Frank Kimbrough – “Ancestors”

“Ancestors” (Sunnyside) – Supporti disponibili: CD

Lo scorso 30 dicembre il pianista, compositore e docente Frank Kimbrough se n’è andato, a 64 anni, per un attacco di cuore improvviso che non gli ha dato scampo. Adesso che ci ritroviamo tra le mani questo “Ancestors”, cd pubblicato postumo da SunnySide, non possiamo che inserirlo nel lettore con la malinconia mista al rispetto ed alla gratitudine dovuta ad un vero jazzman, generoso, profondo, avventuroso e mai banale. L’ascolto assume così toni anche involontariamente elegiaci, peraltro magnificamente resi da un inusuale drumless trio che vede Kirk Knuffke alla cornetta e Masa Kamaguchi al contrabbasso in una registrazione che risale al 2017. “Waiting In Santander”, apparsa per la prima volta nel 2006, è la composizione che apre l’album, un tema dalla bellezza sospesa, rarefatta, sul quale si sviluppano a cascata improvvisazioni e dolci reiterazioni che paiono indicare un altrove assai più lontano della città cantabrica che lo ispirò all’epoca.

E’ un viaggio spirituale sulle vie degli antenati squisitamente kimbroughiano anche nelle asperità importanti, cariche di dissonanze (“Union Square”) o nei rapidi bozzetti indefiniti (“Eyes”).

Accanto a questi episodi il trio, che si è formato per questa registrazione suonando in studio d’incisione per la prima volta insieme (miracoli che solo il jazz può regalare), offre dei blues disossati come “Jimmy G”, scritta per l’iconico clarinettista Jimmy Giuffrè, e distensioni liriche compiute, come in “Beginning”, il brano più lungo del disco, una sorta di “advanced ballad” luminescente ed ipnotica che conferma quest’ultimo progetto come uno dei più “magici” e zen nella discografia del Nostro. A proposito della sua discografia è forse il caso di mettere da parte l’antico adagio che lo vuole, come altri jazzmen passati sotto traccia rispetto al valore, come un musician’s musician, pianista per pianisti, o altre comode etichette che sinceramente non ho mai ben capito come funzionassero… è il caso invece di saccheggiare un po’ tutti i lavori in cui Kimbrough compare, sia in veste di leader che come sideman, fin dagli agli esordi testimoniati dalla nostra Soul Note nell‘Herbie Nichols Project, nella portentosa, recente rilettura dell’integrale di Monk o in molti lavori della Big Band di Maria Schneider.

Il finale di quest’ultimo disco è affidato alla commovente “All These Years” scritta dalla moglie, la pianista e cantante Maryanne de Prophetis, in memoria del padre e che qui diventa un limpido au revoir d’estremo nitore, un brano, un commiato in cui paiono confluire con naturalezza le figure stilistiche che han contribuito a forgiare lo stile pianistico di Kimbrough, citiamo Andrew Hill, Herbie Nichols, Paul Bley su tutti gli altri. Ancestors, lasciti preziosi. (Courtesy Of Audioreview)

P.S.: è stato reso recentemente un tributo discografico a Kimbrough di straordinaria fattura (https://www.newvelle-records.com/pages/kimbrough) , in cui sono coinvolti musicisti che hanno fatto tratti di strada con lui o che gli sono in qualche modo debitori. Un lavoro poderoso, un atto d’amore raro. Cliccando sulla foto sottostante verrete rimandati al pezzo di Nate Chimen sul New York Times che ne tratta.

“KIMBROUGH” – tributo che raccoglie ben 61 composizioni originali e coinvolge tra gli altri Graig Taborn, Steve Wilson, Danny McCaslin, Dave Douglas, Rich Perry, Joe Lovano, Immanuel Wilkins, Gary Versace, Fred Hersch e tanti altri….

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