Patitucci/Potter/Blade, l’arte del trio.

Il quintetto di Michelangelo Scandroglio ha aperto con un concerto molto promettente l’edizione numero diciotto del festival genovese Gezmataz 2021. Considerata, insieme, l’ età media under 30 dei membri del gruppo e la matura originalità della musica ascoltata, c’è infatti da guardare con fiducia al percorso appena iniziato del giovane contrabbassista senese allievo di Ares Tavolazzi. Grande dinamica, con enfasi ritmica del batterista Luiz Vinoza un tantino sopra le righe nell’iniziale “Noah“, subito ricalibrata nel suono d’insieme, temi scolpiti dagli unisono fra la tromba di Hermon Mehari ed il sax di Michele Tino, molto efficaci anche nelle improvvisazioni, il lavoro architettonico del pianoforte di Alessandro Lanzoni, ed il leader concentrato nella direzione con una sola estesa sortita solista. Il set, intenso ma breve, ha ripercorso per intero l’album “In the eyes of the whale“inciso due anni fa e pubblicato da Auand, chiudendo con il pezzo che evidenzia la passione anche per il rock di Scandroglio, “When the glimpses are true“, con il pianoforte a sostituire le pennate della chitarra elettrica presente sul disco. Personalità e gruppo da seguire con attenzione per gli sviluppi che si annunciano di grande interesse e sollievo per chi ha a cuore le sorti del jazz in Italia.

Dopo la serata dedicata allo swing ed a Count Basie con la Swingers Orchestra , giovedì il palco è stato tutto per il trio di John Patitucci, impegnato in un doppio set, a causa della affluenza di pubblico che ha dovuto fare i conti con la ridotta capienza della Piazza delle Feste imposta dalle misure cautelative: solo 270 posti per concerto. Patitucci, Chris Potter e Brian Blade hanno suonato magnificamente, evocando, nell’ora abbondante del primo set, in modo diretto, tramite la scelta dei brani, ed indiretto, per le connessioni stilistiche, l’Olimpo del jazz. Si è partiti da Charlie Parker e dalla sua “Visa” che, in una versione estesa e ricca di parti soliste, è diventata una vetrina per lo stile del trio, con il contrabbasso di Patitucci a scolpire il ritmo con efficacia e creativa determinazione, la batteria impegnata in un raffinato ruolo di scansione delle pulsazioni basiliari, arricchito da una intricata trama di colori e sfumature, ed il sax tenore di Potter, che in questo brano pareva un omaggio a Michael Brecker, incontenibile nella quantità e qualità di variazioni con le quali struttura il fraseggio. Wayne Shorter, del quale Patitucci e Blade sono stati compagni per decenni, è invece il riferimento per il brano successivo, una composizione originale di Patitucci intitolata “Three pieces of glass” ed ispirata al saggio del pastore presbiteriano Eric Jacobsen, che analizza la condizione umana costretta fra i tre schermi costituiti dal vetro dell’auto, quello della tv ed il monitor del cellulare: un brano articolato, al confine fra il jazz e la musica neo classica, nel quale il soprano di Potter svolge un ruolo determinante nella declamazione di un evocativo tema che circoscrive le sezioni improvvisate. Dediche a Salif Keita e Alì farka Toure, invece, per “Mali”, nella quale Patituccci, prodigo di simpatica espressività in un improbabile italiano (sono Giovanni, di Calabria) imbraccia il basso elettrico per un brano dal groove pulsante, nel quale tutta la forza dinamica del trio viene in risalto, con un ulteriore e notevole stacco stilistico rispetto a quanto espresso fino a quel punto. Poi è la volta di una dedica a Chick Corea, mentore e “padrino” di Patitucci che nella Elektric ed Acoustic band ha sempre ricoperto il ruolo di bassista: dedica filtrata attraverso la figura di Domenico Scarlatti, compositore barocco amato da Corea – che immaginava jam sessions fra il suo pianoforte ed il clavicembalo di Sacrlatti – di cui viene interpretato, sempre al basso elettrico, un frammento della “Sonata in re minore“. A John Coltrane è invece dedicata “The source” di Potter, una composizione dal groove coinvolgente, ancora originato dal basso ed “assecondato” dalla batteria, nella quale il sassofonista riesce a liberare tutta la propria espressività. Il bis è un’altra sorpresa, perchè si esce dal jazz per entrare nella aurea canzone d’autore, con una cover di “And i love her” firmata “da quei due ragazzi, non so se li conoscete, Lennon e Mc Cartney” con il tema ricamato dal basso elettrico e tutta la band impegnata in una rappresentazione emozionante della bellezza in musica.

1 Comment

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.