JOHN LA BARBERA BIG BAND – Grooveyard (Origin) – Supporti disponibili: CD
Avvistare una Big Band in piena attività sta diventando un evento, soprattutto se, come in questo caso, il largo ensemble si dedica ad un repertorio post boppistico quasi del tutto originale e molto ben attualizzato.
Questione di costi, cachet, logistiche, certo, ma attenzione: il compositore ed arrangiatore John La Barbera (classe 1945) è uno specialista mondiale in materia, da noi non è per nulla celebre ma in casa Origin sanno bene il suo valore, si è distinto con la gloriosa orchestra di Buddy Rich e si può trovare il suo zampino in una selva di lavori orchestrali mentre in questo caso dirige nel 4^ episodio discografico la sua creatura, attiva da un quarto di secolo, dando spazio ai fratelli Pat (sax tenore e soprano) e Joe (batterista), due jazzman della stessa generazione e forse più noti del leader, con una serie di notevoli collaborazioni in carriera ma sempre pronti a tornare all’ovile, nella più squisita tradizione della famiglia totalmente immersa nella musica, in questo caso targata NYC.

“Grooveyard” è il titolo dell’intero lavoro ed è il brano con cui si aprono le danze, inciso per la prima volta dal magnifico texano Harold Land -sassofonista west coast assolutamente da riscoprire, o da incontrare nel caso non lo conosciate- un pezzo del 1958 qui sottoposto ad un sofisticato trattamento che esalta un veicolo perfetto per testare potenza, swing ed eleganza del motore della Big Band, che usa i suoi cavalli al meglio descrivendo traiettorie perfette all’interno di un medium tempo che si dipana come una dolce scampagnata in collina con una decapottabile d’epoca, ma col motore ibrido, con la chitarra di tal Brandon Coleman che penso d’avere incrociato qui per la prima volta e di certo non sarà l’ultima, un brillante compositore e solista di Cinccinnati che rende ancor più godibile il tragitto con pennellate che inventano un panorama delizioso ai finestrini…
Di assoluto valore il ripescaggio di una pagina totalmente dimenticata di Dave Brubeck, “For Iola”, ballad dedicata alla moglie che diede anche il titolo ad un suo album Concord del 1986 e che qui vede brillare una stella, ovvero la magnifica pianista Renee Rosnes, una delle spine dorsali, insieme al glorioso bassista, reduce di mille battaglie jazz Rufus Reid, di questa larga formazione. La nostra “zia Reneè”, che ricordiamo è coniugata con quell’altro fenomeno del pianoforte che si chiama Bill Charlap, contribuisce al lavoro con classe e generosità. anche con una serie di brillanti spunti solistici, divisi tra piano e tastiere, per esempio nell’episodio modale “Tranesome” o in “K’s Delight”, espresso omaggio a Kenny Dorham, altra inesauribile fonte d’ispirazione per il direttore, che iniziò la sua carriera proprio come trombettista. Non potevano mancare in scaletta dei brani a forti tinte latine, LaBarbera pesca nella tradizione brasiliana e firma due composizioni, “My New Summer Samba” e “Choro Per Tiago”, in cui si mettono in luce i due fratelli del leader, Pat al tenore e Joe alla batteria, mentre sono il contralto parkeriano di Steve Wilson e la tromba di Clay Jenkins ad accendere la gloria swing di “Mandatory Blues”. La marcia-bop di Elvin Jones, in chiusura, è un brano assai amato in particolar modo dal beat del drummer Joe La Barbera, la cui carriera meriterebbe una nota a margine e che troviamo spesso in Italia con il gruppo di Dado Moroni, in pratica Mandatory Blues è la perfetta sigla finale di un disco energizzante, arrangiato con certosina dedizione da uno dei migliori esperti di questo format “big band” cui non dobbiamo nè vogliamo assolutamente rinunciare.
(Courtesy of Audioreview)

