JazzMi: primi nomi e qualche considerazione

“Magari Julio Cortazar esagerava quando diceva, nella sua straordinaria dichiarazione d’amore al jazz, che ‘in fondo da quei vecchi dischi, dagli show boats e dalle notti di Storyville è nata l’unica musica universale del secolo, qualcosa che avvicina gli uomini più e meglio dell’esperanto e delle aviolinee’. Di certo c’è che nella sua storia più che centenaria il jazz ha saputo parlare ai cuori di tutte le latitudini, elaborare forme di grande bellezza, fondere il portato individuale nella specie, prendersi cura del giardino segreto nelle nostre intenzioni, migliorarci. E ancora adesso, il jazz è simbolo di integrazione tra culture, di armonia tra musicisti e tra appassionati di tutto il mondo. Per questo, pur nei tempi terribili che l’umanità sta vivendo, pensiamo che il jazz continui ad avere un ruolo fondamentale, a offrire occasioni di incontro, di condivisione, di arricchimento. Per questo siamo particolarmente orgogliosi di portare a Milano alcune tra le migliori proposte del jazz contemporaneo e di fare di Milano, almeno per dieci giorni, una capitale del jazz”, hanno scritto in una nota i direttori Luciano Linzi e Titti Santini.

JazzMi anticipa i tempi, presumibilmente per evitare l’incognita pandemia, e annuncia un intenso e poderoso festival tra la fine di settembre e il 9 ottobre, con addiritura 200 concerti più eventi ed incontri. Per il momento pochi i nomi preannunciati, troppo presto quindi per formulare giudizi, ma sicuramente i primi musicisti annunciati fungono da indizi sul percorso che i direttori artistici hanno intenzione di proporre.

Da parte nostra piena fiducia a Linzi e Santini, senza di loro a Milano rimarrebbe ben poco per gli appassionati di jazz, anche se, come spesso abbiamo rimarcato, dieci giorni di abbuffata non compensano un anno in cui gli appuntamenti di un certo spessore si contano ormai sulle dita di una mano. Segnali di una certa ripresa di attività jazzistica vengono fortunatamente anche dal Blue Note, che dovrebbe essere il club per eccellenza, ma che invece spesso si è distinto per ospitare di tutto e di più nel senso meno nobile della qualità.

Leggendo i primi nomi annunciati non si può che essere felici per le conferme di Jaimie Branch e Vijay Iyer , speriamo si aggiungano artisti dello stesso livello e interesse. Gli altri protagonisti annunciati paiono più un richiamo per il pubblico giovane che bazzica ambienti spesso confinanti con il jazz, proprio come i vari Jean-Phi Dary & Jeff Mills, Alfa Mist e Emma-Jean Thackeray, che al jazzofilo di provata fede dicono poco e suonano abbastanza sconosciuti. Ma in un festival di grosse dimensioni ci possono stare, diversificando offerta e richiamo.

Mi spiace dirlo ma sui nomi italiani annunciati sembra di essere nella peggiore edizione di Umbria Jazz. Fresu e Bosso a Milano si sono visti fino allo sfinimento. Non discuto ovviamente i musicisti , ma ci sarebbe tanto bisogno di aria e nomi nuovi, e mi domando, ma ancora qualcuno è disposto a pagare un biglietto, che detto tra noi, proprio economico non è mai stato, per ascoltare sempre gli stessi protagonisti.

Non debbo certo suggerire io nomi nuovi ai direttori, e comprendo i più che prevedibili motivi di cassetta che costringono a volte a scelte che ad un vecchio appassionato paiono del tutto risibili, però se a programma completo poi mi ritrovo anche i Bollani e i Rava (che Dio lo preservi !), bè allora, considerando anche il presumibile costo dei biglietti e la distanza che mi separa dalla città, punterò come sempre su quel paio di proposte nelle quali mi riconosco e me ne starò tranquillamente a casa per tutto il resto.

Non c’è nulla di nuovo in quanto detto, siamo al settimo anno del festival e fin da subito il mixaggio tra nomi e proposte ha dovuto trovare un equilibrio tra sperimentalismo e popolarità, ribadisco quindi la speranza che alla fine il cartellone avrà richiami un pò per tutti i gusti, come è giusto in un festival che non è di tendenza ma che punta al maggior coinvolgimento possibile.

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