Fotogrammi – Musica di fuoco

Lasciatemi andare indietro, alle origini: c’e un tipo da solo, sulla veranda, che canta il blues. Il chorus blues può esser di 12 battute, di 32, di 9, insomma in qualsiasi forma lui voglia. Ma comincia ad aggiungere un bassista: e qui diventa necessaria una qualche forma di accordo, ed ancor più se aggiungi altri musicisti. Allora poi arriviamo alle big band, con tutte le loro partiture, arrangiamenti, composizioni. Ad un certo punto arriva l’avanguardia che dice: bene, conosciamo e padroneggiamo tutto questo. E se cominciassimo a metter da parte qualcuno di questi accordi, per vedere se riusciamo lo stesso a dialogare tra noi in modo più diretto, ad improvvisare liberamente? Loro non dicono ‘non ci piace il passato’, e neanche ‘noi siamo migliori del passato’, dicono solo che questa è un’altra maniera di ascoltare la musica”.

Comincia così ‘Fire Music’ di Tom Surgal, con questa anonima voce fuori campo che argomenta mentre sullo schermo scorrono le immagini dell’Arkestra di Sun Ra in una frenetica performance che sfocia in gesti di iconoclastia distruttiva che fanno impallidire quelli ben noti degli Who di Pete Townsend.

Mai come a questo film sta stretta la definizione di ‘documentario’, con tutte le sue connotazioni didascaliche ed una certa rigidità ed astrazione narrativa che contraddistinguono il genere alle nostre latitudini. Qui, ancor più che in altri recenti casi di jazz doc d’oltreoceano in cui mi sono imbattuto negli ultimi anni, ci si trova di fronte ad un’opera viva e pulsante anche sul piano cinematografico, caratterizzata da un uso sapiente e creativo di preziosi materiali d’archivio (la quasi totalità dei quali da ritenere del tutto sconosciuti dalle nostre parti), amalgamati con raffinate elaborazioni grafiche alle numerose interviste agli ultimi sopravvissuti di una stagione dal cui culmine ci separa ormai più di mezzo secolo.

La passione di Surgal per il suo soggetto è evidente ed affatto dissimulata: il suo merito è quello di averci restituito una foto di gruppo vivida ed originale di un momento della vita del jazz di cui si ancora si parla molto, per lo più ancora in termini polemici, ma che non ha beneficiato di una ricostruzione storica e critica organica ed accurata, scevra da partiti presi pro e contro. E sì che i tempi sarebbero più che maturi….. 

Prince Lasha e Sonny Simmons, chi erano costoro? Eccoli nel fascinoso e sensuale ‘Firebirds’, perla rara da raccomandare senza riserve  

Anzi, è già molto tardi sotto il profilo del recupero di testimonianze dirette, di quella ‘storia orale’ tanto importante in campo jazzistico. E proprio qui si rivela uno dei maggiori meriti di ‘Fire Music’: quello di aver ‘afferrato per la coda’ le memorie vive della pattuglia degli ultimi sopravvissuti di quella stagione. Per esempio, fa una grande impressione sentire Misha Mengelberg inanellare ancora paradossi davanti alla macchina da presa poco prima che la sua mente fosse cancellata dall’Alzheimer…. Davanti all’obiettivo di Surgal  sfilano anche un lucido ed acuto Bobby Bradford, che ha condiviso molti momenti con Ornette Coleman, Sonny Simmons e Prince Lasha, autentici personaggi che per la loro verve ed ironia sembrano usciti dritti dritti dalla penna di un sceneggiatore, Noah Howard ed il suo vivacissimo racconto ‘dall’interno’ dell’Arkestra di Sun Ra, che non riuscì a rinchiuderlo nella sua ‘prigione dalle sbarre dorate’ (definizione dello stesso Ra), imbevuta di esoterismo ed isolamento quasi monastico. Pur considerato che molti protagonisti di primo piano della New Thing erano ormai irraggiungibili al momento dell’inizio della lavorazione del film (che deve aver avuto peraltro una gestazione piuttosto lunga), mi sembra di poter osservare che il regista si è fatto sfuggire l’occasione di far parlare l’ancora arzillo Archie Shepp, che in questo grande affresco è presente solo con un brano di un’intervista forse dei primi anni ’70 in cui il nostro traccia con la consueta lucidità e tagliente acutezza un’analisi della condizione esistenziale del jazzman nella società americana dell’epoca e dei suoi riflessi sulla musica. Ma noi europei stentiamo tuttora a capire la tenacia dei taciti interdetti che ancor oggi nella scena culturale americana colpiscono personaggi scomodi come Shepp, la cui evoluzione creativa tra l’altro rappresenta in modo esemplare uno dei molti approdi possibili del movimento free.

Incredulità europea che si manifestò anche all’epoca, quando molti testimoni continentali esterrefatti toccarono con mano l’incredibile durezza (spesso degenerata in violenza esplicita) e la totale mancanza di elementare rispetto umano riservata dallo show biz americano agli uomini della nuova musica: il racconto di Don Cherry che si vede negato il cachet della serata perché il manager del locale ritiene che il pubblico sia stato troppo esiguo, i colleghi musicisti che prima abbandonano Ornette a suonare da solo sul palco e poi con un trucco lo allontanano e gli buttano il sassofono giù dalla terrazza del club….

…dopo si aprono molte strade diverse….. e qualche sentiero interrotto…..

Eh sì, perché la New Thing è stata forse l’ultima delle grandi ondate jazzistiche a lasciarsi dietro delle vittime: dall’Albert Ayler ripescato cadavere nell’Hudson River (una fine tuttora misteriosa), a decine di altri musicisti scomparsi senza traccia tra i flutti della folla solitaria delle metropoli americane. E quella del grande Henry Grimes ripescato da William Parker sulla panchina del parco su cui viveva ormai da anni, rimesso in sesto e beneficiato del dono di un nuovo contrabbasso è solo una isolata favola a lieto fine.

‘Fire Music’ dà vita ad una sorta di intricata jam session di voci e testimonianze, che però alla fine si compongono in una sorta di polittico dove i molti ritratti individuali si collegano gli uni agli altri in una cornice salda ed organica, che evidenzia alcuni tratti tutt’altro che scontati.

Per esempio, la semplicità e l‘immediatezza quasi naif di molti intervistati sfata l’idea che al centro della New Thing ci fossero soprattutto motivazioni ed impulsi di carattere intellettuale (con l’eccezione di Cecil Taylor, un isolato anche in questo). Altra sottolineatura è quella dello spirito comunitario che animava la New Thing: ‘non c’erano migliori o peggiori, solo diversi’, afferma un musicista, con buona pace della serrata competitività e degli scismi che hanno sempre contraddistinto il mondo del jazz, ed in particolare la scena newyorkese.

Non a caso sinora ho evitato di parlare di ‘free jazz’: un nome-bandiera che è stato il più grande dono fatto da Ornette Coleman al movimento, oltre all’esempio della sua irriducibile tenacia nell’affrontare tutte le avversità legate alle sue scelte artistiche. Tanti musicisti dalle provenienze geografiche più diverse e remote (e si sa quanto questo fattore conti nel jazz) passarono da un’oscura ed istintiva solidarietà ad una vera e propria coscienza di gruppo solo grazie a questo straordinario album, che tuttora appare come un oggetto futuribile per la sua concezione:

L’album originale aveva una finestrella sul fronte, che lasciava intravedere il ‘White Noise’ di Jackson Pollock riprodotto a tutta pagina nella facciata interna. Due gruppi diversi che suonano ciascuno su di un canale. Con gli uomini di Ornette mescolati ad altri straordinari collaboratori come Eric Dolphy, Freddie Hubbard, Scott LaFaro

Ma se il timido e schivo Ornette assurse a nume eponimo, fu il carismatico Coltrane a rappresentare la guida spirituale (e spesso il sostegno materiale) dei freemen: la venerazione di cui fu circondato appare lampante ancora adesso negli sguardi di uomini che oggi hanno decenni di musica e di vita sulle spalle.

Alquanto insolita per un’opera firmata da un regista americano è l’attenzione riservata all’Europa: prima vista come approdo di salvezza dove tanti musicisti della New Thing trovarono finalmente un riconoscimento da un pubblico più aperto e ricettivo (basti pensare all’avventura di Art Ensemble of Chicago e di tanti altri nella ribollente Parigi dell’estate 1969). Riconoscimento che poi fu presto messo all’incasso negli States e soprattutto a New York, dove fatalmente ritornarono gli espatriati di una stagione, inesorabilmente attratti come falene dal fuoco (“perché nonostante tutto è lì che succedono le cose”). Ma Surgal acutamente annota che l’impossibilità di imitare gli uomini della New Thing aprì fatalmente la strada ad una collaborazione alla pari con musicisti europei, le cui diverse matrici culturali e nazionali vengono agilmente ma efficacemente tratteggiate anche grazie alle testimonianze di protagonisti come Tristan Honsinger, Peter Brotzmann, Evan Parker, Han Bennink.

Anche Ornette mise su il suo loft in Prince Street: uno a denominazione d’origine controllata, subì anche una rapina a mano armata……

La tumultuosa cavalcata di ‘Fire Music’ non si conclude prima di aver inseguito l’onda lunga di quella tempesta: la puntigliosa e determinata organizzazione dei chicagoani di AACM (“It’s an Union!”, “E’ un sindacato!”, ricorda di aver commentato sorpreso un giovanissimo Oliver Lake che subito si dette da fare con i suoi amici di St.Louis per imitarla con il Black Artist Group) ed il canto del cigno della vitale stagione dei Lofts newyorkesi guidati da un altro carismatico, Sam Rivers. Fioritura rigogliosa che paradossalmente divorò sé stessa, aprendo la strada alla speculazione immobiliare che, sull’onda dell’apertura degli spartani lofts, dette il via alla gentrification dei quartieri circostanti, rapidamente trasformati in dispendiosi distretti di tendenza che ben presto espulsero i garibaldini localini che gli avevano aperto la strada (storia destinata ripetersi spesso, anche alle nostre latiitudini).

Sam Rivers e Joe Daley nel mitico Studio RivBea…..la moglie Beatrice era la wonder woman dell’organizzazione

Che amiate o meno il Free (le cui vene più vitali peraltro scorrono sottotraccia in tanta musica di oggi, anche la più insospettata…), alla prima occasione utile lasciatevi andare a questi 90 minuti di passione ed intensità: non li rimpiangerete. Milton56

(Prosaica praticità: il sito del film è questo. Attualmente la pellicola è tuttora in programmazione nel circuito delle sale specializzate americane, per ora la sola piattaforma che lo prenseta in streaming è Criterion, una sorta di Artè d’oltreoceano. Ma la situazione è in evoluzione, si pensa anche ad un dvd ed ad altri canali distributivi. Aggiornamenti sul sito di cui sopra)

“Cosa mi piacerebbe ottenere nella mia Musica? La presenza. Sinchè vivrò, non mi curerò di quel che ho fatto ieri, se avrò la possibilità di andare a casa a comporre della musica.  Per il passato abbiamo le macchine che lo conservano (indica un giradischi che suona, N.d.R.), ed è bello” (Ornette Coleman)

“Prossimamente su questi schermi”…… si spera……

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