IL JAZZ, I CARATTERI ORIGINARI

Sì, lo so, si tratta di un titolo un po’ birichino, dal momento che nelle righe che seguono non troverete certo lo sviluppo di un tema che farebbe tremare le vene dei polsi a studiosi di indubitabile reputazione. Aggiungiamoci poi che l’incipit sfrontatello allude anche all’esordio di una delle più belle imprese (forse l’ultima) della grande editoria italiana, questa:

Ma che volete farci, i titoli click bait ormai sono di casa anche nelle paludate tribune della Grande Stampa Indipendente, volete forse negarli a dei poveri gazzettieri dilettanti come noi? Anche perché stavolta ‘Il Fine giustifica i Mezzucci’, come diceva un grande satirico.

L’avessimo creata noi in Italia, sarebbe già stata definita un ‘bene culturale’. A proposito, come mai tutti i conduttori sono italiani? 😉

Ed il Fine è quello di portarvi da chi invece sta tentando di aggredire questa inafferrabile e tuttora controversa materia. E lo sta facendo al di fuori di un’aulico ed inamidato contesto accademico, ricorrendo invece agli strumenti della più discorsiva ed esemplificativa multimedialità. Manco a farlo apposta, si tratta della ben nota rubrica Birdland, della Radio Svizzera Italiana Due, già più volte additata alla vostra attenzione.

In un ciclo denominato ‘Il Suono del Jazz’ di ben dieci puntate (in altri casi non si è andate oltre le cinque) Claudio Sessa sta guidando gli ascoltatori in un percorso che mira a rintracciare ricorrenti elementi di continuità che legano le tumultuose e sempre mutevoli evoluzioni di una musica che, partita agli albori del XX secolo, sta ancora proseguendo il suo cammino nel XXI, con caratteri che continuano a renderla intuitivamente riconoscibile anche ai profani.

Nel famoso monologo iniziale di ‘Manhattan’ viene inclusa nell’elenco delle Dieci Cose per cui Vale la Pena di Vivere. Se l’incipit fa colpo ancora adesso, figuratevi quando usci nel 1928

‘Intuitivamente’, appunto. Quando si cerca di adottare un’ottica più più analitica e definitoria, cominciano le difficoltà, con le quali si sono scontrate anche grandi firme della saggistica jazz internazionale. L’oggetto è sfuggente ed inafferrabile, soprattutto se la disamina viene condotta con le inevitabili aridità e schematismi di un testo scritto. Viceversa, Sessa si ripropone di farlo attraverso il confronto immediato con ascolti guidati ed inseriti in una cornice di agili presentazioni che poggiano sull’esperienza e soprattutto sulla passione di uno che questa musica l’ha vissuta sin dai tempi dei palasport degli anni ’70, momento in cui da noi cominciò ad uscire da ambiti catacombali e semicarbonari.

Alcuni diranno: un buono strumento a disposizione di neofiti che vogliano dare un orientamento ragionato ai propri ascolti. Non solo, dico io: rappresenta un’utile momento di riflessione anche per chi questa musica ritiene di averla metabolizzata in anni di ascolti, ma inquadrandoli in quelli che erano i luoghi comuni dominanti nell’epoca dei primi approcci alla stessa.

Sì, perché c’è qualche cosa che continua a rendere il jazz una sorta di ‘ospite inatteso’, anzi direi indesiderato, particolarmente nel nostro paesaggio culturale italiano. Siamo sommersi da torrenziali retoriche su contaminazioni, incroci etc. che avrebbero per oggetto un ‘quid’ impalpabile e privo di una sua propria fisionomia, una forma vuota colmabile a piacere della materia più diversa. Come se una storia che ormai ha doppiato il capo del secolo possa essersi sviluppata senza una consapevolezza delle sue radici, sulle quali sole può poggiare la sua costante proiezione verso il domani e l’altrove. Sia detto senza vis polemica, ma anche senza troppi fumosi eufemismi: sembra quasi che ci sia una sorta di fastidio, di insofferenza verso una musica nata e soprattutto sviluppatasi al di fuori di ogni ambiente istituzionale ed accademico (anzi…) e che ciononostante rappresenta oggi una realtà culturale con cui è impossibile non fare i conti.

E questo non solo per la sua consolidata presenza storica, ma anche per la sua pervasiva capacità di penetrazione nei più diversi ambienti culturali, e particolarmente in quelli in cui è oggetto di vero e proprio ostracismo, da cui spesso vengono le sue manifestazioni più inaspettatamente originali e stimolanti. Una musica ‘nonostante’, una ‘musica del conflitto’, che forse proprio per questo risulta poco digeribile in un mondo ‘ad una dimensione’ come quello che ci viene apparecchiato davanti ormai da decenni. Cosa che me la fa amare tenacemente e senza esitazioni, detto per inciso.

Che siate newbies o vi riteniate nelle schiere di ‘color che sanno’, non perdete quest’occasione per inseguire ed almeno intravedere l’essenza e l’anima di una musica che tuttora molti vorrebbero negata. I link per i podcast Birdland ve li abbiamo dati sopra (e mi raccomando, esplorate anche il resto di qualle specie di Caverna di Alì Babà in cui si trovano). Milton56

Quando nel 1961 Coltrane compie questa sorta di pellegrinaggio in un’Africa che è più che altro una mitologica Terra Promessa, Armstrong è ancora in piena attività, non sono ancora trascorsi 40 anni. Gli arrangiamenti orchestrali di ‘Africa Brass’ sono di Eric Dolphy…..   

3 Comments

  1. Già… La domanda sorge spontanea, come direbbe un noto volto televisivo di qualche tempo fa, come mai i conduttori di Birdland sono tutti italiani?
    Non sono un addetto ai lavori, e parlo da mero appassionato, ma andando inesorabilmente verso la sessantina, mica è sempre stato così desolato il panorama in fatto di jazz proposto e commentato sull’etere nazionale.
    Ricordo i tempi di Mazzoletti, Fayenz e compagnia, dalle scalette della filodiffusione per pochi – Oggi, con i nuovi canali digitali sul web, ci sarebbero possibilità immense di programmazione, invece dedicata ad altre musiche con una soverchiante preponderanza di musica classica che piace anche a me, ma insomma a tutto c’è un limite, che prima veniva in qualche modo osservato – ai programmi serali con ospiti e esibizioni sul Primo Canale, alla striscia dal lunedì al venerdì sul Terzo Programma, mai veramente sostituiti da chicchessia.
    Vogliamo parlare di “Body and Soul” il sabato e la domenica da metà giugno a settembre, per la serie…il jazz va bene d’estate soltanto nel fine settimana e da dove sono pure spariti i Sessa di turno! Teniamoci stretto Birdland, a proposito, imperdibile il ciclo sul clarinetto nel jazz moderno e ringraziamo gli amici svizzeri del Canton Ticino.

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    1. In effetti ricordo anch’io tempi in cui RAI mostrava altra attenzione al jazz. Ma era un’altra RAI, ancora animata da intenti pedagogici ed educativi, che potevano certo peccare di pedanteria, ma erano di qualità incommensurabile rispetto al livello odierno. Il quale livello è determinato anche dalla vertiginosa perdità di capacità di produzione autonoma, con la TV che si requisisce studi radiofonici una volta utilizzati per la trasmissione di concerti dal vivo. Ed in una grande organizzazione quando si perdono certe competenze interne – soprattutto tecniche – diventa quasi impossibile recuperarle. Di questo passo, tra un poco rimarremo esclusi anche dagli scambi del circuito EuroRadio, al quale non siamo più in grado di contribuire. L’attuale programmazione di RadioTre in sostanza dipende solo dalla benevolenza di alcuni direttori di festival, che concedono loro registrazioni che non pongano problemi di diritti. Che fine abbia fatto l’archivio jazz di RAI è un mistero insondabile: eppure in passato se ne sono intravisti qui e là brandelli di pregio. Nulla invece sulle farraginose ed autoreferenziali piattaforme informatiche che ciclicamente RAI mette in campo attirandosi critiche impietose dell’utenza. In uno di questi gorghi tempo fa stava per sparire anche l’archivio di ‘Body and Soul’, che nelle sue prime stagioni era un interessante tentativo di un programma che guardasse al jazz come un oggetto culturale…. le ultime… bah! ANche nel campo della musica classica la programmazione di RadioTre è totalmente schiacciata su quella di enti lirici per i quali già Brahms è un rischio al botteghino, e quello che vien dopo è semplicemente fuori discussione. Con tutte le conseguenze sulla capacità – sempre più tenue – delle nostre orchestre di affrontare un repertorio ‘moderno’. Cioè quello concepito a partire grossomodo da 140 anni fa. In compenso si mette in campo l’autoreferenziale app RaiPlay con la malcelata mira di ottenere un canone ad hoc anche per l’ascolto su dispositivi mobili. No comment. Milton56

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  2. La votazione media di qualche giorno fa di Raiplay Sound era di 2.3. Se si vuole ascoltare Radiotre decentemente sul proprio cellulare magari con l’aiuto di un piccolo altoparlante, è bene rivolgersi ad altre applicazioni contenitore dove c’è anche Radio Rai, almeno coi suoi canali generalisti.
    Mi sono accorto del calo qualitativo dell’offerta anche in ambito classico. A parte le scelte dei repertori poco inclini a far conoscere la musica del Novecento, inclusi anche i legami e le influenze provenienti dal jazz americano, è assodato che poca musica viene trasmessa al di fuori dei confini nazionali e dai soliti tre-quattro teatri (Milano, Firenze, Roma, Napoli). Impossibile ormai sentire un Charles Ives o un Bohuslav Martinu dai nostri teatri per ragioni di botteghino e allora vai con la trecentesima “Appassionata” di Beethoven…

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