Questo è stato un buon anno per chi legge di cose di jazz. Il solito pugno di spericolati editori (che qui ricordiamo tutte le sere nelle nostre preghiere) ci ha messo in mano almeno tre libri decisamente importanti, di grande interesse anche per un pubblico non specialista e soprattutto ai primi approcci con il mondo del jazz.

Cominciamo dal volumetto più smilzo, ma certo non il minore guardando alla sostanza. Si tratta del ‘Bill Evans’ di Enrico Pierannunzi, testo che nei primi anni ’90 era già comparso in una pregevole collana ‘Jazz People’ di Stampa Alternativa, collana di cui si è perso il ricordo anche nei circuiti dell’usato. Il Saggiatore ce lo ripropone in veste grafica molto più raffinata (a scandire i capitoli ci sono pure delle istantanee che mi sembrano molto rare), aggiungendo al testo originario una prefazione odierna di Carlo Serra, due testimonianze di Mark Johnson e Paul Motian (fedeli partner di Evans) e dulcis in fundo una ragionata lista di ascolti che può fornire un’ottima guida alla conoscenza del pianista nella selva oscura dello streaming.
Ora questo libro ha una particolarità: è la storia di un pianista, scritta da un pianista, ma non ad uso e consumo dei pianisti, come accade in rari casi analoghi. La commissione dell’editore originario richiedeva infatti a Pieranunzi un testo destinato ad un pubblico generale, ma curioso, nella linea di una collana che si inseriva nella scia di una certa popolarità guadagnata dal jazz negli anni tra i ’70 ed i primi ’90. Per sua stessa confessione, Pieranunzi si accinse all’opera con una certa ansia: era la prima volta che metteva mano ad un testo, che per di più avrebbe avuto al centro una figura di prima grandezza, ma spesso oscurata da luoghi comuni e vaste zone d’ombra. Invece una volta terminato il denso volumetto ci si trova a rimpiangere che l’autore sia rimasto il saggista di un solo libro: personalmente mi stuzzicherebbe molto l’idea di vederlo di nuovo alle prese con l’arte di altri suoi colleghi, ma il nostro ne ha già d’avanzo con la propria musica e la propria carriera che veleggia ormai verso il mezzo secolo.
C’è qualcosa di paradossale nel rapporto tra Pieranunzi ed Evans: il nostro Enrico nei suoi anni verdi non amava affatto Bill, i suoi modelli e le sue fonti di ispirazione li cercava in tutt’altra direzione. Del resto nello scorcio degli ultimi anni ’70 la scena era dominata da tutt’altre figure, ben più assertive e carismatiche, e questo soprattutto in Italia. Molti anni dopo, invece, alle nostre latitudini Pieranunzi si vide attribuire (credo suo malgrado) l’etichetta di ‘evansiano per antonomasia’. Poco tempo dopo un ingaggio al Village Vanguard (cosa già fantascientifica per un jazzman italiano) con a fianco Paul Motian e Mark Johnson completò il contrappasso, sfiorando la reincarnazione: Motian era il batterista delle celeberrime ‘Village Vanguard Sessions’ del 1961 e Johnson è stato l’ultimo bassista di Evans. il più amato dopo la scomparsa del leggendario Scott LaFaro.
L’iniziale nonchalance e sufficienza di Pieranunzi nei confronti di Evans non era certo un suo vezzo personale, bensì un atteggiamento molto diffuso tra i jazzfan della mia generazione e ancor di più di quella immediatamente precedente. In poche parole, in tanti abbiamo un conto aperto con Bill, un conto a debito, intendo. Per troppo tempo l’uomo di Plainfield ci è sembrato un raffinato, elegante intrattenitore, rivolto ad un pubblico in cerca di delicati abbandoni romantici. Né lo aiutava quell’aria nerd da eterno studente, in anni in cui si saliva sul palco con mises che oscillavano tra divise castriste, travestimenti etnici e barocchi costumi pop.

Ecco, questo libro ci aiuta proprio a fare un definitivo esame di coscienza su Evans, sia sull’uomo che sul musicista. Ed il nostro Pieranunzi, oltre ad immergersi nelle pieghe più recondite e meno note della biografia di Evans, può vantare memoria personale di alcuni incontri diretti con il pianista in occasione di alcuni suoi tragicomici passaggi in Italia (per amor di patria stendiamo uno spesso drappo pietoso sull’incredibile dilettantismo di alcuni organizzatori nostrani, che di fatto si resero responsabili di autentiche sevizie musicali).
E nonostante questa invidiabile conoscenza di prima mano, anche Enrico rimase letteralmente scioccato dalla brusca rivelazione che Chet Baker gli fece in occasione della morte di Bill: “Lo ha ucciso la cocaina”. Che a sua volta seguiva l’eroina… Il suo stupore incredulo è stato quello di tutti noi, soprattutto di quelli che nell’estate 1980 al Castello Sforzesco di Milano ebbero la fortuna di sentirlo in uno dei suoi ultimi concerti, morirà solo poche settimane dopo, a soli 51 anni. Un ricordo così vivo che me lo porto dietro ancora a quasi cinquant’anni di distanza.
Quindi il garbato studente un po’ nerd che ci ha consegnato la sua iconografia più diffusa in realtà nascondeva anch’egli un nucleo oscuro di sofferenza, una vita difficile e spesso insostenibile, simile a quella di altri jazzmen formatisi peraltro in situazioni di svantaggio e privazione ben peggiori di quelle dell’adolescenza e della prima giovinezza di Evans.
E qui Pieranunzi mostra grande sottigliezza nello scandagliare le profondità del lancinante disagio esistenziale che seguì Bill come un’ombra. Una famiglia middle class con qualche problema finanziario e di alcool? Due genitori con culture diverse (importanti le radici russe della madre)? L’insofferenza verso la rigidità dell’educazione musicale accademica ricevuta, pure di alto livello? Tra l’altro il nostro si rifiutava tenacemente di praticare studi ed esercizi – “quella non è musica!” – sostituendoli con un’enciclopedica pratica di autentici passi musicali che contenessero quelle difficoltà tecniche: negli anni successivi questo inesauribile repertorio si rivelò un atout professionale formidabile. Una lunga, cupa parentesi militare sotto la spada di Damocle della Guerra di Corea? Sì, ma niente di così traumatico come i pochi, tragici mesi di naja che stroncarono Lester Young… Alla recluta Bill non mancarono i piccoli ingaggi in localini di Chicago, ed in fondo l’U.S. Army gli mise in mano più che un fucile un flauto della banda. La gavetta newyorkese degli esordi con i soldi contati per poche settimane d’affitto? Già, ma a pochi capita di esser ricevuti da un George Russell annoiato e pronto a squagliarsela e dopo solo qualche minuto di ascolto esser arruolati seduta stante per il suo epocale Jazz Workshop.

Questo disagio esistenziale non si dissipò nemmeno di fronte al travolgente esordio della sua carriera, dove più ancora che i successi di critica e di pubblico colpì l’immediato riconoscimento che gli venne dalle punte di diamante del jazz dell’epoca: di Russell si è già detto, ma impressiona ancora di più la scelta netta per lui che fece Miles Davis, che lo impose senza tanti complimenti alle sue affezionate platee nere che mugugnavano (“un bianco al piano, con tanti neri di valore a spasso…”) e per averlo a suo fianco in ‘Kind of Blue’ rischiò addirittura di mandare a monte la sessione poi divenuta epocale.
E così si spiegano album un poco più routinier, che Pieranunzi (come altri già all’epoca) ritiene di troppo nella discografia evansiana. Fermo restando che il ‘troppo’ di Bill rimaneva sempre il miraggio di molti altri, quantomeno sotto il profilo dell’eleganza stilistica e formale. Dopo la chiusura della gloriosa Riverside Evans ebbe poi produttori più ricchi ed efficienti, ma non più così empatici e solidali: ed anche di questo il nostro saggista di un solo libro rileva tracce nella discografia evansiana dei tardi ’60 e dei primi ’70.
Certo, ci sono una serie di perdite improvvise e dolorose, dei momenti di tensione: il suicidio dell’amato fratello Harry (che forse aveva riempito un vuoto affettivo lasciato dai genitori); quello della fragile compagna Elaine con cui aveva condiviso le durezze della vita da junkie; il naufragio di un breve matrimonio da cui nacque il suo unico figlio Evan; la sua crescente solitudine sulla scena tra gli ultimi ’60 ed i primi ’70; le sottili, ma pressanti sollecitazioni a produrre di più per il mercato – sia pure di fascia alta – che gli venivano da produttori verso i quali pure era debitore di forte sostegno e relativa tranquillità economica…
Eppure tutto questo non basta a spiegare il costante senso di inadeguatezza che alimentava una spietata attitudine autocritica che Evans si portò dietro sino alla fine dei suoi giorni. Pieranunzi è molto abile nel costeggiare questo mistero, cogliendo però una verità fondamentale: similmente al caso di Coltrane, anche l’arte jazzistica di Evans non è stato il dono di un talento gratuito, ma il frutto di un intenso lavoro e di un incessante affinamento. Anche se nel caso di Evans questo apprendistato da inibito musicista accademico ad indiscusso caposcuola del piano jazz moderno si è consumato in pochi anni cruciali, al contrario della lunga ed oscura gavetta di Trane (che tra l’altro per parte notevole della sua carriera rimase figura controversa e male accolta).
Rimane il dubbio che ad avviarlo sulla strada della dipendenza sia stato proprio quell’intenso, bruciante anno nel quintetto davisiano: “mi sembrava di stare tra superuomini” commentò un Bill che viceversa avrebbe dovuto compiacersi di essersi trovato in un attimo ad esser cooptato nell’autentico olimpo del jazz dell’epoca. Dove però non riuscì mai ad inserirsi del tutto nel rude cameratismo che cementava la band: e ciò ad onta della stima e dell’incondizionato sostegno da parte di Miles.
“Con Bill feci un’esperienza totalmente nuova ed unica nella mia vita di produttore: quella di correr dietro ad un musicista per convincerlo a registrare un disco”. E’ Orrin Keepnews, l’anima di Riverside Records a parlare, riferendosi soprattutto a quel ‘New Jazz Conceptions’ che fu l’album di esordio di Evans. Ne seguirono altri, i più luminosi della sua carriera. Pieranunzi tratteggia bene il profondo rapporto di fiducia e sostegno che legava Keepnews ad Evans. Che ne sarebbe stato di Bill senza i continui anticipi su future registrazioni che il produttore gli erogava, anticipi vitali per un musicista che non di rado si trovò il telefono tagliato nel bel mezzo della New York anni ’60: le bollette possono aspettare, la dose no…..
Tutto il libro di Pieranunzi si articola sull’attenta disamina incrociata di due dimensioni: quella della vita privata e delle relazioni umane e quella della creazione musicale. Ed il nostro saggista ‘one stand only’ riesce con grande finezza a scoprire le sottili, segrete relazioni tra le dinamiche esistenziali di Evans e le diverse fasi della sua evoluzione artistica e persino tecnica. Per esempio, dissipa il mito dell’assoluta armonia che avvolge i suoi celebri trii: persino in quello ormai mitico con Motian e Scott LaFaro intuisce un Evans che in certa misura subisce la personalità ingombrante e debordante del grande bassista, e questo sulla scorta di un’acuta analisi di alcuni brani delle celebri Village Vanguard Sessions. E di seguito si trascorre al successore di LaFaro, un Chuck Israel invece compiacente nei confronti di Bill e pronto a favorire un suo ripiegamento su di una certa convenzionale routine che caratterizza molte incisioni dei primi anni ’60: quella ‘musica da cocktail party’ (sic!) che il rude Motian rinfaccerà al suo leader abbandonando il trio con un fragore di porta sbattuta. E ce n’è anche per Marty Morell, che con la sua batteria dai volumi sopra le righe costrinse Evans ad ingrossare ed irrobustire il suo tocco ed il suo suono per mere esigenze di udibilità e di bilanciamento sonoro del trio: insieme alla asprezza e frenesia da cocaina la cosa appesantì non poco lo stile evansiano dell’ultimo scorcio dei ‘60. Invece nel trio con Joe LaBarbera e soprattutto con il basso di Mark Johnson Pieranunzi vede un approdo felice di recuperata creatività ed innovazione, una sorta di rinascita che però rappresentò il canto del cigno di Bill alla fine degli anni ’70, basti pensare allo splendido, concentrato e sorprendente ‘Paris Concert’ che uscì postumo.
Il nostro autore infine prende per le corna il luogo comune di un Evans instradato su di un binario morto lontano ed estraneo agli sconvolgimenti tumultuosi che rivoluzionarono il jazz degli anni ’60: ad Evans non mancavano certo né la consapevolezza, né il bagaglio teorico e tecnico per emergere in ambienti sperimentali e d’avanguardia. Lo testimonia il George Russell che chiede lui come prima voce nello straordinario duo di pianoforti di ‘New York, New York’ (l’altro era un certo Paul Bley, che appena saputo chi sarebbe stato il suo partner si chiuse in casa per un mese a studiare: parliamo di uno che a 16 anni venne scelto da Oscar Peterson come suo successore in Canada….). Nell’audace, spericolato laboratorio di ‘Jazz Abstractions’ anche l’intellettuale John Lewis oltre ad Ornette Coleman, Eric Dolphy e Jim Hall volle Bill al piano. Ma queste furono parentesi, certo brillantemente disimpegnate. Bill aveva altro per la mente: per lui il jazz era un impegno esistenziale assoluto, il ponte verso un mondo lontano e problematico. Il delicato e raffinato repertorio di songs e di temi cinematografici da lui prediletto era una sorta di segreto cifrario per inviare ad una platea ampia e sensibile i suoi segnali di ansia e di angoscia. E Pieranunzi ci evidenzia la segreta allusività dei titoli dei songs prediletti: per esempio “Two Lonely People” (sottinteso ‘un uomo ed una donna’), come non pensare alle disastrose esperienze di coppia di Bill? Oppure uno dei temi da film tanto invisi ai censori rigoristi dell’epoca, quel ‘M.A.S.H.’ dall’omonimo film di Altman che sotto lo schermo dell’ambientazione in Corea mette in scena una feroce e crudele satira della grottesca ed assurda crociata vietnamita: ai censori dell’epoca forse è sfuggito il sottotitolo, ‘Suicide is painless’….
Il punto è che Evans non ha tempo per gli esperimenti, per i tentativi, per i lavori in corso buoni per il domani: è mosso da un senso di necessità e di urgenza, da una volontà di comunicare in profondità che esigono un linguaggio perfettamente compiuto ed affinato, che anche nella fluida narratività nasconde sottigliezze, profondità ed audacie che le agili e centrate analisi di Pieranunzi ci rivelano in quei brani che nel libro sono scelti come giri di boa della sua vicenda creativa. Una guida ideale per ritornare sui nostri passi e riannodare un dialogo con un poeta timido e riservato che ha saputo percorrere una sua strada coerente ed appartata mentre altri dominavano la scena in modo più fragoroso (e spesso anche più caduco). E soprattutto mentre noi eravamo distratti da questi clamori….
Quindi un ‘livre de chevet’ per evansiani pentiti, ormai postumi? No, i dischi di Evans non si ascoltano a letto, e questo volumetto dobbiamo tenerlo sulle ginocchia ascoltando gli album svelatici da Pieranunzi, un po’ come si faceva una volta con gli spartiti durante i concerti. Ma questa volta ricordiamo di aver in grembo anche lo spartito di una vita, una di quelle aspre e senza lieto fine. Milton56
Ancora dal magico ‘Paris Concert’. Ma non è musica, solo una brevissima intervista in cui con paio di semplici, limpide frasi apprendiamo il ‘jazz secondo Bill Evans’. All’epoca non era stata ancora inventata la ‘Comunicazione’. Per fortuna….
