Beledo – “Seriously deep”, un sogno a colori.

Alcuni pezzi di musica hanno la capacità di risuonare dentro di te, toccando una corda personale: ti accompagnano ovunque tu sia, anche se è passato molto tempo dal primo ascolto, e ti riportano sempre indietro fino a quel momento“. Lo racconta così, il chitarrista di origine uruguaiana, ora basato a New York, Beledo, l’effetto subito da quel pezzo di musica che ora intitola la sua sesta prova solista, di recente pubblicata da Moon June records. Nel 1978, quando aveva 22 anni, si imbattè nell’album “Silent feet” (ECM) di Eberhard Weber, registrato con il quartetto Colours, con Charlie Mariano, Rainer Brüninghaus e John Marshall, e fu amore al primo ascolto. “Il mio amico Jorge Camiuraga aveva quel disco dove compariva nel lato A il brano “Seriously deep”: noi lo ascoltavamo in continuazione e creavamo dei veri e propri sogni ad occhi aperti”. Mai però, fra quei sogni, si sarebbe potuto inserire quello di incidere, oltre quaranta anni dopo, un album a proprio nome incentrato su una cover del brano di Weber, con l’autorevole compagnia del bassista Tony Levin e del batterista Kenny Grohowsky . La title track di durata estesa, posta in apertura , conserva il fascino dell’originale nonostante la diversa strumentazione, basata qui sul pianoforte e la chitarra di Beledo e sul vibrafono di quel Jorge Camiuraga, divenuto negli anni un apprezzato docente in Uruguay: un lungo, liquido sogno musicale che alterna un tema iterativo costruito da chitarra e pianoforte a parti di libero dialogo fra gli strumenti, con il basso di Levin in bella evidenza. E’ la cifra stilistica che caratterizza anche i migliori episodi fra i sette di questo cd, come “Maggie sunrise“, vagamente in odor di Pat Metheny, con il leader diviso fra una chitarra elettrica sempre utilizzata con mano leggera, ed il pianoforte che dialoga con il vibrafono, o “Knocking waves“, originata da un preludio elettronico presago di mistero e sviluppata in un progressivo crescendo chitarristico innescato dal riff del basso. Quest’ultima, insieme al funky saltellante di “Into the spirals“, rappresenta il lato improvvisativo del gruppo, un aspetto che la musica di Beledo, sempre molto attenta alle sfumature atmosferiche, affronta in modo sorvegliato e funzionale alla veste estetica complessiva.

In due casi ad arricchire il parterre compaiono le voci, quella della cantante del Botswana Kearoma Rantao, che anima “Mama D“, brano dedicato alla cantante sudafricana Dorothy Masuka, perseguitata negli anni del regime apartheid, stemperando con le linee vocali distese le spigolosità fusion della parte strumentale, e quella del “nostro” Boris Savoldelli, uno dei nomi ricorrenti nelle produzioni MoonJune, che conduce i suoi vocalizzi dentro a “A temple in the valley“, una distesa song che nella parte strumentale si avviluppa intorno al denso groove creato dalla batteria di Grohowsky e dal basso di Levin. Alla fine “Seriously deep” risulta un apprezzabile lavoro di jazz fusion che si mantiene entro i confini del buon gusto, evitando gli abusati cliques virtuosistici del genere, attraverso un percorso variegato e spesso “sognante”.

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