Amarcord

Andrea (Andbar) potrebbe inconsapevolmente aver aperto una porta ricca di frutti sui ricordi musicali che inevitabilmente ognuno di noi si porta appresso. Se lui rammenta un concerto di 40 anni fa, quello che per me invece fu un concerto spartiacque accadde ben 45 anni fa, il 3 giugno del 1977 al Teatro Lirico di Milano.

Ma andiamo con ordine, e cerchiamo di inquadrare in pllole il periodo e la situazione del nostro magnifico e disastrato paese in quegli anni. Periodo difficile, politicamente instabile, attentati, episodi di lotta armata, mafia che alza la testa. Insomma, con ingredienti diversi ma l’angoscia è la stessa che oggi ci attanaglia per guerra e pandemia, oltre naturalmente, al difficile compito quotidiano di mantenere economicamente e sentimentalmente una famiglia.

Musicalmente però la fine degli anni 60 e i 70’ sono stati forieri di creatività e idee come poi mai più in seguito. Si stava spegnendo la più fertile ondata apportata dai nuovi protagonisti del rock, non a caso molti di loro, i sopravissuti a droghe ed eccessi, sono in pista ancora oggi pur senza nuove idee e avendo l’età per una meritata pensione. Smorzata la fiamma della passione il rock si stava avvitando su politiche commerciali, le major discografiche parevano aver ripreso saldamente il controllo del “prodotto”, sfornando pre confezionati che strizzavano l’occhio al pop,  privi di sincerità e con l’unico intento di fare cassa.

Per noi boomer nati negli anni 50’ la stagione musicale che abbiamo vissuto è sicuramente stata unica e irripetibile, testimoni e protagonisti di una onda creativa che ha plasmato mode, stili, comportamenti sociali e, perfino, cinema e letteratura. Ma per me, innamorato della musica fin dalla tenera età, vivere un periodo dove gli stimoli musicali che fino ad allora mi avevano nutrito si stavano esaurendo, significava andare alla ricerca del nuovo e del diverso.

Accantonati gli album di Zappa, dei Grateful e dei Jefferson Airplane, perfino dei Soft Machine tanto amati, si prospettava un bagno rigeneratore nel blues, spesso in quello acustico e rurale, preferito a quello urbano ed elettrico. La musica, che tanto spazio aveva occupato nei miei interessi e nel mio tempo, stagnava in attesa di nuove idee e nuovi protagonisti. Certo c’era sempre quell’album, Bitches Brew, acquistato appena uscito ma non ero mai riuscito a sintonizzarmi sulla stessa lunghezza d’onda. C’erano i Wheater Report all’apice del loro momento, ma senza una verifica dal vivo era difficile riuscire ad appassionarsi. Poi, piano piano, si sono affacciati nuovi personaggi: l’Art Ensemble of Chicago, Anthony Braxton, Wadada Leo Smith. Mi piacevano alcuni loro album, ricordo in particolare People in Sorrow, ma rimanevano lontani, non solo geograficamente ma proprio culturalmente.

Io, ragazzo bianco europeo, lontano dalla Chicago ribollente, dal razzismo e dal sentimento comune popolare nero, avevo ben pochi punti comuni con quella musica se non la ricerca del ritmo, del nuovo, dell’insolito. Dopo diverso tempo che non andavo a concerti, abitare lontano dalla città è una forte limitazione, si prospettava una serata stimolante al Teatro Lirico di Milano, pefetta per capire se quei musicisti cosi’intriganti su disco, erano realmente capaci di comunicare emozioni e divertimento dal vivo.

Un amico insistette molto e vinse la mia resistenza, e cosi’ la sera del 3 giugno 1977 entrai nel teatro con la speranza di ascoltare qualcosa di appagante. Fin dalle prime note la musica mi travolse: ritmi impressionanti, libera ed aperta lucidità creativa al servizio di idee rigorose e precise. Una cifra stilistica unica ed una bravura strumentistica mai ascoltata prima. Ne uscii scioccato, conquistato, impressionato. Tutta la musica che avevo ascoltato fino ad allora mi sembrava solo una preparazione ad un livello successivo che ora, finalmente, era arrivato.

Debbo dire che non fui l’unico che usci’ dal Lirico con la netta percezione di aver assistito ad un concerto mitico. Nel corso del tempo ho incontrato molte persone che allora non conoscevo ma che erano presenti, e per tutti le sensazioni erano le stesse.

Sono passati 45 anni e, grazie alle tecnologie digitali, dal web è spuntata la registrazione di quel concerto. Non lo avrei mai creduto possibile, ma invece grazie ad appassionati e siti specialistici ormai si trova qualsiasi registrazione, dal concerto inedito all’album fuori catalogo.

Ovviamente ho riascoltato il concerto e come logica le impressioni sono cambiate. Quasi mezzo secolo di ascolti ha contribuito a modificare quelle emozioni con un contributo maggiore di conoscenza e consapevolezza. Ma oggi come allora quella musica suona fresca e convincente, non a caso tre di quei musicisti, a parte il leggendario Muhal e Charles Bobo Shaw che sono scomparsi, sono ancora in piena attività e sulla cresta dell’onda.

2 Comments

  1. Letto questo pezzo, unitamente al precedente ‘Un concerto di 40 anni fa’, mi sorge un pensiero. Potevano cambiare le musiche, ma quello che era decisivo e faceva la differenza rispetto ad adesso era il modo di viverle, di ascoltarle. In primo luogo, la musica era un fatto collettivo, una sorta di patria ideale senza confini, bandiere, bibbie, corani, talmud etc., una specie di esperanto che connetteva persone lontane e diverse molto più dei c.d. ‘social’ attuali. Era un messaggero di cambiamento, le note sostituivano parole che non c’erano ancora. E quest’aspettativa era chiaramente percepita e corrisposta da chi la musica la faceva, girando per il mondo e raccogliendo sul campo suggestioni ed ispirazioni che spesso ora si distillano in laboratorio (oppure in accademia). La musica era una componente, un motore della vita, non un accessorio di abbigliamento che completa una delle tante identità pret a porter che dilagano oggi. Un musicista diventava una personalità pubblica per le emozioni e le aspettative che si appuntavano sulla sua musica, non perchè personaggio progettato a tavolino con il manuale di marketing alla mano, uno Zelig con cui creare una folla solitaria di follower già omologati in partenza….. Per quanto piccola, la Internazionale del Jazz continua a consservare qualcosa di questo spirito con la sua antispettacolarità, con le sue persone ‘non personaggio’… l’importante è non starsene chiusi in casa, ma cercare di mantenerla viva, stupendosi di quante persone ancora sono mosse da questa musica, contro tutto e tutti. mIlton56

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