CARTOLINE – UMBRIA JAZZ WINTER – 2. OTTONI E LUSTRINI

Dal Vostro infiltrato speciale ad Orvieto

Umbria Jazz Winter è uno dei pochi festival italiani a potersi ancora consentire l’ingaggio di grandi formazioni. Ed anche in quest’anno di ristrettezze non è voluta venir meno all’impegno di documentare questo settore così marginale e dimenticato della scena jazzistica. E lo ha fatto con due date molto diverse tra di loro, ma ciascuna a suo modo decisamente originale.

L’Orchestra Nazionale Jazz Giovani Talenti, creatura di Paolo Damiani in costante e vorticosa evoluzione da qualche anno, è stata per me uno dei principali motivi di attrazione della rassegna umbra. L’attuale formazione comparsa ad Orvieto può esser sinteticamente definita l’adunata della ‘meglio gioventù’ jazzistica emersa negli ultimi due-tre anni. Federica Michisanti al basso, Anais Drago e Eloisa Manera ai violini; Camilla Battaglia alla voce; Francesca Remigi alla batteria; Nazareno Caputo al vibrafono; Francesco Fratini alla tromba; Federico Calcagno al clarinetto; Michele Tino e Sofia Tomelleri ai saxes; Giacomo Zanus, chitarra, Michele Fortunato, trombone.

Come si vede, in gran parte musicisti che hanno già alle spalle una loro storia personale maturata sul palco (è lì che si diventa veramente jazzisti…..), che hanno avuto l’opportunità altamente formativa di misurarsi con la disciplina d’orchestra (importante atout da conservare con cura nella valigia del mestiere). Ma anche la possibilità di verificare quanto la propria personale originalità potesse armonizzarsi ed insieme spiccare in un contesto molto più ampio e strutturato di quelli cui sono abituati.

Questa clip amatoriale è l’unica documentazione reperibile del concerto di Orvieto dei Nuovi Talenti (ed anche dell’attuale formazione). C’è da interrogarsi circa la funzione della nutrita pattuglia di camere che affollano le platee di questi concerti….

Ovviamente un organico così ampio ed anche fluido nel tempo non poteva prescindere dalla mano di un musicista di grande e diversificata esperienza come quella del suo mentore Paolo Damiani. Ma nonostante l’essenzialità del suo ruolo, Damiani mi ha stupito: dato l’avvio alla navicella con pochi gesti secchi e precisi, il veterano romano ha fatto un passo di lato e si è ritirato con il suo violoncello nella nutrita sezione corde dell’orchestra. Chapeau, non era da tutti farlo, senz’altro una prova del disinteresse e della dedizione a questa esperienza.    

Questo ‘passo di lato’ poneva sulle spalle dei nostri young cats un’altra sfida: quella della conduzione orchestrale. Che è stata risolta con una democratica ed originale ‘direzione a rotazione’, che passava di volta in volta all’autore del brano in repertorio. E qui la band si è dimostrata molto sensibile ad una certa ‘conduzione carismatica’ da parte di vari suoi elementi: se quella di Michisanti non stupisce, dati i suoi consolidati precedenti di leader, e quella di Tino e Calcagno risulta facilitata dall’evidenza dei loro strumenti, una sorpresa è invece venuta da Anais Drago, che ha anche firmato uno dei brani più interessanti del concerto. La violinista, sinora vista prevalentemente in solo od in organici ristretti, ha trascinato l’orchestra con bello slancio, imprimendogli una bella scossa dinamica: una conferma di un bel talento versatile che già si intravedeva.

Mentre Michisanti e Remigi si sono appuntate alla giubba anche il nastrino dell’impegnativo ruolo di ritmica di big band, che esige potenza, autorevolezza ed essenzialità, sono emerse in bella evidenza le personalità solistiche di Caputo con il suo vibrafono agile e dalle sfumature acide, e quelle di Calcagno e Tino che, senza nulla cedere dell’originalità delle loro belle voci strumentali, sono riusciti a ben amalgamarle con il tessuto orchestrale. Dal mio personale punto di vista è risultato invece un poco troppo ampio e ricorrente lo spazio concesso al vocalese di Camilla Battaglia, che molto spesso ha forzatamente relegato in secondo piano cose più intriganti che avvenivano tra le quinte dell’orchestra. Un’ultima nota sul book della formazione: mi ha molto colpito un ‘Third Stream Story’ dedicato a Gunther Schuller. Oltre a mettere in chiara evidenza un’influenza che già si percepiva nell’attitudine riflessiva ed esplorativa dell’ensemble, depone anche a favore della cultura musicale ed apertura dell’autore e degli young cats verso un’esperienza musicale da tempo dimenticata e snobbata, almeno dalle nostre parti: bravi, sono in compagnia di gente come Eric Dolphy, Ornette Coleman e John Lewis che vi hanno militato con convinzione.

In mancanza d’altro, eccola la Third Stream ricordata dai nostri young cats: qui in un gran momento, ‘Jazz Abstractions’, 1961. Vediamo se qualcuno riconosce qualche fuoriclasse che suona in questo brano…..

E veniamo ai ‘lustrini’. Altra tradizione del festival orvietano è quella di metter in campo una grossa produzione facendo leva sull’Umbria Jazz Orchestra. L’anno scorso il virus ha sparigliato quella con al centro Bill Frisell, quest’anno con Dianne Reeves (voce, ovviamente…), Ethan Iverson (pianista, direttore ed arrangiatore) coadiuvato da Peter Washington (basso) e Dan Weiss (batteria), con ospite speciale Romero Lubambo (chitarra), è andato tutto per il verso giusto. Intendiamoci, è stata serata in gran spolvero mondano (teatro Mancinelli strapieno ad onta del biglietto cospicuo) ed all’insegna del piacere d’ascolto (di gran classe, però).

Personalmente ero molto intrigato dalla possibilità di vedere finalmente in azione una piccola formazione guidata da Iverson, musicista che mi attrae molto: il trio con Weiss e Washington sembrava fare al caso mio. Non avevo però fatto i conti con l’innata tendenza dell’Iverson pianista a suonare sempre un poco ‘sottotraccia’, per così dire: aggiungiamoci il drumming sottile e raffinato di Weiss ed ecco succedere l’inevitabile. Il raffinato trio soccombe fatalmente davanti alla falange di ance ed ottoni (mi sembra ben 14…) dell’Umbria Jazz Band, che di fatto lo sommerge. Niente di irreparabile: appena un paio di giorni più tardi il trio avrà una sua occasione, anzi una splendida occasione…. ma questa è materia di altra puntata.

Qualcuno del mestiere ha osservato che anche l’arrangiatore Iverson si è notato poco… Ma il cinico materialista che vi scrive la vede così: Ethan è un valente, giovane jazzista. Di fronte si trova una autentica diva della vocalità black, con 50 anni di carriera punteggiati di Grammy. Aggiungiamoci che la star è fortemente determinata a portare in scena le musiche di Burt Bacharach, l’ ‘Hit Maker’ (felice definizione della stessa Reeves) che l’ha affascinata da ragazzina. E soprattutto l’autore che ha dato a molte grandi cantanti afroamericane l’occasione di imporsi per la prima volta ai vertici delle classifiche americane degli anni ’60: Dianne ci ha tenuto a sottolinearlo esplicitamente. Infine, la nostra diva vuole esattamente il pieno suono orchestrale che caratterizzava all’epoca gli ‘hits’ di Bacharach: in scena certi rapporti di forza esistono, e soprattutto pesano…non siamo ingenui ;-).

Che dire della Reeves? Una voce dai colori scuri, potente al punto da dominare senza difficoltà l’orda degli ottoni. Ed il tutto mantenendo una dizione chiarissima ed impeccabile (i testi parevano quasi stampati), cifra distintiva della vocalist di gran classe. Cosa ha portato a casa il vostro cronista? In primo luogo, la riemersione dal suo ‘inconscio musicale’ di bambino anni ’60 di molti brani immediatamente riconosciuti dopo oltre 50 anni: quindi una bella penna incisiva, quella di Burt…. E poi la netta sensazione che queste famose canzoni riflettessero fedelmente lo spirito di un’epoca ancora densa di speranza ed aspettativa: tempi ahimè molto lontani dai nostri… (continua). Milton56   

Nemmeno la diva Reeves sfugge alla mancata documentazione. Consoliamoci con una clip del 1994: ma è alle prese con il formidabile ‘Afro Blue’ di Mongo Santamaria, mica bruscolini……Nessun dettaglio sulla band, purtroppo

2 Comments

  1. Oso: Eddie Costa al vibrafono sono quasi sicura, al sassofono sono indecisa (so che lo hanno sonato sia Coleman che Dolphy) ma direi più Coleman, e al piano Evans… sono pronta per le bacchettate sulle mani. 😊
    Comunque ottimo tributo a Monk.
    Grazie.

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    1. Brava!! Centro. Ci sono sia Ornette che Eric Dolphy (al clarinetto basso e flauto anche); c’è Eddie Costa al vibrafono, Bil,l Evans al piano, Jim Hall alla chitarra, George Duvivier e Scott La Faro (!) al basso, cui si aggiunge un quartetto d’archi. Questo album lo ho inseguito per più di 20 anni….. MIlton56

      Piace a 1 persona

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