George Cables: echi da una leggenda Jazz (High Note)

GEORGE CABLES – “I Hear Echoes” (HIGH NOTE) Supporti disponibili: CD

80 anni, e non sentirli. E’ ormai lunga la lista dei jazzisti che hanno scavallato la fatidica soglia delle 80 primavere e che continuano a suonare, pubblicare dischi, aggiornare il repertorio, raccogliendo l’affetto di un pubblico che magari solo ora viene a contatto con artisti che hanno spesso faticato nelle retrovie, insomma tra luci ed ombre da sapienti sideman, di quelli che sanno indicare la via con un cenno o un accordo risolutore in un momento di stanca. Di George Cables ha parlato con estremo nitore su questi schermi l’amico Milton qui , e pure qui , e non si può che convenire, trattasi di un musicista d’alto lignaggio che frequenta spesso il nostro Paese dove ha trovato soprattutto in Piero Odorici un perfetto alfiere per la sua proposta che richiede partner dello stesso livello, tenuto conto che Mr. Beautiful è un fuoriclasse che ha passato la sua vita nel jazz, lavorando con alcuni dei più grandi di sempre, da Art Blakey a Dexter Gordon, da Sonny Rollins ad Art Pepper, giusto per calare un poker d’assi con cui il Nostro ha inciso e suonato praticamente ovunque, sviluppando un linguaggio pianistico originale e compiuto, che ha segnato la storia della musica che amiamo.

Ebbene, in occasione del suo 80^ compleanno Cables ha pubblicato per la sempre più meritoria High Note (label diffusa piuttosto a singhiozzo ai nostri lidi) questo disco in trio in cui il Nostro gioca magistralmente con suggestioni e repertorio, ed in cui anche il suo status di compositore dal corposo songbook, già celebrato in un precedente High Note, torna a brillare compiutamente. Gli echi del titolo arrivano infatti non solo dalle tonnellate di musica suonata, ascoltata e vissuta nel corso di una carriera memorabile, ma anche da suggestioni intellettuali d’effetto, per nulla scontate, che originano un pugno di brani stilisticamente vari e perfettamente congegnati, materiale tematico che speriamo possa diventare territorio comune per tanti altri musicisti d’area cui converrebbe farci i conti e magari inserirli in repertorio.

Per esempio apprendiamo dal pianista stesso nelle liner notes che il primo brano in scaletta, “Echoes Of A Scream”, è ispirato da un dipinto del 1937 che ha questo titolo, un urlo disperato e potente contro la guerra, contro ogni guerra!, realizzato dal pittore messicano David Alfaro e che tanti anni fa ha profondamente impressionato Cables, al punto da fargli comporre un brano omonimo. “Penso che sia ancora esposto al Museum of Modern Art. Mi ha fatto una grande impressione e credo che riguardi le devastazioni della guerra: devi vedere il dipinto per percepirne davvero l’impatto e farti un’idea. Ci sono spazi e silenzi lì dentro, e a volte penso che il suo eco e quei silenzi siano più forti del suono stesso che ti può arrivare. Quindi questo non è altro che uno di quegli echi.” Il brano si rivela un’escursione su un ritmo che richiama una sorta di coinvolgente guaguancó afro-cubano, con Jennings che innesta un ripetuto passaggio di batteria, scansioni molto sottolineate che contribuiscono ad un effetto drammatico, per un medium tempo che mostra con orgoglio profonde radici, declinate come meglio non si potrebbe in ambito jazz moderno.

Il tempo, ben più dolce e rilassato, del brano seguente, semplicemente “Echoes” rimanda stilisticamente al tardo Ahmad Jamal, che aveva portato il suo lirismo ad un livello commovente, mentre “So Near, So Far” è un pezzo di Miles Davis che Cables sentì per la prima volta ascoltando “Seven Steps To Heaven” del 1963 e che lo impressionò fortemente, tanto che da anni lo inserisce nei suoi recital, sottoponendolo a continue modifiche ed elaborazioni.

Morning Song” è un’altra eco dal passato, in questo caso la rilettura di un brano da lui inciso con il trombettista Eddie Henderson, altro ottuagenario tutt’ora in pista alla grande, mentre in “Clockwise” le suggestioni arrivano dall’amico e collega Cedar Walton, pianista seminale e mai abbastanza ricordato, un jazzista encomiabile, di cui lo stesso Cables è per certi versi debitore. Tra originals rielaborati ed omaggi espliciti, come quello a Duke Ellington in una mordace versione di “Prelude To A Kiss”, si dipana un disco intenso e godibile, che non vuole per forza dire cose nuove ma che risulta vibrante e tutt’altro che “passatista”. Vi fa peraltro un figurone la sezione ritmica, che gode di ampi spazi solistici, composta da Essiet Essiet al basso e dal già citato Jerome Jennings alla batteria.

Semplicemente perfetto il finale in solitario: “Peace” di Horace Silver è al contempo una preghiera ed un appello accorato, un brano simbolo che Cables onora in una versione incantevole.

Lunga Vita a Mr. Beautiful!

2 Comments

  1. …e se uno pensa alle durissime prove fisiche che Cables ha superato negli ultimi anni mantenendo sempre il suo posto sul palco, la sua figura di unsung hero giganteggia ancora di più. Resta un mistero il fatto che un musicista come lui, ormai ad un passo dalla cittadinanza italiana onoraria, venga bellamente snobbato dai nostri ineffabili importatori/dustributori unitamente a tutto il raffinato catalogo HighNote/Savant…. mah… Milton56

    ..

    Piace a 1 persona

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.