Nati sotto il segno del Toro – “Fabio Morgera Tribute to Joe Henderson”

FABIO MORGERA – In A Taurean Way (Tribute to Joe Henderson) – Red Records – Supporti disponibili: CD

Non sono molti i tributi, sotto forma di album completo, all’opera del sommo Joe Henderson, ricordiamo qui con piacere un disco in duo piano/sax dei nostri Ionata e Mannutza (“Lode4Joe”), l’All Stars newyorkese Jazz Arkadia (“Thank You, Joe!”) e un ottimo Criss Cross di Jim Snidero (“The Music of Joe Henderson”) uscito a fine anni ‘90.

Questi ed altri lavori-tributo in senso lato hanno propalato l’arte compositiva di uno dei più grandi jazzmen di sempre, proponendo in larga parte il JoeHen più celebrato, quindi riletture ed interpretazioni di brani presi per lo più dai dischi Blue Note da isola deserta, opere, a parere di chi scrive, irrinunciabili in ogni collezione degna di questo nome, ovvero “Page One”, “Our Thing”, “In n’ Out”, “Inner Urge” e “Mode For Joe”, 5 titoli clamorosi incisi da band in stato di grazia tra il 1963 e il 1966.

Questo “In a Taurean Way“, così intitolato perché Fabio Morgera e Joe Henderson condividono segno zodiacale e soprattutto data di nascita (24 Aprile), pone invece il focus sulla sua produzione successiva, ovvero quella del decennio trascorso alla Milestones, con i dischi più politici e roventi del sassofonista di Lima, dodici album che alcuni anni fa erano stati raccolti, con altra memorabilia, in un magnifico cofanetto per l’appunto intitolato “The Milestone Years”, purtroppo oggi di difficile reperibilità.

Fabio Morgera s’è inoltrato in quella temperie artistica con il suo magistero tecnico, con l’onestà intellettuale e l’umiltà che gli sono proprie e del resto parliamo di uno dei nostri migliori jazzisti, un trombettista napoletano che ha vissuto un quarto di secolo a New York, abile compositore, dotato di tecnica impeccabile declinata nei contesti hard-boppistici più competitivi, controllo strumentale da manuale, voce black inside e spiccata fantasia improvvisativa.

Questo tributo era solo questione di tempo. Morgera aveva già sviluppato un ottimo disco-omaggio dedicandosi alle composizioni di John Lewis (“Botte di Cool“, di un paio d’anni or sono, caldamente consigliato), qui continua la ricognizione sugli aspetti formativi della sua arte tornando su di un repertorio amato e bazzicato da più di un trentennio, mette mano alle composizioni, ne ritrova l’immutata vitalità e ne mette a nuovo la freschezza con arrangiamenti originali ed esecuzioni concentrate e cariche di groove, con il livello dell’asticella posto volutamente il più alto possibile. Per l’occasione assembla un sestetto carico a molla con due sax tenori in front line (Piero Odorici e Daniele Scannapieco, in pratica il meglio che si possa avere in Italia sullo strumento) organo Hammond e batteria (Emiliano Pintori e Roberto Gatto, come sopra), e chitarra (Riccardo Galardini, una bella sorpresa per chi scrive), stretti attorno alla tromba del leader, che non lesina spezie elettroniche e riverberi, una voce solista che si rifà principalmente a Woody Shaw, cui aggiunge un tocco latino/mediterraneo che risulta del tutto personale, oltre che incisivo.

“Black Narcissus”, “AfroCentric”, “Power To The People”, “Invitation” si susseguono senza soluzione di continuità, il gruppo veleggia su arrangiamenti in alcuni casi audaci, in altri più aderenti agli originals, ma è soprattutto il climax che ci pare raggiunto, c’è rispetto e fedeltà in ogni brano, grinta in ogni assolo, le fragranze originali, elettriche e nervose, ci vengono restituite aggiornate e ci piace pensare che a Johen sarebbe piaciuto questo amorevole omaggio. Viviamo tempi complessi, operazioni come questa ribadiscono, nel caso servisse, come sia fondamentale conoscere il passato del jazz, evitando calligrafiche riproposizioni, certo, ma assorbendo lo spirito di quelle esperienze per poi spiccare il volo, e tramandare la fiamma sacra alle next generations, invitandole a continuare la ricerca. E’ significativo in questo senso che la session, registrata nel 2019, trovi ora posto nel catalogo Red Records che allinea anche due importanti titoli dello stesso Henderson. (Courtesy Of Audioreview)

4 Comments

  1. Bell’articolo. Il brano presentato è intrigante e l’uso di due sax tenori è interessante per il loro diverso suono oltre che per l’approccio personale all’assolo. Viene voglia di ascoltare tutto il disco, il che, ovviamente, è lo scopo di quanto scritto. Grazie per la proposta.

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  2. Maledizione, l’avessi sentito prima sarebbe finito diritto nella Milton’s List, lo ascolto a ripetizione da giorni (succede molto di rado). Un album veramente bello, che ispira due considerazioni. Primo: serve a capire che cos’è una bella composizione nel jazz, cioè un prisma sufficientemente sfaccettato perchè molti possano cavarne il proprio raggio di luce. L’ ‘americano’ Morgera (quasi 25 anni di lavoro a New York) non ha complessi ed inibizioni tipici del jazz europeo nell’attingere al vastissimo book di questa musica. Ed è andato ad aprirne pagine poco frequentate, donandogli un’orchestrazione di grande raffinatezza e suggestione, soprattutto per quanto concerne l’uso degli strumenti elettrici. Ad Henderson sarebbe senz’altro piaciuto. Secondo: questo è inconfondibilmente un disco ‘Red’, non poteva avere altro logo in copertina. Fa un immenso piacere vedere la rinnovata vitalità di un’etichetta con un passato intenso (provate a cercare Henderson nel suo catalogo….) e con un personalità ancora integra e spiccata come nei tempi migliori. La scena italiana ha un disperato bisogno di labels così, con le autoproduzioni non si va lontano, per niente. Aspettiamo con impazienza nuove produzioni. Milton56

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  3. Anch’io come Milton56 non riesco a smettere di ascoltarlo. Niente di nuovo sotto il sole ma un lavoro di una compattezza, vitalità , energia impressionanti! Non sento manierismi o indebite appropriazioni ma calore , passione e rispetto.
    Un disco che consiglierei a tutti i miei amici appassionati di Jazz e… perché no?… anche a qualche neofita.

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