Francesco D’Auria – Lunatics

Una vena lieve, ma profonda, attraversa le composizioni di questo esordio da leader del batterista Francesco D’Auria, che giunge nel mezzo di un percorso artistico nutrito delle esperienze più varie, da una formazione classica fino a collaborazioni con artisti d’avanguardia (Gunter Sommer, MIchel Godard) ed alla formazione di unioni durature (con il chitarrista Maurizio Aliffi, il trombonista Beppe Caruso o il clarinetto di Gabriele Mirabassi). In sua compagnia, alcuni fra i più interessanti musicisti italiani della scena jazz che, per attitudine e scelte di immagine, non viene proprio da definire “all stars”, Roberto Cecchetto alla chitarra, Tino Tracanna al sax ed Umberto Petrin al pianoforte.

La musica suonata in questo disco sintetizza alcune esperienze del mio recente passato, quelle presenti, e cerca di ipotizzare e aprire le porte al bisogno di creatività che spero alimenti il mio futuro.
In questa registrazione mi avvalgo della preziosa collaborazione di tre fantastici musicisti e amici con cui è stato facile e naturale intrecciare le mie visioni e i paesaggi sonori da me proposti. L’alchimia in cui siamo stati coinvolti è frutto di una comune immaginazione che posso definire affascinante, desiderabile e, proprio per questo, facile da realizzare. I brani sono stati organizzati in modo da permettere ai musicisti quella libertà espressiva che cerchiamo continuamente e che dovrebbe farci sentire unici e speciali al di là delle doti personali o delle scelte interpretative. Tra un brano e l’altro ho voluto inserire piccole improvvisazioni in duo che definirei miniature, il resto l’ha fatto la nostra intesa, l’improvvisazione e il mistero della musica.

Ecco, sarebbe sufficiente la descrizione del suo autore per entrare nella dimensione di queste unidici composizioni riunite, nella pubblicazione a cura di Caligola records, sotto un titolo che prende spunto da una raccolta del poeta statunitense, Charles Simic, pubblicata nel 2017.

Per orientare ancor di più gli eventuali interessati, da ascoltatori possiamo aggiungere che questo disco ci ha riportato alla più positiva accezione del termine “leggerezza”, quanto mai inatteso per un disco di un batterista. Musica che riesce a sintonizzarsi con chi si pone in ascolto tramite piccole pennellate di suono, sparse apparentemente senza ordine, ma capaci di ricomporsi gradualmente in un disegno emotivamente e razionalmente coinvolgente. Dai primi, circospetti fraseggi del sax e del pianoforte in “Monetina” fino alla conclusiva, estatica “Il cielo“, gli strumenti seguono questa trama sommessa, un dialogo sottovoce sempre condotto dalla batteria o dalle percussioni del leader, pronti però a lanciarsi in sortite di piena espressività (ancora in “Monetina” il bel solo del sax di Tracanna fra le voci ancora incredule degli altri strumenti, o l’articolato eloquio del pianoforte di Petrin) od a lasciare respiro alle parti melodiche. Che brillano in “I sogni di Pietro“, declamate dal sax e sottolineate dall’handpan (il tamburo metallico idiofono che D’Auria utilizza spesso), richiamano una sottile malinconia nella ballad “I found you“, introdotta dalla chitarra discreta ed essenziale di Cecchetto, ed invitano alla danza in “Princess Linde” di Michel Godard, già registrata in duo con l’artista francese nell’album “Amor sospeso“. Da sottolineare anche la suggestiva ripresa di “Soft Wind” che intitolava l’ultimo lavoro di Cecchetto, qui preceduta da una sommessa introduzione ed arricchita nel tema dal sax di Tracanna.

Ad intervallare le composizioni più estese, i duetti, percussioni/ sax ( l’aria danzabile di “Meeting’s dance“) percussioni/piano (“A little story“, piccola divagazione astratta), percussioni/ chitarra (il breve dialogo fra tambuti piatti e corde di “I’m lost” ), due minuti che il titolare dedica al proprio set di tamburi (“It’s time to get up“),, ed un momento di libertà sottolineato dal titolo “We just want to be free“.

La musica di questo disco, che giustamente il suo autore collega al valore della pace, ed anche per questo appare necessaria in questi brutti tempi, alimenta la speranza di un successivo cammino di questi sapienti “lunatici”.

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