CONSIDERAZIONI DI UN’IMPOLITICO – ILLUSIONI PERDUTE…

“Purtroppo però è facile constatare come l’età media sia elevata ed il ricambio generazionale non c’è, o perlomeno è di dimensioni trascurabili. E’ un grande problema, ovviamente non solo di Jazz & Wine, sul quale bisognerà ragionare a bocce ferme”. Così conclude le sue cronache da Cormons e dintorni l’amico Rob53.  L’elegia sulla ‘gioventù che fugge’ ricorre ormai da molto tempo non solo tra gli appassionati, ma anche tra i professionisti che a vario titolo si occupano dell’offerta jazzistica alle nostre latitudini.

Un bel dossier da metter in mano all’Impolitico, che sulla questione ‘giovani e jazz’ pensa che sia necessario sgombrare il campo da varie illusioni: illusioni che rischiano di fare parecchi danni, se dalle lamentazioni generiche si passa ad una loro concreta incidenza sull’organizzazione e sull’offerta di questa musica. Come in altri casi, si va d’impulso, senza tante diplomazie, l’argomento è urgente.

1.Ogni età ha le sue musiche, e soprattutto il jazz che si fa oggi non è certo la musica più congeniale ad una giovane generazione che sta oggi tra i 20 ed i 30 anni. In quella fascia d’età la musica che conta è quella del gruppo, quella che lo identifica e lo fa riconoscere: per i singoli è problematico coltivare gusti musicali diversi, condividerli poi è del tutto fuori questione (era già difficile negli anni ’70 e ’80, figurarsi…).

2. I ‘colpi di fulmine’ musicali presuppongono l’incontro con brani di forte presa emotiva, solo dopo viene l’ascolto più consapevole ed analitico. Il jazz di oggi, particolarmente quello che si ascolta nei festival e nei concerti, difficilmente presenta ‘killer songs’ capaci di far breccia anche in un ascoltatore ingenuo (il quale peraltro deve aver avuto già sufficiente motivazione per acquistare un biglietto).

3. Infatti è venuta meno qualsiasi possibilità di un incontro occasionale e spontaneo con il jazz, sostanzialmente sparito dal paesaggio sonoro quotidiano. In questa assenza, diventa impossibile acquisire per osmosi le competenze implicite necessarie per la fruizione di questa musica, che risulterà aliena e respingente. Se poi le rare proposte sono deliberatamente lontane da un qualsiasi canone consolidato, la partita con il neofita è persa in partenza.

Soho (Londra), anni ’50: è sempre il Flamingo jazz club della foto di testa

4. Non ci sono più ascolti condivisi e collettivi, soprattutto in ambito familiare. L’ascolto che io chiamo ‘autistico’, quello in cuffietta che esclude gli altri, ha fatto molti danni sotto questo punto di vista. Le possibilità che un ragazzo possa esser gradualmente e spontaneamente coinvolto negli ascolti dei genitori o dei fratelli maggiori sono pressoché inesistenti: viene così meno un grande canale di conoscenza musicale che in passato ha fatto filtrare da una generazione all’altra molta musica importante, di quella che resta.

5. Nel mercato musicale odierno prima si vende il personaggio, poi viene la musica (che talvolta si fa pure desiderare). Chiusa la sua epoca eroica (ma anche tragica), il jazz non produce più figura carismatiche capaci di sedurre e di proiettare un’alone di mito intorno alla propria musica: per questo bisogna scavare nel suo passato, non senza alcuni rischi

6. I ragazzi di oggi vivono in una sorta di ‘presente assoluto’, che li priva quasi completamente di qualsiasi prospettiva storica. Viceversa il jazz è una musica che si costruisce attraverso stratificazioni successive, una dialettica continua tra il passato ed il presente, dialettica che è la sua forza propulsiva: anche dal lato dell’ascoltatore è una musica che ‘va messa in prospettiva’ per esser compresa e goduta

‘Perigeo’, quanto manca oggi un gruppo così… ‘One shot reunion’ a Firenze nel 2019: tra poco diventerà un disco. Purtroppo manca D’Andrea, all’epoca un vero mago del Fender Rhodes…

7.Il jazz è ormai musica di ascolto, e per di più di ascolto non distratto e superficiale. Questo spazio di ‘ascolto esclusivo’ va creato con una certa determinazione in una routine quotidiana che tendenzialmente lo nega. Non c’è da stupirsi quindi se i più giovani (ma anche i loro fratelli maggiori tra i 30 ed i 40 anni) siano ormai assuefatti a quelle che io chiamo le ‘musiche a bassa intensità’, che si possono ascoltare anche con un orecchio solo. SI badi bene, qui non parlo di Maneskin o Fabri Fibra, ma di proposte di maggiori pretese come quelle di Einaudi o di Allevi.  Mancano poi esperienze in grado di coniugare ampia comunicativa a solida qualità musicale, come ad esempio i Wheather Report, i Perigeo che negli anni ’70 ed ’80 rappresentarono esperienze propedeutiche ad ascolti più complessi. Se qualcosa di paragonabile si profila su orizzonti lontani (cfr. Londra, er esempio), molti nasi si arricciano, anche sotto il profilo della gestione organizzativa queste proposte vengono in qualche modo trattate con un certa degnazione e proposte in contesti poco adatti.

8. Guardiamo anche le travi nel nostro occhio: i jazzfans non hanno una gran capacità di proselitismo, anzi in certi casi nutrono una certa insofferenza al pensiero di fare qualche passo nei confronti di qualcuno che pur tra mille ingenuità mostri qualche scintilla d’interesse per la loro musica. Oltre che esser più disponibili, senz’altro occorrebbe esser molto più ‘didattici’, tenendo in adeguato conto i punti di partenza del neofita e della necessità di coinvolgerlo subito sotto il profilo emozionale, evitando approcci troppo astratti e pedanti, per lezioncine e bignamini c’è tempo dopo.

9. Il jazz non è una musica ‘neutrale’. E’ intrinsecamente portatrice di valori che oggi come oggi sono tutt’altro che ecumenici, anzi spesso risultano ‘divisivi’, per usare un repellente paroloide di moda. Tradotto in soldoni: non sarà mai musica di maggioranze o di grandi numeri, specie nei pessimi tempi che corrono (da anni….). E’ fondamentale preservare la sua integrità ed autenticità, che sono le sue armi di seduzione più forti nei confronti della pattuglia di spiriti liberi che comunque prima o poi incroceranno la sua strada: spiriti che senz’altro avrebbero abbastanza intuito da tenersi lontani da certi goffi tentativi di lifting artificialmente concepiti in laboratorio, con il manuale di marketing aperto sul bancone.

Meno illusioni irrealistiche, più disincantata tenacia quotidiana. E per i professionisti: sempre un attento sguardo in platea, non sempre aiuta il buio in sala…. My five cents, come sempre. Milton56    

Gli ‘uomini libro’ dell’utopico finale di ‘Fahrenheit 451’. Una proposta per i jazzofili? 😉

5 Comments

  1. 2) Nel cartellone di “Summertime 2022” alla Casa del Jazz,ho creato una sorta di sezione,”Newaves”,con alcuni progetti legati in qualche modo da un filo comune:Nate Smith Kinfolk,Makaya McCraven,Sons of Kemet,Louis Cole,Nubya Garcia,Khalab,Gogo Penguin.
    Risultato:500 spettatori di media a concerto ed età media del pubblico dimezzata rispetto a quella degli altri concerti in cartellone,italiani o internazionali che fossero.

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    1. … detto tra di noi, gioverebbe anche a molte ‘teste grige’ un ascolto scevro di preconcetti almeno di alcune di queste proposte che vengono da Oltremanica (ma anche da Chicago e dintorni). C’è molta energia e vitalità che viene viceversa marchiata come superficiale banalità, dimenticando che essenzialità ed immediatazza sono punti di arrivo, mentre involuzione e pesantezza si accompagnano spesso ad abbozzi poco o nulla sgrossati…. ma sulla questione è meglio che taccia, la tenzone potrebbe facilmente finire all’alba dietro un muro di convento, con secondi, prete e notaio…. 😉 . Milton56

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  2. 2 testimonianze da Roma.
    1) Durante la scorsa stagione estiva di concerti nel parco della Casa del Jazz,abbiamo fatto in modo che i ragazzini (8-14) della nostra Jazz Campus Kids Orchestra diretta da Massimo Nunzi,assistessero al maggior numero di concerti possibile ed incontrassero personalmente i loro grandi protagonisti.Da Fabrizio Bosso a Mike Stern,da Paolo Fresu a John Scofield,da Nubya Garcia a Billy Cobham,etc.etc.Si sono divertiti come pazzi ed emozionati per la vita.Il loro concerto preferito in assoluto,tra tutti? Christian Mc Bride Inside Straight

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    1. Bellissima cosa, Luciano, praticamente un sogno. Va notato però che questi kids sono già ascoltatori qualificati, loro la musica la fanno e per di più in una grande orchestra, esperienza educativa e pedagogica straordinaria: esperienza che naturalmente la nostra scuola nipote di Gentile snobba completamente. Un’idea per agganciare i loro fratellini maggiori, i twentysomething….. Voi che a Roma avete da spendere un bel capitale di fiducia presso un pubblico fidelizzato, perchè non selezionate qualche proposta intrigante (butto lì un nome a caso, DIodati ed i suoi Yellow Squeeds…) la diffondete presso i vostri spettatori abituali prevedendo un biglietto unico per genitori che si presentano con figliolo/a? … e poi ‘vedete l’effetto che fa’, come diceva qualcuno tempo fa. Non mi maledire troppo rumorosamente 🙂 . Milton56

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  3. Qui in questo angolo di nord ovest eccettuata la Lombardia e qualcosa nell’alto Piemonte ( Ivrea) di cui si parla poco, secondo me ingiustamente, il “piatto piange”. Genova, fatto salvo ciò che porta avanti Marco Tindiglia che trova piena espressione nella rassegna del Gezmataz Festival, non è certo una piazza che sta al passo coi tempi. Un plauso a quello che si fa a Roma; finché ci sono realtà come quella descritta, un futuro non proprio oscuro si può progettarlo e coltivarlo, consapevoli che di nicchia si trattava anche quarant’anni fa con i palinsesti radiofonici ben più corposi e le comparsate tv, oggi ridotte ai simpatici siparietti del duo Bollani-Cenni e magari uno-due appuntamenti settimanali alla radio ove alternare vecchio e nuovo, novità e ristampe, retrospettiva e attualità, non confinati solo all’estate come quell’insulsaggine di “Body and Soul” non starebbero male. Resto però pessimista, alla luce di come sono andate le elezioni.

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