Jan Peter Schwalm, Markus Reuter “Aufbruch”

Era destino che Schwalm e Reuter incrociassero i loro mondi sonori, costruiti negli anni attraverso diverse declinazioni di jazz, prog, rock ed elettronica. In particolare l’utilizzo astratto dei suoni sintetici, che il tastierista ha messo a punto, dopo la collaborazione con Brian Eno (“Drawn for life“, 1998) , nelle proprie opere soliste (“The Beauty of Disaster” nel 2016, “How We Fall” nel 2018, e “Neuzeit” con il trombettista norvegese Arve Henriksen lo scorso anno) ha molti punti di contatto con la ricca produzione del chitarrista esperto nell’uso della touch guitar. Ecco quindi “Aufbruch” ovvero “partenza” o “emergenza”, avviato sulla base di uno scambio a distanza di materiale e presto evoluto in una collaborazione “in presenza”. “Quando ci siamo incontrati per la prima volta nel mio studio e abbiamo iniziato a improvvisare, era chiaro a entrambi che uno scambio diretto era almeno dieci volte più efficace”, spiega Schwalm, ed abiamo gettato le basi per undici pezzi in quattro ore”. Un incontro che ha portato subito alla identificazione dei ruoli: “Markus è il pittore e io sono lo scultore”, dice Schwalm. “Ciò che ha reso molto piacevole lavorare insieme è che lui ha incorporato tante idee nel processo di lavoro e mi ha dato il via libera per fare ciò che volevo con loro”. “Per me è un mistero come Peter faccia quello che fa”, aggiunge Reuter. “Non capisco bene il processo interno che usa per prendere le sue scelte, ma ogni decisione che ha preso era perfetta per me”. Il risultato è una musica atmosferica e cupa, ricca di sfumature “emotive” da cogliere preferibilmente tramite l’ascolto in cuffia, che, quando entra in gioco la cristallina chitarra di Reuter, richiama alcuni episodi della collaborazione Eno/Fripp di “Pussyfooting” ed “Evening Star“. Schwalm dosa abilmente i momenti ambientali come quelli della title track , e le scansioni ritmiche affidate all’elettronica – “Von Anbeginn“, la cadenzata “Der lange Weg” – costruendo, attraverso l’uso di impalpabili nebbie sintetiche, evocazioni drammatiche e penetranti. Su due brani “Labewohl” , una distesa punteggiata dalle inflorescenze chitarristiche di Reuter, e “Losgelost”, raggelata escursione nello spazio scandita dai beats delle macchine, compare la voce di Sophie Tassignon, la cantante belga che abbiamo conosciuto con l’ensemble Azolia e l’opera solista “Mysteries Unfold” pubblicata come “Aufbruch” da RareNoise, ad arricchire la tavolozza con vocalizzi che si compenetrano nel tessuto strumentale. Dai climi gelidi e rarefatti scaturisce, infine, l’orizzonte solare di “Abshield“, suggello di un’opera che propone nuove declinazioni del rapporto musica/rumore e, forse, uomo/macchine.

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