinazioni con musicisti tedeschi prima di trovare quella giusta: violino e contrabbasso, violoncello e contrabbasso, clarinetto basso e violoncello ed infine quella definitiva con Lothar Ohlmeier e Andreas Waelti,clarinetto basso e contrabbasso, con i quali siamo arrivati al terzo album.

Prima di Azolia, che vorrei ci spiegassi come significato semantico, c’erano Folk /Tassignon.

(ST) In effetti il nostro primo cd uscì con quel nome, un’idea della nostra etichetta che forse sarebbe stato meglio evitare, dato che, usando i nostri cognomi, da un lato si pensava facessimo musica folk e dall’altro, specie in Germania, la gente non riusciva a pronunciare il nome del gruppo. Abbiamo cercato a lungo un nome che fosse rappresentativo della musica del quartetto e ci piaceva in particolare la parola magnolia, con il suo suono così dolce ed invitante, ma non potevano usare il nome di una pianta. Un mio parente, uno che ama trovare soluzioni ai problemi,  ha suggerito di prendere la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto ed unire le ultime due sillabe di magnolia. Ecco Azolia, che ha un suono proprio simile a quello della nostra musica.

Come si compongono le quattro parti distinte nell’insieme del gruppo?

(ST) In effetti siamo quattro personalità molto differenti, non solo musicalmente, ma anche come caratteri. E’come se ci fosse bisogno delle nostre differenze per formare un tutt’uno coerente. Io vengo dalla classica, Susanne dal jazz e dal pop, Lothar dalla classica contemporanea e dal free jazz ed Andreas dal jazz nel senso più puro. Insieme siamo in sostanza due donne e due uomini che cercano di valorizzare reciprocamente le loro capacità.

In apparenza, Azolia è un ensemble di avant jazz ispirato ad una dimensione cameristica, con contrabbasso, due fiati ed una voce. Quello che trovo piacevolmente sorprendente è la vena quasi “pop” che emerge nella vostra musica, in pezzi come “January” o “Don’t be so shy to me” del secondo album o nella title track o altri episodi di quello nuovo, “Not about heroes”. Canzoni dalla struttura architettonica ben definita convivono con parti improvvisate e contrappunti dei fiati. Pop jazz è una definizione che approvereste?

(SF) Il mio modo di scrivere ed il mio approccio al trio So Weiss o l’altra mia band Call me Cleo è sicuramente pop jazz. Io vengo dal mondo del jazz, ho studiato e visto una gran quantità di concerti jazz, ma probabilmente ho ascoltato ancora più pop nella mia vita, specialmente i grandi cantanti. Sono sicura che questa sia la ragione per cui ho iniziato a scrivere per  cantanti, anche se mantenendo una propensione per formazioni poco usuali e  di taglio sperimentale. E concordo sul fatto che le mie melodie ed i testi sono orientati al pop, anche se le composizioni lasciano parecchio spazio all’improvvisazione jazz. Ma Azolia ha parecchie altre influenze portate in dote dai quattro membri: Sophie (Tassignon) viene da un background classico ed ha una tendenza verso nuove musiche, Andreas  è un moderno musicista jazz e Lothar  è molto coinvolto nella scienza del free jazz. Tutte queste influenze si mescolano in modo che risulta difficile classificare la nostra musica.

 Quali sono le tue motivazioni come musicista?

(SF) Le possibilità in musica sono così tante che mi piace trovare le mie strade collaborando con musicisti che siano  aperti a mixare diversi stili. Suonare, scrivere e ascoltare musica è quello che mi tiene viva ed in salute  e la cosa che sopra tutto ho sempre voluto fare : creare musica, cercare nuove strade ed imparare lungo il cammino. Scrivere e come immergermi nei miei sogni, provare tutti i sentimenti ed anche un modo di confrontarmi con la realtà. Registrare e dare concerti è il modo di dividere queste emozioni con il pubblico, sperando di rappresentare con la mia musica un supporto o un ispirazione.

Ho assistito al vostro concerto in streaming dal locale Porgy and Bess di Vienna nel mese di febbraio 2021. Che differenze senti fra lo streaming ed il palco davanti ad una audience presente, e avete mai sentito il bisogno di uno strumento ritmico?

(SF) Per me la grande differenza fra un live davanti ad un pubblico ed un concerto come quello di Vienna era sapere che ci stavano guardando molte più persone di quelle che avrebbero potuto venire al club quella sera. E stato bello perché devi credere ancora di più in quello che fai, non avendo il feedback degli ascoltatori in diretta.

Lasciamo sempre molto spazio all’improvvisazione  nei concerti, perchè amiamo la creazione istantanea, anche suonando in funzione ritmica i nostri strumenti, ma non credo che in futuro potremmo aggiungere un quinto elemento ritmico. Ormai lavoriamo insieme da cosi tanti anni che ci siamo abituati a sentire le nostre presenze sul palco come parte di una cosa sola.

Sophie, come nasce il tuo particolarissimo stile vocale, nel quale convivono tanti elementi diversi?

(ST) Penso che il mio stile derivi dal fatto che ho studiato pianoforte in contesti classici dall’età di quattro anni e più avanti, all’epoca degli studi al conservatorio di Bruxelles, sono stata conquistata dalla musica contemporanea di autori quali Ligeti e Berio. Penso di non aver mai provato a suonare come qualcun altro. Durante i miei corsi con David Linx, non si è mai provato  a copiare, dovevo trovare una mia via, cosa che ha molto contribuito a fortificarmi e diventare quello che sono oggi.  Quello che mi ha sempre interessato è l’essenza della musica che sentivo tramite i musicisti e le musiciste che mi hanno ispirato, non necessariamente il loro suono o il modo di improvvisare. Ho sperimentato lo studio degli assoli strumentali che poi ho cantato al mio modo pensando alla musicalità delle frasi, ed ho appreso molto dal canto classico, ma alla fine resto un’improvvisatrice che vuole interpretare la musica  a modo proprio.

Come riuscite a mantenere vivo il progetto insieme a tanti altri paralleli gruppi che ciascuno di voi conduce o di cui è parte?

(ST)Azolia per noi è molto importante, cosa che ci aiuta a mettere tutta l’energia necessaria per organizzare concerti e gestire l’attività del gruppo. Sappiamo che non posssiamo restare troppo tempo senza suonare insieme, ci mancherebbe troppo. Con la pandemia abbiamo dovuto fare una pausa, ma suonando insieme  dal 2009, ci conosciamo molto bene e rivedendoci, abbiamo potuto rapidamente riprendere il cammino  per preparare i concerti

Il  tuo cd solo “Mysteries Unfold”, uscito lo scorso anno per RareNoise Records,  è dedicato alle storie di alcune donne e in altre composizioni parli di  problemi individuali o sociali. Quali sono le tue forni di ispirazione preferite nella scelta dei testi?

(ST) Amo ispirarmi a film che vedo o a parole di altre canzoni. L’atmosfera de “La nuit” è nata dal film “Persona” di Ingmar Bergman: parla di un pensiero subcosciente che decide di mettere fine ad una battaglia interiore. “Don’t be so shy to me”  è invece ispirata ad una canzone che ho ascoltato per  strada a Berlino, di cui ho ripreso una parte del testo . Mi piace far rivivere le emozioni di certe storie e mi colloco dentro ad esse per scrivere un testo che ne restituisca la forza e la pregnanza, sperando di fare arrivare la stessa emozione all’ascoltatore.

Ho molto apprezzato il vostro ultimo lavoro “Not about heroes” e credo sia stata una grande sfida tradurre il linguaggio e la poesia di Wilfred Owen , poeta e soldato vissuto ai primi del ‘900 per parlare di un sentimento universale come l’avversità alle guerre? Come è nato il progetto?

(ST) Suzanne ha avuto l’idea. Wilfred è stato un poeta inglese che è morto una settimana prima della fine della prima guerra mondiale. Aveva consacrato la vita al suo ruolo di giornalista e militante per la pace, descrivendo le atrocità della guerra.Il suo intento era di fare arrivare questo messaggio in un modo più toccante di quanto potessero fare gli articoli di un giornale. Così scrisse delle poesie, pensando che questo potesse essere un contributo concreto  per fare finire le guerre. Cosa che non ha evidentemente funzionato, forse perchè Hitler non ha letto la sua raccolta. Scherzi a parte, ma non troppo, ci piacerebbe che Putin ascoltasse il nostro album. In ogni caso questo lavoro per noi è la piccola pietra di’un edificio perchè le parole di Wilfred Owen risuonano ancora forti cento anni dopo la sua morte. Ricordarsi di quello che lui ha detto è essenziale. Non bisogna dimenticare che nessuno finisce una guerra come vincitore, che la guerra non ha niente d’eroico e che i soldati,di qualsiasi paese siano  non devono spararsi addosso perché, prima di tutto, sono persone umane.

Per la selezione delle poesie, abbiamo deciso di leggerle prima ciascuno per conto proprio, e di condividere con gli altri quelle che ci avevano colpito. Le prima scelta, la avremmo essa in musica. I versi di Owen hanno un ritmo molto definito e grazie a questo fatto non è stato particolarmente difficile creare le composizioni ; quello che abbiamo aggiunto è una certa leggerezza che potesse sottolineare una nota di speranza. La bellezza delle melodie contribuisce a valorizzare la pura bellezza delle poesia di Wilfred. Owen sognava un mondo in pace e per uscire dalle tenebre occorre entrare nella luce….

La musica e le arti stanno soffrendo l’attuale condizione pandemica che affligge la vita stessa. Qual’è la tua ricetta per affrontare questi giorni, se ne hai una?(ST) Per me è una questione di sopravvivenza a livello emotivo; non penso troppo ai lati negativi della situazione. Ovvio che abbia presente cosa succede e ne sia colpita, ma non mi ci soffermo troppo. Penso più che altro ai destini delle persone che sono in situazioni terribili a causa di questa crisi: la gente che vive in paesi senza alcuna tutela sociale, dove regna la dittatura, ci sono prigionieri, rifugiati e persone che hanno perduto tutto o che sono vittime di violenze domestiche, persone che vivono in ristrettezze, che sono sole, chi deve far convivere il lavoro da casa con la scuola dei bambini. Non mi permetto di lamentarmi, cerco di pensare alle sole cose che possa fare momento per momento, di concentrarmi sul mio lavoro, le mie composizioni ed i miei progetti. Sto imparano l’arabo per approfondire un mio lavoro sui poeti di quella lingua, componendo per una piece teatrale che sarà (speriamo) rappresentata a Giugno prossimo, preparo un nuovo album solo. Ho così tanto da lavorare che non posso che essere riconoscente.

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