C’è un momento preciso, ogni estate, in cui la speranza si tramuta in rassegnazione. Accade di solito intorno alle 21:30, quando il suono soffocato di una tastiera elettronica si diffonde nell’aria tiepida di una piazza medievale illuminata a festa, e il pubblico, quello che si aspettava qualcosa di diverso , comincia a guardare lo schermo del telefono con una concentrazione che non ha nulla a che vedere con la curiosità.
Siamo al festival. Al grande festival. Quello che il comunicato stampa descriveva come «un crocevia imprescindibile per gli amanti del jazz d’autore», «una finestra privilegiata sull’avanguardia internazionale», «un progetto culturale coraggioso e visionario». Il direttore artistico, intervistato tre settimane prima su un magazine patinato, aveva parlato di «tensione verso l’eccellenza», di «dialogo fertile tra tradizione e ricerca» o anche, l’ ultimo che ho letto, “di musica che invecchia nel tempo senza perdere l’ anima”. Sul manifesto campeggiava una foto in bianco e nero , sempre in bianco e nero, ché il bianco e nero conferisce autorevolezza , di un sassofonista che soffiava con gli occhi chiusi verso un cielo stellato.
Sul palco c’è un quartetto fusion che ha pubblicato il suo ultimo disco nel 2009 e da allora suona fedelmente quello stesso disco, in quello stesso ordine di tracce, in ogni festival europeo disposto ad acquistarne il passaggio. Stasera sono qui. Domani saranno a duecento chilometri, dopodomani a trecento. La logistica è ottimizzata. L’arte un po’ meno.
Come si arriva a questo punto è una storia che vale la pena raccontare, perché non è una storia di malafede, o almeno, non soltanto. È una storia di incentivi distorti, di linguaggio che ha divorziato dalla realtà, di un sistema che ha imparato a parlare di musica senza più ascoltarla davvero.

Tutto comincia con il bando. O con la telefonata al consulente. O con la riunione in assessorato in cui qualcuno pronuncia la fatidica frase: «dobbiamo fare il festival jazz». Perché il festival jazz porta turisti, riempie alberghi, giustifica finanziamenti regionali, e soprattutto non disturba nessuno: è musica per adulti con il portafoglio, gente educata che non lascia bottiglie rotte per terra.
Il direttore artistico , figura spesso cumulata con quella del promoter, del consulente, dell’amico dell’amico, riceve un budget. Il budget è quello che è: parzialmente pubblico, parzialmente sponsorizzato da una banca locale che vuole il suo logo sul manifesto, parzialmente speranzoso. Con quel budget bisogna costruire una programmazione che suoni importante, che abbia almeno un nome internazionale riconoscibile, che copra alcune serate, e che lasci un margine per le spese organizzative , le quali, misteriosamente, tendono a crescere ogni anno in proporzione inversa alla qualità artistica.
La soluzione è nota, collaudata, quasi scientifica: si prende il nome grande, un veterano del jazz americano che ha settant’anni, ha inciso con Miles Davis negli anni Settanta e oggi accetta date europee a tariffe che i festival più piccoli riescono a sostenere proprio perché il nome è vecchio abbastanza da non costare più quanto un tempo. Attorno a lui si costruisce una costellazione di atti minori: band italiane di jazz-pop, pianisti «in residenza», progetti «trasversali» che mescolano il contrabbasso con l’elettronica ambientale, e immancabilmente una serata dedicata al «jazz e…» , jazz e cinema, jazz e letteratura, jazz e cucina del territorio, che serve a riempire il calendario senza aumentare il cachet.
Il risultato viene poi descritto, in conferenza stampa, come «un programma eterogeneo e stimolante».
Il vocabolario dell’entusiasmo programmato è una delle più straordinarie invenzioni della cultura italiana contemporanea. Studiarlo è un esercizio di antropologia.
«Inedito» significa che i due artisti non hanno mai suonato insieme prima, il che è quasi sempre vero e quasi mai rilevante. «Imperdibile» è un sinonimo di «abbiamo già stampato i manifesti». «Ricerca» indica qualunque cosa che non sia uno standard di Cole Porter eseguito correttamente. «Territorio» compare obbligatoriamente almeno quattro volte per ogni comunicato stampa, perché i fondi regionali richiedono che il festival «valorizzi il territorio», e quindi si valorizza il territorio, si scrivono le parole «territorio» e «radici» e «identità», e poi si mettono sul palco gli stessi musicisti che suonano a Matera, a Lecce, a Treviso e a Roncofritto.

I giornali musicali — quelli sopravvissuti, quelli che non hanno ancora ceduto al pressrelease-come-articolo — a volte resistono. Ma più spesso no. Spesso la recensione del festival è scritta da qualcuno che era ospite del festival, alloggiato in hotel dal festival, nutrito a spese del festival. La recensione sarà lusinghiera. Non per corruzione esplicita, ma per quella forma sottile di gratitudine che trasforma la percezione prima ancora che la penna tocchi carta.
Sui social, il festival produce contenuti. Fotografie di coucher de soleil sopra i palchi vuoti nel pomeriggio. Reel in cui si vede qualcuno che ride. Storie in cui il direttore artistico cammina pensieroso tra i vicoli del borgo e dice cose come «questo posto mi dà un’energia straordinaria». Il pubblico mette i cuori. Prenoterà il biglietto? Forse. Forse verrà lo stesso, attratto dall’idea del festival più che dalla sua sostanza, dall’immaginario di notti calde, vino bianco, note nell’aria, e tornerà a casa vagamente deluso senza del tutto capire perché.
Il pubblico del jazz estivo è una categoria sociologica affascinante. Non è, per la maggior parte, il pubblico del jazz. È il pubblico dell’idea del jazz: gente che apprezza l’atmosfera, che associa le note di un sax a qualcosa di adulto e vagamente sofisticato, che ha visto Whiplash e ne è rimasto colpito, che magari conserva a casa due o tre dischi di Coltrane comprati vent’anni fa e mai davvero ascoltati fino in fondo.

Questo pubblico non è colpevole di nulla. È un pubblico in buona fede, disponibile, potenzialmente educabile. Il problema è che il sistema dei festival non ha alcun interesse ad educarlo, perché educarlo significherebbe alzare l’asticella, e alzare l’asticella comporta rischi. Meglio tenerlo in quello stato di piacevole approssimazione in cui un set di smooth jazz sembra jazz, in cui un pianista che suona bene gli standard sembra ricerca, in cui il fatto di essere seduti in una piazza bella basta a rendere l’esperienza musicalmente valida.
Esiste però anche l’altro pubblico , quello che il jazz lo conosce, lo ascolta, lo studia, e questo pubblico ha da tempo smesso di andare ai festival estivi, o ci va con la rassegnazione di chi conosce già il finale del film. Questo pubblico passa l’estate a leggere i cartelloni, a commentare con gli amici le scelte artistiche («hanno preso loro? di nuovo?»), a fare pellegrinaggi verso i pochi festival che ancora osano, Umbria Jazz nei suoi anni migliori, qualche piccola rassegna periferica tenuta in vita dall’ostinazione di un organizzatore che ci crede sul serio, qualche club di città che fa la cosa giusta senza che nessuno ne scriva.
C’è un paradosso al cuore di tutto questo, e vale la pena nominarlo.
Il jazz, il jazz vero, quello che giustifica l’esistenza dei festival, quello che Miles Davis chiamava «la musica del momento», è una forma d’arte costruita sull’imprevedibilità, sul rischio, sulla disponibilità a fallire in pubblico nel tentativo di trovare qualcosa di nuovo. È l’opposto esatto del festival ottimizzato, del cartellone calcolato, del set costruito per non sorprendere nessuno e non deludere nessuno, e quindi non emozionare nessuno davvero.

Ogni volta che un festival sceglie la sicurezza , il nome noto, la formula rodata, il pubblico soddisfatto , tradisce non soltanto gli ascoltatori ma la musica stessa. E lo fa, spesso, nel nome di quella musica, con il suo vocabolario, i suoi simboli, la sua iconografia.
È come organizzare una maratona in cui i partecipanti percorrono duecento metri e poi prendono un taxi, e chiamarla ugualmente «tributo alla fatica umana».
Il concerto finisce. Il pubblico applaude, applaude sempre, perché è gente educata, perché c’era la brezza giusta e il vino era decente, perché in fondo la serata non era brutta, era soltanto piccola. Irrimediabilmente, colpevolmente piccola rispetto a ciò che avrebbe potuto essere.
Il direttore artistico sale sul palco per i ringraziamenti. Ringrazia il Comune, la Regione, lo sponsor bancario, i «meravigliosi musicisti», il «meraviglioso pubblico». Annuncia che l’anno prossimo «ci saranno grandi sorprese».
Nel buio, qualcuno già sta scrivendo il comunicato stampa.
«Un appuntamento imprescindibile. Una finestra sull’eccellenza. Un progetto coraggioso e visionario.»
E il jazz, da qualche parte, soffia paziente nell’oscurità in attesa che qualcuno lo inviti davvero.
