CORREGGIO JAZZ – 2. NOSTALGIE ED ARCANI

E siamo alla seconda giornata della mia selezione delle proposte di Correggio Jazz. Quella di domenica 23 maggio è una serata ben impaginata, con il gusto del contrasto.

Sale per primo sul palco Greg Burk, per un set di piano solo. Non conoscevo questo musicista, su cui è opportuno spendere qualche parola di presentazione. Nativo del Michigan, solito curriculum accademico d’eccellenza tipico delle ultime generazioni di jazzisti americani, ma dopo questo una lunga gavetta nell’allora  dinamica scena di Detroit, la Motor City che molto ha dato alla musica afroamericana. Il nostro inanella così una lunga serie di collaborazioni di tutto rispetto, da Benny Golson a Steve Swalllow, da John Tchicai a Sam Rivers, da Curtis Fuller a Steve Grossman, solo per menzionare le maggiori. Con un bagaglio di questo genere, non stupisce che Burk abbia facilmente trovato la strada della didattica, che lo ha portato a metter radici nel nostro paese, guadagnando l’impeccabile italiano con cui ha presentato il suo concerto.

Il suo album ‘As a River’ è stato il fil rouge di tutto il set, imprimendogli subito il registro della nostalgia per gli spazi aperti e le vaste distese d’acqua del nativo Michigan. Infatti il primo brano risuona di un lirismo vibrante ed anche un poco insistito, al punto di farmi temere un’incombente slittamento nello statico manierismo jarrettiano. Ma per fortuna non è cosi: pur non rinunziando mai ad una sincera ed effusa cantabilità, il pianismo di Burk si irrobustisce con linee di basso molto serrate ed incalzanti scandite dalla mano sinistra. Questo gioco ritmico imprime slancio e dinamismo alle melodie tracciate dalla destra, via via sempre più veloci e turbinose, nebulizzate in una scia di note sempre più polverizzate. Musica molto coinvolgente, in cui ricorrono chiari echi del più alto folklore americano, che spesso rasenta l’ampiezza e lo slancio dell’inno. Un ascolto molto interessante e stimolante, e soprattutto una sorta di ‘isola’ che ha finito per esaltare le peculiarità di musiche ben diverse che sono seguite.

Novembre 2019. Un assaggio del solismo di Burk, qui al piano elettronico su materiale tratto da ‘As a River’

‘Unscientific Italians’, gli italiani ascientifici. Dietro questo nome un po’ bizzarro e criptico compare il primo azzardo tentato da Correggio Jazz. E’ una big band, è già di questi tempi ciò basterebbe, si pensi solo al lungo periodo di isolamento e lontananza dai palchi che ha pesato sui musicisti. E poi la formazione sostanzialmente debutta con un impegnativo repertorio basato su arrangiamenti di brani di Bill Frisell, e di quello più avanzato. Ma siccome oggi vanno di moda i ‘rischi calcolati’, va soggiunto che il nocciolo duro dell’orchestra viene dalla Tower Jazz Orchestra, rodata da molte serate al Torrione di Ferrara: il direttore Alfonso Santimone ha innestato nell’organico alcuni solisti che già vantano consolidata statura solistica in proprio, come Filippo Vignato, Piero Bittolo Bon e Francesco Bigoni. Ai ritmi ci sono gli infaticabili Gallo & De Rossi, una presenza ricorrente (non l’unica peraltro…) che imprime a Correggio Jazz la bella circolarità di un continuo workshop. E poi gli Unscientific si sono scaldati con la registrazione di un album, in gestazione dal 2019 ed in uscita proprio in questi giorni: il giorno successivo al concerto si sono rinchiusi nel Teatro Asioli per registrare ulteriori brani di Frisell, destinati a confluire in un futuro volume 2.  

La musica degli Unscientific emana da subito un fascino particolare, è percorsa da una sottile tensione sempre irrisolta e risulta immersa in un’atmosfera sospesa e venata d’arcano: mi verrebbe da definirla una ‘musica interrogativa’. Altrettanto immediato è l’emergere di una spiccata personalità dell’orchestra, che mostra una bella omogeneità e scioltezza, un’autentica sorpresa considerati i tempi che ci siamo appena lasciati alle spalle (almeno speriamo…). La band vanta una vasta e sfumata palette di colori, che viene abilmente utilizzata con molta sottigliezza e raffinatezza. Il suo suono è morbido, ma dinamico e capace di lente, ma possenti progressioni e di autentici balzi felini nei cambi di passo e soprattutto nel dialogo con i solisti; occasionali collettivi informali e minimalismi macchinali vengono gestiti con disinvolta misura e senza esibite ostentazioni.  Ma sì, spendiamolo pure questo nome: il Gil Evans degli anni ’80 è lì ad un passo. Nei brani friselliani (spiccano tra gli altri ‘Before we were born’, ‘Rob Roy’, ‘Probability cloud‘, ’Twenty years’) spiccano molti pregevoli assoli la cui accorta incastonatura nel tessuto orchestrale conferisce loro un’incisività ed efficacia di cui gli autori titolari di formazioni proprie dovrebbero far tesoro nella conduzione di queste ultime. E qui si tocca con mano quanto abbiamo perso soprattutto qui in Italia con la pressoché totale scomparsa del jazz orchestrale, grande palestra sia per il pubblico, che soprattutto per i musicisti. Ai molti ‘realisti’ che scartano a priori proposte del genere per i cartelloni delle loro manifestazioni andrebbe fatta ascoltare la reazione del pubblico dell’Asioli che riempiva tutti i posti consentiti dal distanziamento: prima brusii affascinati, poi applausi sempre più insistiti e fragorosi ed infine siamo arrivati anche alle grida sanamente scalmanate, com’è giusto che sia in una calda serata di grande musica. Insomma, una scommessa coraggiosa, assunta buttandosi alle spalle conformismi ed opportunismi stantii, e premiata da un successo pienamente meritato, sia dagli Unscientific, che soprattutto da Correggio Jazz. Che però aveva ancora un altro asso nella manica….. (continua). Milton 56  

Eccoli gli Ascientifici in ‘Rob Roy’, dall’ album appena uscito (caldamente consigliato anche per la sua varietà): Alfonso Santimone, piano, elettroniche, direzione; Mirco Rubegni, tromba, flicorno, corno francese; Fulvio Sigurtà, tromba e flicorno; Filippo Vignato, trombone; Federico Pierantoni, trombone; Piero Bittolo Bon , sax alto, clarinetto, clarinetto basso; Cristiano Arcelli, sax alto, sax soprano, clarinetto basso; Francesco Bigoni, sax tenore, clarinetto basso, elettroniche; Beppe Scardino, sax baritono, clarinetto basso; Danilo Gallo, contrabbasso; Zeno de Rossi, batteria

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