Barney Wilen ed il film che non fu

Fra le varie imprese dell’eclettico sassofonista francese Barney Wilen, entrato giovanissimo nel giro aureo del jazz con la partecipazione nel 1957 alla colonna sonora di Miles Davis del film di Louis Malle “Ascensore per il patibolo (Ascenseur pour l’échafaud)” e quindi protagonista di una lunga carriera caratterizzata da diverse fasi, c’è anche quella di un un film di fantascienza ideato dal fotografo ed artista sperimentale Jean Larivière, collaboratore di Salvador Dalì, alias Sinè, che non vide mai la realizzazione. La colonna sonora del film, intitolato “Zodiac” dal nome del protagonista e dal contenuto ispirato a temi astrologici, venne curata da Wilen nel 1966 in uno dei suoi periodi inquieti, diviso fra le suggestioni world di “Jazz meets India” e “Moshi” e le istanze free di “Auto Jazz” , insieme a Carl Heinz Berger al piano e vibrafono, Jean-Francois Jenny Clark al contrabbasso e Jaques Thollot alla batteria. L’album, originariamente edito dalla label Disques Vogue, divenuto oggetto di culto e di lacrime amare fra i collezionisti, successivamente bootlegato, è ora oggetto di un’ operazione di riscoperta e restauro a cura dell’etichetta di Toronto We Are Busy Bodies, avvenuta sulla base dell’originale copia appartenuta al suo autore. Stampato in sole 1000 copie in vinile, corredata da un apparato grafico e storico che riporta la sinossi del film e parti della sceneggiatura.

I trentadue minuti dell’album sono divisi in dodici brevi brani di durata media di poco superioe ai due minuti, evidentemente ideati per sottolineare atmosfere e scene del film e composti, a quanto pare, sul momento, in analogia al lavoro cinematografico svolto da Wilen con Davis. Si attraversano, quindi, episodi enigmatici e formalmente astratti (“Capricorn” , “Cancer” ), momenti segnati da maggiore enfasi ritmica e libertà espressiva (“Sagittaire” ) e brani dalla struttura compositiva più definita in chiave bop (“Verseau”, “Scorpion”, “Lion” , “Belier”) . In tutto il lavoro spicca il suono profondo ed avvolgente del sax di Wilen, mantenuto anche negli episodi più vicini al free, la batteria di Thollot privilegia scelte timbriche di taglio tribale, ed il vibrafono di Berger colora i brani più atmosferici con un’ impronta avanguardistica (“Vierge“, “Geneaux” ), diventando protagonista solista e dispensatore di timbri inusuali in “Balance” . Non un capolavoro, ma una curiosità che resiste allo scorrere degli anni, una delle tante emerse dalla carriera di Wilen, eterno outsider del jazz.

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