Via dei Matti n.0: cancellata, rimpianta, resuscitata (e noi ancora lì a guardarla, sospirando)

Ora che i clamori dell’ insurrezione popolare si sono quietati, e anche i più critici ( non pochi in campo strettamente jazzistico), si sono adeguati al nuovo corso, provo a scrivere qualche riflessione personale sul programma e sui conduttori, scusandomi in anticipo per la prolissità.

C’è stato un momento, verso fine giugno, in cui l’Italia intera ha vissuto un lutto nazionale composto da tre ingredienti: un video su Instagram, gli occhi lucidi di Stefano Bollani e Valentina Cenni, e un coro social di sdegno guidato , non scherzo , da Eros Ramazzotti. Via dei Matti n.0 veniva cancellata dalla Rai dopo cinque stagioni, e per qualche settimana il Paese si è scoperto improvvisamente appassionato di divulgazione musicale, proprio come si scopre appassionato di virologia, astrofisica, politologia o palinsesti televisivi in base all’ accaduto del giorno.


Poi, il 3 luglio, colpo di scena: la Rai fa dietrofront, il programma torna a febbraio 2027, Bollani e Cenni si risvegliano con “una notizia meravigliosa” e noi torniamo tutti al nostro posto, con la stessa domanda irrisolta di prima, solo un po’ più stanca: ma a noi, questo programma, piace davvero, o ci piace solo l’idea che esista, così da poterci sentire persone che guardano ancora qualcosa di colto?
Diciamocelo: Via dei Matti ha vinto la battaglia della sopravvivenza soprattutto perché è, oggettivamente, una delle poche trasmissioni musicali rimaste in un palinsesto generalista che altrimenti offrirebbe quiz, cucina e reduci del Grande Fratello che raccontano le loro eroiche imprese. In un panorama così desertificato e mortificante, bastava che il programma esistesse per meritarsi una standing ovation preventiva. È il fenomeno del ristorante mediocre nel paese senza altri ristoranti: non ci va nessuno perché è buono, ci vanno tutti perché è l’unico, e chi osa dire che la pasta è scotta (nel nostro caso, una minoranza, va detto) viene guardato come uno snob sabotatore della comunità.


E infatti la difesa corale , Aldo Grasso che lo definisce “un piccolo programma al servizio della grande musica”, i politici che si accodano con tempismo da campagna elettorale, il pubblico social in fibrillazione , non parlava quasi mai del contenuto specifico delle puntate. Parlava di un principio astratto: non si toccano gli ultimi presìdi di cultura in prima serata. Sacrosanto, per carità. Ma un conto è difendere un principio, un altro è spacciare quel principio per una valutazione critica del prodotto. Proviamo a essere onesti e a riflettere, senza il fiato sul collo dell’indignazione collettiva.


Bollani ha scelto da tempo: e non ha scelto il jazz come opzione prioritaria . Parere personale, discutibile fin che si vuole, ma condiviso da molti jazzofili con i quali si scambiano opinioni qui sulla rete.
Qui bisogna dirla tutta, anche a costo di far storcere il naso a qualche affezionato. Bollani è, senza discussione, uno dei pianisti più dotati che l’Italia abbia prodotto negli ultimi trent’anni. Ma è anche, da almeno un decennio, un uomo che ha fatto una scelta di campo precisa e legittima: preferire il ruolo di intrattenitore totale , conduttore, showman, one-man-band di battute, ospite fisso di salotti radiofonici e televisivi , a quello di jazzista puro e semplice.

Non è un incidente di percorso, è una carriera costruita mattone su mattone: più tv, meno club; più siparietto, meno assolo rischioso; più pubblico generalista da conquistare con la simpatia, meno platea di appassionati da conquistare con il rigore.


Via dei Matti è semplicemente la punta più visibile di questa traiettoria, non un’eccezione. È il programma di un intrattenitore che sa suonare benissimo, non il programma di un jazzista che per caso intrattiene. La differenza non è sottile: nella prima versione la musica è la materia prima da smontare, raccontare, mettere in scena in prima serata; nella seconda è il pretesto per tenere il piano acceso mentre si fa altro. E se si guarda con onestà la scaletta di una puntata media, si capisce in fretta quale delle due versioni stiamo effettivamente guardando.
Il risultato è un ircocervo curioso: troppo leggero per chi cerca davvero approfondimento jazzistico, troppo bizzarro per chi vuole solo intrattenimento morbido da access prime time. Una via di mezzo che, come tutte le vie di mezzo televisive costruite a tavolino, finisce per accontentare , a metà , un po’ tutti.


E qui arriviamo al cuore pulsante, o forse alla ferita aperta, del programma: la bollanata. Per chi non frequenta abitualmente la trasmissione, la bollanata è quella battuta surreale, spiazzante, un po’ dadaista, che Bollani infila ovunque , nel presentare un ospite, nel commentare uno spartito, nel rispondere a una domanda banale con una non-risposta geniale (nelle intenzioni, appunto: nelle intenzioni). È il suo marchio di fabbrica da sempre, anche nei concerti, dove funziona benissimo perché il pubblico è lì apposta, complice, pronto a ridere della sua ironia obliqua e magari ha pagato pure il biglietto  (di solito ben salato) per quello specifico numero.
In tv, ripetuta sera dopo sera, puntata dopo puntata, la bollanata smette di essere estro e diventa procedura: un automatismo prevedibile proprio nella sua imprevedibilità dichiarata, come uno zio simpatico che ripete la stessa gag a ogni pranzo di Natale convinto che il pubblico rida ancora per sorpresa.

La prima volta è arguzia, la decima è liturgia di famiglia, la centesima è quasi un tormento a bassa intensità che lo spettatore accetta con la rassegnazione con cui si accettano le battute del collega d’ufficio: non perché siano belle, ma perché interromperle costerebbe più fatica che sopportarle. E infatti la sensazione, guardando il programma con costanza, è proprio quella: essere ospiti fissi a un pranzo di famiglia molto colta, molto raffinata, ma pur sempre un pranzo di famiglia , con tutto quello che comporta in termini di battute interne, sguardi d’intesa e un compiacimento reciproco che dall’esterno si fatica non solo a decifrare, ma spesso anche a giustificare.


Perché di famiglia, in effetti, si parla apertamente, quasi con orgoglio programmatico: Bollani e Cenni sono una coppia nella vita, e lo sono anche in scena, con un affiatamento che il programma non solo non nasconde ma rivendica come valore aggiunto, quasi fosse di per sé un contenuto. “Cinque anni meravigliosi con una famiglia di gente meravigliosa”, ha detto Bollani parlando dei collaboratori , ed è significativo che, di fronte a una possibile cancellazione, il registro scelto per difendersi non sia stato “abbiamo fatto un programma di qualità” ma “siamo una famiglia”. È un argomento affettivo, non un argomento critico, ed è anche piuttosto efficace: chi obietta al contenuto rischia di sembrare quello che critica il pranzo di Natale del vicino.


Il problema di ogni famiglia felice messa inscena è che lo spettatore, per definizione, resta sull’uscio. Vede l’affetto, intuisce la complicità, ma non ne fa parte fino in fondo , e quando il tono del programma diventa quello di una conversazione privata portata avanti in pubblico, chi guarda da casa oscilla tra la tenerezza e il fastidio sottile di essere capitato a una festa altrui, dove tutti ridono a una battuta che non si è colta perché non si conoscono i retroscena.

E poi c’è lei, Valentina Cenni: presenza fissa, garbata, elegante, può risultare simpatica o meno, ma è il contraltare , dichiaratamente , più terreno e meno visionario del marito. Il suo ruolo nell’economia dello show è quello di traduttrice ufficiale: prende le astrazioni bollaniane, le ammorbidisce, le riporta a un livello comprensibile per chi sta stirando in salotto con la tv accesa; fa domande che il pubblico si farebbe, sorride con pazienza professionale alle uscite del consorte, gestisce il traffico verbale quando il marito rischia di perdersi nella sua stessa bollanata. Funziona, nel senso stretto che rende il tutto più accessibile e meno respingente. Ma è anche la conferma plastica , e un po’ comoda, della cifra domestica del programma: non uno studio televisivo con una linea editoriale terza, ma un salotto di casa Bollani-Cenni in cui noi, spettatori, siamo ammessi come ospiti educati, mai come protagonisti del discorso, e dove il ruolo della padrona di casa è, in fondo, tenere insieme baracca e marito con la stessa grazia con cui si tiene insieme un ricevimento che rischia sempre di andare fuori tema.


E allora perché continuiamo a guardarlo?
Perché, con tutti i suoi tic, le sue bollanate ormai liturgiche, il suo tasso di jazz effettivo piuttosto risicato e il suo tono da salotto domestico blindato, Via dei Matti n.0 resta comunque uno dei pochissimi spazi in cui in prima serata generalista si nomina Bach senza dover subire uno stacchetto pubblicitario ogni novanta secondi. È poco? È tanto? Dipende dal metro, e soprattutto dipende da quanto siamo disposti a scambiare il rigore per la nostalgia. Rispetto a quello che potrebbe essere , un vero programma di divulgazione jazzistica, coraggioso, capace di rischiare , è un’occasione parzialmente sprecata da un artista che ha scelto, legittimamente, di non rischiarla. Rispetto a quello che lo circonda nel palinsesto, è quasi un miracolo, ma è il miracolo di chi vince la gara perché è l’unico partente.


La Rai lo ha capito benissimo, ripensandoci in tempo record dopo la sollevazione popolare orchestrata più dall’affetto che dalla critica. Noi continueremo probabilmente a guardarlo, un po’ per la musica residua, un po’ per Bollani intrattenitore (che, va detto senza ironia, è comunque bravissimo nel suo mestiere scelto), un po’, diciamocelo senza vergogna, per lo stesso motivo per cui si continua a frequentare quella famiglia di amici un po’ strampalati che invitano sempre alle stesse cene con gli stessi aneddoti: perché nel deserto circostante, un salotto acceso, anche se autoreferenziale, anche se recita sempre lo stesso copione, resta sempre meglio del buio totale. Non è un elogio. È una resa.


E a febbraio 2027, puntuali come un vecchio zio alla tavolata di Natale che racconta per la decima volta la stessa storia, saremo di nuovo lì. A ridere, un po’ per abitudine.

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