Questione di Filin, le radici di Melissa Aldana – “Filin” (Blue Note)

FILIN – Melissa Aldana – Blue Note – Supporti disponibili: CD-LP-digital download

Melissa Aldana firma per Blue Note il suo lavoro più intimo, operando una sterzata verso un lirismo carnale che guarda ai grandi maestri del “soulful sound”. Il riferimento non è solo al movimento cubano del “filin” – termine che gioca dichiaratamente con la parola feeling – ma a quella capacità di far parlare lo strumento tipica, per esempio, di un Gene Ammons, che la sassofonista cilena adora da sempre.

Nato a Cuba tra la fine degli anni ’40 e i ’50 come un’onda capace di fondere il bolero tradizionale con il jazz, il filin metteva al centro la totale libertà interpretativa e una melodrammatica esasperazione del sentimento. Questa musica, radicata profondamente nel DNA dell’album, è qualcosa che la Aldana ha respirato fin da bambina, grazie ai dischi ascoltati a lungo in famiglia dalla raccolta dischi del padre, melodie interiorizzate per anni che oggi riemergono, distillate con disarmante sincerità.

Come il leggendario “Jug”, la Aldana cerca qui un suono che sia prima di tutto voce umana, densa di aria e calore. Tecnicamente, le liner notes rivelano che la leader suona un Selmer Super Balanced Action (SBA) dei primi anni ’50. Non è una nota a margine, questa scelta ci restituisce una voce corposa e vellutata: in studio, la microfonazione cattura non solo la nota, ma la grana stessa del respiro e la vibrazione dell’ancia, regalando un ascolto di altissimo livello.

Il cuore del disco batte -e come potrebbe essere altrimenti- nel dialogo con Gonzalo Rubalcaba. Il pianista cubano non si limita ovviamente d accompagnare, ma agisce come uno specchio armonico: il suo tocco asciutto e la precisione millimetrica degli attacchi forniscono la cornice ideale per le accorate volate della Aldana. Accanto a loro, la sezione ritmica scolpisce la scena con discreta eleganza. Il basso di un pilastro del jazz moderno come Peter Washington offre un walking profondo e legnoso, sopra il quale si muovono le spazzole di Kush Abadey, che potrebbe esserne il figlio ma che vanta già un curriculum niente male, e che collabora con Melissa da diversi anni. L’atmosfera notturna fa pensare ad un club che sta per chiudere i battenti, sedie sui tavoli, ultimi liquori e silenti promesse nell’alba incombente, livida da par suo. Tutte situazioni che Melissa evoca e che pare conoscere e vivere con felina souplesse.

In No Te Empeñes Más e in Las Rosas No Hablan interviene la voce di Cécile McLorin Salvant. Sebbene il suo timbro sia come sempre magnetico, la pronuncia dello spagnolo appare leggermente scolastica, priva di quella fluidità nativa che il genere imporrebbe. Forse sarebbe stato più efficace convocare una cantante cilena, ma è comprensibile che la Blue Note scelga di far scendere in campo i propri purosangue, anche in circostanze non del tutto ideali, almeno per il nostro personale tabellino.

La chiusura di No Pidas Imposibles sigilla al meglio un album di ballads essenziale e squisitamente in-the-tradition. Un lavoro godibile proprio per la sua mancanza di sovrastrutture, che premia l’ascolto attento dei micro-contrasti che lo compongono. Filin conferma la piena maturità stilistica della sassofonista cilena. Dopo aver pagato questo onesto pegno alla tradizione e alle proprie radici, probabilmente la ritroveremo presto su sponde più avventurose e imprevedibili, ma sempre animate da quella lucidità analitica che abbiamo imparato ad apprezzare e ad amare.

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