La grande truffa della musica dal vivo


C’è una nuova unità di misura per il successo artistico in Italia, e non ha nulla a che fare con la musica: è il numero di teste contate allo stadio o nei luoghi deputati. Ultimo riempie Tor Vergata, i comunicati stampa parlano di “record”, i telegiornali mandano in onda il drone che sorvola la folla come fosse l’atterraggio sulla Luna. Bene: e la musica, quella dal vivo, quella vera, dov’è finita in mezzo a tutto questo?

Chi ha mai assistito a uno di questi raduni oceanici sa che “dalvivo” è una parola grossa. A trecento metri dal palco si vede un puntino, si sente un boato ovattato che arriva mezzo secondo dopo rispetto ai megaschermi, e l’esperienza musicale si riduce a quella di un mega-evento sociale con soundtrack. Non è un concerto: è un raduno oceanico con il palco come pretesto. Migliaia di adolescenti si spostano in massa, i genitori accompagnano in auto, i biglietti costano come un weekend fuori porta, e nessuno sembra farsi la domanda più semplice: si può davvero dire di aver “visto” un concerto se l’artista è un pixel lontano e il suono arriva mediato da un impianto pensato per il calcio, non per la musica?
Il paradosso è che più il concerto diventa enorme, meno ha a che fare con l’intimità del suono dal vivo, che è poi l’unica vera ragione per pagare un biglietto invece di restare a casa con lo streaming. Ma tant’è: l’importante è esserci, farsi la storia sui social, cantare insieme a migliaia di altri ragazzi, dire “io c’ero”. Il concerto come esperienza sonora è morto; è nato il concerto come rito collettivo di conferma sociale. Non ho più l’ età per i mega concerti, forse non l’ho mai avuta, e non conosco gli idoli degli adolescenti di oggi, non mi sento di giudicare i gusti, a 15 anni è improbabile ascoltare Miles o Monk, però non ho mai capito, nemmeno da ragazzo, che cosa ci trovano i ragazzi ad un concerto di cui sanno già tutto prima ancora che inizi, le stesse canzoni ne più ne meno come ascoltate a casa, nessuna sorpresa, solo il sentirsi parte di una collettività che canta in coro. Può bastare? Si, a quell’ età è un riconoscersi, appartenersi, essere comunità. E per la maggioranza di loro la musica è solo colonna sonora della gioventù, presto abbandonata quando la vita chiama a scelte adulte. Leggo sui social i pareri più contrastanti, personalmente non giudico né la qualità della musica (che ignoro), ne le legittime aspettative dei ragazzi.

Nel frattempo, mentre gli stadi si riempiono, i piccoli locali chiudono uno dopo l’altro. Il Folkclub di Torino , storico crocevia della musica dal vivo da 38 anni, ha abbassato la saracinesca. E non è un caso isolato: è la fotografia di un intero settore che si sta polarizzando in modo grottesco. Da una parte i mega-eventi che fatturano milioni e occupano gli stadi per mesi di prevendita; dall’altra i piccoli club, quelli dove un artista si costruisce davvero un repertorio suonando davanti a trenta persone, che chiudono per gli affitti alle stelle, la burocrazia asfissiante e un pubblico che ha smesso di andarci perché “tanto c’è lo stadio”.
È il fenomeno tipico di ogni mercato che si concentra: i piccoli operatori spariscono, i grandi diventano enormi, e nel mezzo si perde tutto quello che rendeva viva (letteralmente) una scena musicale: la sperimentazione, il rischio, gli esordienti che sbagliano le note ma le sbagliano davanti a te, a due metri di distanza.
I testi, poi, sono un capitolo a parte
E qui arriviamo al secondo fronte della crisi, quello dei contenuti. Buona parte del rap che oggi macina numeri assurdi su Spotify propone testi che definire “poveri” è già generoso: minacce di violenza spacciate per autenticità di strada, misoginia riciclata come flex, ostentazione di ricchezza e superficialità elevate a filosofia di vita. Non tutto il rap italiano è questo, ma la fetta che riempie gli stadi e domina le classifiche spesso sembra scritta con l’obiettivo esplicito di non dire nulla, o peggio,  nel modo più aggressivo possibile.
E il pubblico di riferimento, va detto senza moralismo ma con un minimo di preoccupazione, sono ragazzini di dodici, tredici, quattordici anni, che imparano a memoria testi che un adulto smetterebbe di ascoltare per imbarazzo dopo trenta secondi.

Non serve nostalgia da boomer per notare che qualcosa si è rotto. Non si tratta di rimpiangere epoche dorate che forse non sono mai esistite, ma di guardare i numeri: locali storici che chiudono, cachet che si concentrano su una manciata di superstar, testi che sprofondano nella banalità aggressiva mentre il pubblico si allarga sempre più giù, anagraficamente. Forse la vera rivoluzione, oggi, non è riempire uno stadio: è tenere aperto un locale da centocinquanta posti dove la musica si sente ancora, e si vede anche.

2 Comments

  1. In tv e sui social si parla solo ed esclusivamente di numeri, non di musica. Guarda caso non viene citata una canzone, una nota, un suono, una frase di un testo (troppo mediocre? poco rilevante?), si parla solo dell’evento come spettacolo di massa e sembra proprio la massa a essere l’unico spettacolo.
    Più che un concerto musicale sembrava un rave. La sola conclusione è che quantità ha seppellito la qualità, emblema di questi tempi.

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